Ingiusto tenere Sofri in carcere

di Giorgio Bocca

da Repubblica, 10 maggio 2000


NON so a chi rivolgere questa supplica: se al presidente della Repubblica o al Consiglio superiore della magistratura o alla pubblica opinione, posto che ci sia. Ma insomma questo Adriano Sofri in carcere ci pesa addosso come una delle ingiustizie senza fine, per inerzia o inspiegabile blocco. Qualcuno sembra aver gettato in un fiume le chiavi della sua prigione. Dico qui alcune delle ragioni per cui questa prigione condanna non solo lui ma la società civile.
E' una condanna sproporzionata forse in regola con i codici e i regolamenti ma civilmente incivile. Tenere in prigione uno come Sofri, condannato su vaghi indizi come mandante e non esecutore di un delitto, mentre i membri di tutto lo stato maggiore del terrorismo rosso o nero - rei confessi - sono liberi e vengono giustamente aiutati da associazioni pubbliche e da privati a rifarsi una vita, è una sproporzione. Una disparità talmente grande ed evidente che ognuno di noi si chiede: ma come è possibile, come può accadere che le autorità, i delegati dal popolo, il popolo, non sentano che questa disparità è un'offesa, un vulnus alla intera società, una violazione del patto sociale appesa al diritto formale ma estranea a quello naturale? E che va superata, come si scioglie un cattivo incantesimo, come si esce da un incubo.

I GIUDICI che hanno confermato la condanna di Sofri hanno scritto nelle loro sentenze considerazioni sul caso e sul personaggio che sono una esortazione a restituirlo alla libertà. Perché cadono nel silenzio? Ecco, è questa implacabilità persecutoria, che si attacca a tutti i cavilli, a non essere più sopportabile, e che va corretta. Ma nella nostra esortazione a risolvere il caso Sofri restituendolo comunque ai suoi cari, alla sua casa, ai suoi libri, c'è un'altra e più decisiva ragione: esiste un rapporto fra un individuo e la società che non può essere ignorato, un conto di ciò che si è preso e di ciò che si è dato. Ebbene ciò che Sofri ha dato e sta dando alla società è molto, moltissimo come testimone di questo tempo, come uno che per conto di tutti cerca di capirlo con una oggettività intellettuale che sembra quasi impossibile nell'opportunismo e nel conformismo generali. Questa sua presenza intellettuale è o no una ricchezza per tutti e che va restituita a tutti? Si dirà che la qualità delle sue lettere dal carcere è dovuta in parte alla sensibilità che il carcere acuisce, ma nessuno, credo, vorrà tenercelo per conservare questa tensione. Chi segue queste sue lettere sente verso Sofri un debito di riconoscenza, come con uno che in un tempo di propagande e di menzogne soffocanti continua a cercare, a spiegare, a distinguere con una passione per la ragione mai così umiliata e disattesa in questo tempo di aride rivoluzioni tecnologiche. Nel mare grigio di una politica mediocre, ripetitiva, a volte farsesca, ogni tanto arriva un suo richiamo, in lingua corretta, a occuparci di cose vere, che ci toccano nel profondo come la recente sul caso Silone e sulle tentazioni della doppiezza.


C'è un'ultima ragione per restituire Sofri alla libertà. Quella di porre fine alla sua sfida di innocenza: non voglio la vostra compassione, i vostri condoni, voglio che sia riconosciuta la mia innocenza. Che pronunciata in un modo più incline alle false accuse che alle rivendicate innocenze può sembrare superbia. Adriano Sofri appare fisicamente come uno di quegli ometti di acciaio che scampano ai naufragi e alle marce estenuanti. Ma il carcere è una brutta bestia da cui dobbiamo liberarlo.


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