Tante denunce nella "Buca delle lettere"

Manuela Cartosio

dal Manifesto, 6 dicembre 1997


"Mi scusi gli errori e la calligrafia ma non ci sono molto portato", "non sono un dottore, ho solo la terza media", "sono un somaro... riesco appena a tenere la penna in mano", "sono entrato firmando il brogliaccio dell'uffico matricola con una "ics" proprio perché analfabeta al massimo. Oggi, grazie a quel po' di impegno, so leggere e scrivere come ti balza agli occhi", "mi scuso per la mia incorretta scrittura, ma è tutto quello che so fare". La poca dimestichezza con la penna, oltre a ribadire che il carcere è il luogo per eccellenza della discriminazione di classe, impreziosisce le lettere scritte da tanti detenuti comuni a tre "fratelli" reclusi a Pisa, Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani.

Il mensile "Una città" ne ha pubblicate alcune in un supplemento intitolato "Buca delle lettere". Otto pagine che fanno sentire l'odore, la scansione del tempo e dello spazio della galera, anche a chi non ha mai varcato la soglia di un carcere. C'è il mafioso da 41 bis, il tossicodipendente, il malato di Aids, chi sostiene d'essere innocente, chi dice d'essere stato condannato per ciò che non ha fatto e assolto per quel che invece ha commesso. Il perché si è finiti dentro, passa in secondo piano rispetto all'essere accomunati dalla sofferenza del carcere, da trattamenti che "ci costringono a diventare peggiori", da un sistema che "vieta la solidarietà tra noi". "Il popolo sovrano non sa come soffriamo", scrive un detenuto nel carcere di Secondigliano, racconta di "calci e pugni" e aggiunge: "Loro ti dicono quando devi tagliarti i capelli, le unghie, quando devi tenere la maglia dentro i pantaloni... Ai colloqui non si può portare l'orologio e nemmeno una caramella per il figlio". Figli che quasi non si conoscono; Pierluca Alaimo - detenuto a Brescia - non sa "neppure qual è il cartone animato preferito" dal figlio di sette anni. "Hanno condannato anche i bambini", scrive l'ergastolano Giuseppe Fricassi, che ha "lavorato sempre, anche la domenica" e ora ha la famiglia "in mezzo a una strada". Nel carcere di Trapani l'acqua "è piena di ruggine e disgustosa", in un altro istituto "per 4 volte la frutta è stata mandata indietro perché non era mangiabile, la risposta è "o questa o niente"". Il carcere di Brucoli (in provincia di Siracusa) sembra il peggio del peggio: "Ormai qui è un posto a regime squadrettistico", "qui non si può aprire bocca", "siamo nel più assoluto abbandono".

Ovunque il ricorso allo sciopero della fame è ordinaria amministrazione. Il tempo passa compilando "domandine", inseguendo i magistrati di sorveglianza, prendendosela con gli avvocati che "non hanno a cuore i loro clienti", nonostate i detenuti siano "da secoli la loro fonte di sostentamento". La legge Gozzini per certi versi è stata "una rovina", costringe i detenuti a "pestare la loro dignità", scrive Renato da Parma. Il carcere è "delazione, ruffianismo, ossequio", sostiene Guerrino Giatti; lui ha cercato di difendersi seguendo le 150 ore e facendo "una monografia su Van Gogh". "I giovani malati si stanno spegnendo come candele", scrive da Napoli un detenuto con Aids conclamato, "a loro interessa solo che il malato detenuto Hiv non gli muoia in carcere, se no dopo scatta l'inchiesta e così ti danno quei pochi giorni di libertà perché tu muoia altrove". Per richiedere copie di "Buca delle lettere": Una città, piazza Dante 21, 47100 Forlì. Tel.0543-21422, Fax 0543-30421.