RISCONTRI E RAGIONEVOLI DUBBI. E SOFRI?

VITTORIO BORRACCETTI
segretario nazionale di Magistratura Democratica

dal Manifesto, 25 ottobre 1997


I PROPOSITI di modifica dell'art. 192 del codice di procedura penale nascondono certamente il desiderio di sterilizzare la prova costituita dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia nei processi di criminalità mafiosa e più in generale dalle chiamate in correità nei processi su delitti caratterizzati da legami di omertà, tra cui quelli di corruzione. Senza l'apporto dei collaboratori e di chi è stato partecipe dell'illecito, la prova diventa più difficile, talvolta impossibile.

Ma qual è l'efficacia probatoria delle dichiarazioni di coloro che, accusati di gravi delitti, per difendersi e usufruire di benefici accusano terzi?L'attuale articolo 192 (terzo comma del codice di procedura penale) detta al giudice una regola di giudizio: esse saranno valutate unitamente ad altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità. I cosiddetti riscontri, che possono essere costituiti, secondo l'elaborazione della giurisprudenza, anche da dichiarazioni di altri chiamanti in correità. Questa regola non dev'essere cambiata, essendo sufficiente a garantire la corretta valutazione a fini probatori delle dichiarazioni.

La sua applicazione concreta è compito dell'elaborazione giurisprudenziale, non di interventi rigidi del legislatore. Regole ulteriori, limitatrici del libero e argomentato convincimento del giudice, finirebbero per assumere le vesti della prova legale, per intenderci come la regola "unus testis, nullus testis", riportando il processo penale indietro di qualche secolo. Ecco perché sono assolutamente inopportune le modifiche prospettate, in particolare quella che vorrebbe escludere il riscontro incrociato tra dichiarazioni di più chiamanti in correità.

Ma le tentazioni dell'introduzione di vincoli al libero convincimento del giudice si rafforzeranno se la giurisprudenza non saprà valutare con rigore le dichiarazioni del chiamante in correità: occorre esigere che il riscontro sia specifico per ogni fatto contestato ad ogni imputato. Non solo per garanzia irrinunciabile dei diritti dell'imputato, ma anche per garantire la collettività che il risultato del processo sia credibile e condivisibile.

Questo rigore e persuasività sono talvolta mancati nella giurisprudenza. Un esempio? La sentenza di condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l'omicidio Calabresi, dove è stata ritenuta sufficiente l'attendibilità intrinseca e complessiva di Leonardo Marino, ma dove mancano i riscontri esterni specificamente riferiti ai fatti contestati a ciascun imputato. La lettura delle sentenza di merito e legittimità che hanno condannato gli imputati non convince della loro colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio, come dimostrano le perplessità manifestate da tante persone, diverse per formazione culturale, professione, orientamento politico. Dunque la sentenza appare oggettivamente ingiusta.

E' possibile che la decisione abbia risentito, pur a molti anni di distanza dal fatto, del clima degli anni tragici del terrorismo, della risposta con aspetti di eccezionalità nelle leggi e nelle prassi che diede lo Stato. Ma non vi è situazione eccezionale che possa attenuare l'inderogabilità della regola del riscontro specifico per ogni imputazione e per ogni imputato; qui davvero nessuna specialità, nessun doppio binario è ammissibile. La possibilità che vi siano in carcere persone condannate a lunghi anni di detenzione, la cui colpevolezza non è stata provata in maniera convincente, deve spingere a trovare una soluzione accettabile e istituzionalmente corretta.

Si può obbiettare che molti altri casi non conosciuti decisi sulla base dello stesso criterio non godano della stessa attenzione. Ma è anche vero che la probabilità di altre ingiustizie incognite non è valida ragione per non porre rimedio a quelle conosciute; e il clamore della vicenda legata alla notorietà dei protagonisti può essere utile, attraverso la critica argomentata dei provvedimenti giudiziari, a far sì che in futuro giurisprudenza di merito e legittimità seguano l'orientamento più attento e rigoroso nel vaglio delle dichiarazioni accusatorie dei chiamanti in correità.