Clemenza per Sofri
di Giorgio Bocca
da Repubblica, 7 ottobre 2000
La condanna a morte di Adriano Sofri - perché
di questo in pratica si tratta dato l'uomo e "il suo rifiuto
a rassegnarsi a questa mostruosità" - è un
forte invito agli uomini civili a non rinunciare alla sua difesa.
Condanna Sofri una giustizia formale che per essere l'unica praticabile
nel mondo così com'è, non manca di mostrare i suoi
gravi limiti, essendo una interpretazione del codice legata anche
ai condizionamenti personali e di casta dei giudici. Per questa
giustizia, per dire, si può condannare a morte Adriano
Sofri per un cavillo procedurale, considerare il pentito Marino
come imputato e con ciò impedire la testimonianza decisiva
della moglie.
La condanna a morte di Adriano Sofri, perché di questo
si tratta, è la conclusione giudizialmente irrevocabile
di un processo indiziario, interamente basato sulle affermazioni
del pentito Marino.
Un pentito il cui difensore, di recente, ha ammesso che tale accusa
potrebbe derivare da un equivoco, dal fraintendimento delle parole
di Sofri in quell'incontro a Pisa prima del delitto. Che si tratti
di un processo indiziario è dimostrato non solo dalle carte
e dalle cronache delle udienze, ma dal grande dibattito che esse
hanno suscitato nel paese, in cui mai o di rado si è parlato
di una responsabilità provata. Solo la reincarnazione del
fascista nero Gasparri è certa che Sofri sia un assassino,
come ha ripetuto anche dopo l'ultima sentenza; per la maggioranza
della pubblica opinione la sua responsabilità è
e rimane qualcosa di non verificato e non verificabile per cui
una condanna in pratica a morte è comunque qualcosa di
inaccettabile, qualcosa che ricorda il cinismo feroce delle caste
burocratiche. Una sera a Milano mi trovai a cenare con il generale
Dalla Chiesa. Riuscimmo ad appartarci per parlare delle cose serie
del terrorismo. Gli dissi che a mio parere la durezza della giustizia
contro un giovane genovese indiziato ma non provato e non confesso,
aggressore di un giudice, sembrava eccessiva, ma lui mi tacitò:
"Le aggressioni ai giudici e ai poliziotti non si perdonano",
anche se non provate, sono memento per i colpevoli come per gli
innocenti.
Salvo le affermazioni di Marino non c'è nessuna prova della
responsabilità di Sofri nel delitto Calabresi. L'unica
prova contro Sofri, decisiva, certa, è che si rifiuta di
ammettere il delitto, che rifiuta il dovere clericale della confessione,
che non fa atto di pentimento. La sua vera colpa provata e condannata
è questa, imperdonabile e luciferina: non ha piegato il
capo di fronte alla casta burocratica della giustizia, confermata
dalla Suprema corte anche nei suoi cavilli.
Comunque con la sentenza della Cassazione siamo arrivati a una
svolta che non è quella della rassegnazione ma di assumere
la difesa di Adriano come società civile, come esponenti
e componenti di una società civile.
Non è possibile, non è sopportabile che un uomo
del valore culturale e civile di Adriano Sofri consumi la sua
vita in galera mentre nel paese circolano sovvenzionati dallo
Stato, protetti da associazioni paragovernative, persone ree
confesse di assassinio, di corruzione e che nello stesso Parlamento,
considerati onorevoli, siedano ladri notori. Questo è un
insulto all'idea di giustizia sostanziale che un paese civile
deve difendere. E questa è una responsabilità che
tocca anche al primo dei cittadini, al presidente della Repubblica
che non può nascondersi dietro i formalismi. Un dovere
della informazione non forcaiola, un dovere della cultura. Chi
ha letto le più recenti lettere dal carcere di Sofri, così
gramscianamente chiare e penetranti, non può accettare
che il paese possa uccidere uno dei suoi migliori talenti. Ma
si dirà che se si trattasse di un uomo qualunque noi non
ci batteremmo con altrettanto slancio. Che scoperta! Battersi
per la giustizia universale è una nobile utopia, battersi
contro un'ingiustizia nota è un dovere civile. Si svegli
anche il Parlamento, si sveglino i politici, e tutti quanti la
smettano di nascondersi dietro una sentenza e a ripetere ipocritamente
che non è possibile andare contro la maestà della
legge rappresentata dalla Suprema corte. Improvvisamente genuflessi
e obbedienti di fronte a una istituzione dello Stato che poi quotidianamente
viene dagli stessi denigrata e delegittimata per interessi privati
o elettorali.
Ci sono già troppe ombre, troppi fantasmi neri che ci attendono
a ogni risveglio, troppi soffocanti pregiudizi. Liberiamoci almeno
di questo, di avere praticamente condannato a morte un cittadino
come Sofri, per un cavillo.
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