RESTA SOLO LA GRAZIA


di GIORGIO BOCCA
Repubblica, 19 marzo 1998



NON HO nessun elemento certo per affermare che il rifiuto da parte della Giustizia di riaprire il caso Sofri è ingiusto e non ne ho per dire che Sofri e i suoi compagni sono innocenti o colpevoli. E invidio Dario Fo per la disinvoltura con cui, di questo rebus giudiziario, ha fatto una pièce teatrale. Non ho nessun elemento certo per affermare che il testimone Marino è un mentitore e un mitomane.

E NON ho elementi per sostenere che decine di magistrati, che conosco per persone non so se esemplari ma certo normali nell'esercizio della loro professione, si sono prestate a una orrenda congiura giudiziaria per mandare in carcere degli innocenti e non so, ventisei anni dopo, come una legge normale, un codice di pace abbia potuto configurare una violenza politica commessa in un periodo di generale follia politica.
Ma so alcune cose che rappresentano per me e per una larga parte della pubblica opinione quel che si dice con una parola inimitabile un cauchemar, un forte disagio morale e umano: tenere in galera per decine di anni delle persone non si sa se colpevoli o innocenti e che comunque non sono più quelle di un quarto di secolo fa. In tutti questi anni di alterne vicende processuali, in questi ultimi in particolare, una parte dell'opinione pubblica, non dico maggioritaria ma di sicuro peso nella vita di questo Paese, ha fortemente sperato che qualcuno, qualcosa le togliesse questo irresolubile nodo, dalla mente e dal cuore. Una grazia del presidente della Repubblica, un indulto votato dal Parlamento.
Ultima carta è rimasta la revisione del processo, una carta purtroppo molto discutibile. Umberto Eco ha scritto per Micromega un articolo ora ripreso da Le Monde in cui dice "che il processo Sofri andava riaperto nel nome del buon senso. Ammettendo che Sofri sia colpevole, le ragioni che hanno indotto a dichiararlo tale sono cattive. E questo dovrebbe preoccupare tutti, compresi i sostenitori della colpevolezza di Sofri". Ma cercare una via d'uscita al nodo gordiano, al peso che portiamo nella mente e nel cuore per le vie giudiziarie probabilmente è stato un errore, anche se non c'erano molte alternative. La giustizia non si regge sul buon senso, ma sulla convenzione sociale che le attribuisce lo spaventoso, a volte assurdo potere di sentenziare. Alla richiesta di seguire le vie giuridiche per annullare il processo la giustizia convenzione sociale, funzione sociale, ha risposto secondo gli articoli del codice e le procedure: non c'erano nuovi elementi sufficienti per rifare il processo. La Giustizia non può autoprocessarsi e riconoscere con il rinvio a nuovo processo che i suoi giudici sono stati prevenuti o disattenti. Se l'uccisione del commissario Calabresi fu, come fu, una violenza politica avvenuta in una stagione di soverchianti violenze politiche il solo modo di uscirne è una decisione politica, del capo dello Stato o del Parlamento.
Chi scrive, dicevo, non ha nessuna certezza né giuridica né processuale, non sa se quella violenza fu premeditata o autogenerata dalla violenza dilagante, se un mandato ci fu o se fu male ed estensivamente interpretato, ma sa che oggi non si sentirebbe in alcun modo di chiudere le porte del carcere per la vita, perché di questo si tratta, su alcune persone, Sofri in particolare (dico lui perché gli altri non li conosco) simpatico o meno ma a cui siamo debitori di iniziative ed esempi civili. L'Italia del potere cerchi almeno in questa occasione di essere meno furba, meno egoista, non cerchi un'altra volta di passare ad altri il cerino acceso. I modi per sciogliere il nodo gordiano ci sono, neppure i parenti della vittima si oppongono alla concessione di una grazia.