Occhi bendati
di GIORGIO BOCCA
Repubblica, 2
marzo 1999
La sesta sezione della corte d'Appello
di Brescia ha respinto la domanda di revisione del processo presentata
da Sofri, Pietrostefani e Bompressi condannati per l'omicidio
del commissario Calabresi. Non è ancora la chiave della
prigione gettata in un fiume, i difensori hanno ancora la possibilità
di ricorrere in Cassazione, ma si rafforza l'impressione che il
nostro sistema giudiziario voglia chiudere ogni via di uscita
per non smentire i colleghi giudicanti e l'istituzione.
L'esercizio della giustizia è fra i più ardui ma
questo inchiodare Sofri e i suoi compagni a un fatto di decenni
fa su cui sono stati dati giudizi contrastanti ora di condanna
ora annullati lascia perplessi. Ci si chiede quando le forme della
giustizia tengano conto dei tempi, delle situazioni, degli stessi
imputati con il passar degli anni e quando debbano restare immutabili,
intoccabili come chiodi di acciaio; che rapporto ci sia fra la
giustizia e la pubblica opinione e la storia passata e presente
di una comunità; e quando la sua autonomia debba resistere
come una torre di avorio, attorno agli articoli dei suoi codici,
e quando invece tener conto del tempo che passa e degli uomini
che cambiano. Questa giustizia, ci pare, dovrebbe pur distinguere
fra coloro che la rispettano, la riconoscono e quelli che la diffamano
e la rifiutano come certi personaggi di Tangentopoli che dopo
regolari condanne continuano a proclamarsi perseguitati. Sofri
e gli altri l'hanno riconosciuta e rispettata presentandosi a
un processo a cui erano chiamati come mandanti, non come esecutori
diretti ma come una sorta di "cupola" del movimento
Lotta continua. In anni, si badi, in cui la Suprema corte di Cassazione
non aveva ancora riconosciuta la responsabilità della direzione
di Cosa nostra per i delitti di mafia. Una disparità di
giudizio che non depone a favore dell'autonomia della giustizia
e che testimonia dei suoi legami con la politica.
A prova della colpevolezza di Sofri e degli altri c'era solo la
testimonianza del pentito Marino, come nei processi di mafia c'
erano solo testimonianze simili, ma per la Cassazione il pentito
Marino valeva e i pentiti che accusavano Riina, Calò e
gli altri della Cupola no. La mafia era sottoposta a giurisdizione
speciale? Perché decideva le elezioni nelle province sotto
il suo controllo? Scrivemmo dopo la prima conferma della condanna
arrivata dopo lunghissimi anni che essa aveva ignorato qualcosa
di decisivo per un giudizio: che un uomo cambia negli anni sia
perché il tempo comunque non passa invano sia perché
in quel tempo può aver dato prova di essere un uomo onesto,
un uomo che merita rispetto, un uomo che ha pagato anche se convinto
di essere innnocente o vittima di eccezionali dannate combinazioni.
In questi anni Sofri ha dedicato la sua vita a por riparo alle
ingiustizie e alla cecità, di quel vai e vieni oscuro che
è la nostra storia sino al punto di apparire come uno che
espiava per una condanna che rifiutava. E questo è tanto
più vero da quando è ritornato in prigione e dalla
prigione scrive lettere o riflessioni di grande intelligenza ma
che non si liberano dalla tristezza della cattività. Dicono
che la sentenza della sesta sezione della Corte d'appello di Brescia
si componga di un centinaio di pagine in cui il no al rifacimento
del processo sarà dottamente motivato. Ma anche a lettura
avvenuta resteranno domande senza convincenti risposte.
La giustizia da cui Sofri e gli altri sono stati condannati è
davvero così limpida, certa, indiscutibile da giustificare
pene severissime per dei presunti mandanti e non esecutori di
un delitto? Si direbbe proprio di no perché dei due processi
uno è stato annullato, segno che non c'erano certezze sovrane
e inoppugnabili. Si aggiunga che i difensori hanno richiesto un
nuovo processo affermando di poter portare nuove testimonianze,
nuovi indizi di innocenza. La nostra giustizia non poteva permettersi
una simile ripetizione? Un accertamento definitivo? Eppure il
caso, a nostro avviso, lo meritava ampiamente. La giustizia si
dice non è politica e non è storia è accertamento
delle prove e applicazione del codice. Ma questa giustizia, che
in applicazione delle leggi ha mandato o sta mandando liberi i
terroristi rossi o neri, se la sente davvero di tenere in carcere
per un numero spaventoso di anni i dirigenti di un movimento che
ebbe il grande merito politico di dire di no alla lotta armata
e di autosciogliersi piuttosto che accettarne le complicità?
Davvero vuol far finta di credere che gli anni di piombo siano
stati una normalità a cui si poteva applicare la legge
normale, o non un periodo di follia sociale a cui per il bene
di tutti conveniva porre termine? Davvero tenendo Sofri e gli
altri in una galera che li uccide possiamo dire: da quel terribile
passato ci siamo finalmente liberati. O piuttosto: a quel passato
vogliamo restar legati con questa loro condanna a ogni prezzo.