"L'Arma, i giudici, il Pci..."

Parla Boato: ecco i nemici di questi dieci anni


STEFANO MARRONI, Repubblica 20 marzo 1998



ROMA - ""Alla fine non si sarebbe potuto dire chi era stato..."". Ha in mano il Foglio, Marco Boato, rilegge la rubrichina di Adriano Sofri, le poche parole a cui nel giorno del sipario su una qualunque soluzione giudiziaria del suo caso il capo di Lc affida un'accusa oscura: "Circa dieci fa - scrive - qualcuno, chissà chi, diede l'ordine di affondarci a tutti i costi". Legge in silenzio, Boato. Tutto, meno la frase che scandisce ad alta voce. Come se avesse molti dubbi in meno del suo vecchio compagno sulla paternità di quell'ordine: "Quel che Sofri chiama un "ordine" risale a molti anni prima dell'88: era la volontà di far pagare a Lotta continua il suo ruolo nella controinformazione sulla strage di Milano, sulla morte di Pino Pinelli. Poi, negli anni, su questa volontà si sono verificate saldature nuove. E di questo credo parli Adriano".
Cioè di cosa, onorevole Boato?
"Dell'intreccio tra una componente di destra degli apparati dello Stato e l'anima veterocomunista, il giustizialismo stalinista del vecchio Pci. Si sono intersecate le volontà di un settore dei carabinieri della divisione "Pastrengo", che oggi sappiamo responsabile anche dello stupro di Franca Rame, e quella di un pezzo di apparato comunista. In mezzo, a fare da ponte, la procura e l'ufficio istruzione del tribunale di Milano".
Non sono accuse lievi.
"Ma sono in grado di motivarle, se andiamo con ordine. Vede, Lotta continua era un movimento estremista, ma chiunque l'abbia conosciuta sa che non era un'organizzazione segmentata, compartimentata, segreta. Anzi...".
Lei esclude che ci fosse una struttura illegale, dentro Lc?
"Certo. Come tutte le forze di sinistra in quegli anni - compresi Pci e Psi - ci ponemmo il problema di affrontare un possibile colpo di Stato senza venir spazzati via in un giorno: case e telefoni sicuri, rifugi dove ciclostilare... Queste cose. Chi non era d'accordo, uscì. Sergio Segio, Roberto Rosso, Enrico Baglioni - i fondatori di Prima Linea - non hanno mai fatto cenno a doppi livelli di Lc".
E allora perché quegli articoli su Calabresi sul vostro giornale?
"Non voglio difenderli. Furono articoli in molti casi davvero sciagurati. Ma il giornale, per quegli articoli, venne processato e assolto anche dall'accusa di apologia di reato. Come si può pensare di usarli come prova che Lc avesse deciso e organizzato l'omicidio? Eppure nasce in quei mesi, la decisione di imputare a noi responsabilità dirette nella morte di Calabresi".
Che prove ne ha?
"Da allora, fin dalle accuse infondate ad Angelo Tullo e Marco Fossati, la procura e l'ufficio istruzione da una parte e i carabinieri dall'altra hanno lavorato sempre sull'idea di provare che fossimo stati noi".
Calabresi era un poliziotto. Come mai erano i carabinieri a indagare?
"Non lo so, e mi ha sempre enormemente colpito. Ricordo che nel '71 riuscii a far arrestare due ufficiali di Verona con l'accusa di aver tentato una strage al tribunale di Trento. Mi dissero che i carabinieri non ce l'avrebbero perdonata mai. Non so se è vero, ma sta di fatto che ogni volta, da allora, in questa storia sono spuntati fuori i carabinieri. Anche quando venne fuori che Sofri forse era il mandante anche dell'omicidio Rostagno, all'origine del sospetto era un rapporto segreto di un capitano del Ros di Trapani in missione a Milano".
Dove l'attività dei carabinieri era sotto il controllo della magistratura.
"Esatto. Molti anni fa, un avvocato mi venne ad avvertire che erano pronti dei mandati di cattura per me, Sofri, Viale e altri per l'omicidio Calabresi. Dicendomi di scappare, perché il giorno dopo saremmo stati arrestati. Io cercai Sofri a Firenze, gli raccontai tutto. Mi chiese: "Tu che fai?". E io: "Vado a dormire. E' una follia". "Allora vado a letto anch'io". Ci ho ripensato dopo, a quella notte: si immagina se p er qualche giorno fossimo spariti?".
Fu una provocazione?
"Sicuramente. Uno spiffero lasciato uscire perché arrivasse a noi. Ma c'è altro. C'è quel giudice istruttore di Milano che nell'86 andò da un terrorista dissociato e fuori verbale, senza avvocato, gli chiede se "per caso" il mandante dell'omicidio non potesse essere un insospettabile, impegnato nella lotta al terrorismo: insomma, io. Lui era uno corretto, avvertì il suo avvocato. Con quello che capita con certi pentiti, credo di essere stato davvero fortunato...".
Chi era quel giudice? Guido Salvini?
"Non voglio fare nomi, anche perché su questa vicenda è aperto alla Consulta un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato: io ero già un parlamentare. Come nell'88, quando mi vidi recapitare una comunicazione giudiziaria per concorso in omicidio volontario. Rimasi esterrefatto. E pensare che pochi giorni prima, con una ingenuità sconcertante, ero andato da Ugo Pecchioli a dirgli: "Hai visto? Sono impazziti: hanno arrestato Sofri!".
Perché, ingenuità?
"Perché Pecchioli mi fece capire che era informato di tutto".
Non le pare di parlare come Berlusconi, i-giudici-longa-manus-del-Pci o viceversa?
"Senta, io sono sempre stato colpito dal fatto che Marino sia andato a confidarsi con il senatore Flavio Bertone, ex sindaco comunista di La Spezia, prima di andare dai carabinieri. E anche che quando il pm Pomarici deve indicare un difensore per Marino scelga Gianfranco Maris, anche lui del Pci. E poi...".
E poi?
"Ricordo un episodio dell'83. Avevo deciso di non ricandidarmi, dopo una legislatura nel gruppo radicale, ma ricevetti due proposte. I socialisti mi chiesero di entrare in lista da indipendente. Ma a sorpresa mi chiamò anche Roberto Vitali, segretario del Pci lombardo. Spiegandomi che anche se non condivideva molte mie posizioni, all'unanimità il comitato regionale aveva deciso di offrimi la candidatura a Milano".
Lei rifiutò?
"No, anzi. Ma gli chiesi 48 ore per riflettere. Invece, l'indomani, mi chiamò lui. Era imbarazzatissimo: "Tu mi odierai, mi disse, ma devo ritirare l'offerta. È successa una cosa imprevista: avevamo l' ok di Pajetta e Reichlin sul tuo nome, ma a Roma, in Direzione, la nostra proposta ha trovato una resistenza insormontabile". Io dissi che capivo, che non l'odiavo affatto. Finì lì. Ma giorni dopo una persona mi raccontò come erano andate le cose: "Si è deciso che non se ne poteva far niente - mi disse - perché non si può escludere che nel prossimo futuro tu venga coinvolto in responsabilità per fatti di terrorismo. Pecchioli ha minacciato le dimissioni, nel caso tu venissi candidato". Sapevano tutto, a Botteghe Oscure. E cinque anni prima del "pentimento" di Marino...".