Daniele Biacchessi

Il caso Sofri

Cronaca di un'inchiesta


QUEL GIORNO IN VIA CHERUBINI

Mercoledì 17 maggio 1972. Ore 7, 30. Milano si alza con la sveglia puntata, alla stessa ora, quella di sempre. La radio parla di traffico intenso sulla tangenziale, di qualche incidente in città. Il terreno è scivoloso, si prevedono pioggia e grandine in mattinata. Lo speaker racconta le notizie del giorno: un operaio di Dalmine che cade da un'impalcatura, la visita di Nixon a Mosca, l'isolamento da Huè, in Vietnam, della base americana di Danang, lo sciopero di trecentomila statali. Siamo nel mezzo di una settimana come tante. I taxisti si recano alla solita fila in Stazione Centrale, portano uomini di affari negli aeroporti, borse zeppe di carte, agende, appuntamenti.

C'è la metropolitana stracarica di persone, la linea 1, quella che va da Sesto San Giovanni a Lotto. I filobus 90 e 91, che percorrono la circonvallazione esterna, sono presi d'assalto. Corrono in ogni direzione, ognuno per la propria strada. Vanno via, veloci con le mani ficcate in tasca, il bavero alzato e il giornale tra le braccia. Poi consumano le colazioni in fretta, un cappuccino, una pasta, il biglietto del tram. Alle 9 i mezzi pubblici sono già vuoti. Milano è ormai dentro alle fabbriche . Si sente il respiro affannoso degli altoforni di Sesto, i torni e le frese della Falck, il carico e lo scarico dei camion della Pirelli Bicocca, i rumori metallici della Breda. Anche i telefoni degli uffici del centro iniziano a squillare.

Sono le 9, 15. Un suono acuto: è il ricevitore della centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della Questura. La voce, lontana e metallica, giunge dalla radio di un equipaggio della squadra volante della polizia. "C'è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini" - dice concitato - "bisogna trasportarlo all'Ospedale San Carlo". Alla Centrale chiedono spiegazioni, fatti, nomi. "E' il commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola, sta sanguinando dal capo, chiamate altre vetture, che arrivino subito, fate presto, non si può perdere un attimo". La Centrale Operativa da l'allarme ma ormai è troppo tardi.

I poliziotti che giungono in via Cherubini 6 trovano un uomo privo di sensi, ricurvo, col volto sporco di sangue, le punte dei piedi e le ginocchia appoggiate al suolo, il braccio sinistro piegato sotto il petto e la spalla inclinata verso terra. Il commissario Calabresi cade tra la sua 500 rossa e una Opel Kadett, parcheggiate con la parte anteriore accostata allo spartitraffico. "Mandateci un'autoambulanza, fate presto"- strilla l'agente dalla radio - "forse si riesce a salvare". Passano pochi minuti e il ferito viene trasportato al San Carlo da un auto della Croce Bianca. Dentro ci sono i lettighieri Zamproni e Bassi. Calabresi muore alle 9, 47 mentre l' infermiere Monteleone e la dottoressa Rosaria Crapis tentano la rianimazione con la bombola d'ossigeno. Lo svestono tagliando i vestiti insanguinati, lo intubano ma non c'è nulla da fare. In ospedale i medici accertano che il commissario Calabresi presenta ferite d'arma da fuoco al capo, alla base dell'emitorace destro e alla regione media polmonare sinistra posteriore.

Via Cherubini e l'Ospedale San Carlo distano poco meno di tre chilometri. A quell'ora il traffico non lascia tregua e tra le auto si affannano i cronisti che devono fare uno sforzo per non perdersi un attimo delle indagini sull'omicidio. Il giornale radio della Rai ha già trasmesso un'edizione straordinaria, ci sono gli inviati che vagano per la città, pronti a prendere una testimonianza, una dichiarazione in grado di spiegare la morte di un commissario di Polizia, addetto all'Ufficio politico della Questura di Milano. Uno dei primi giornalisti che assistono alla scena dell'omicidio è Carlo Rossella, allora inviato a Panorama. A Italia Radio, molti anni dopo, fornisce questa ricostruzione . "Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C'erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima di veleni. Un commissario, amico di Calabresi disse che c'era una guerra in corso. C'era un 'atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una Fiat 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In Questura dissero che bisognava indagare negli ambienti della sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui Gap. A Milano c'era un'atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c'era tensione. Polizia e carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra".

Alle 9, 15, via Cherubini è stracolma di gente, ognuno ha visto qualcosa di confuso, altri sembrano offrire spunti investigativi importanti. Sono i testimoni oculari dell'omicidio Calabresi. Emma Maffini ricorda un particolare di qualche giorno prima. E' il 9 maggio. Alle 8, 30 vede una persona passeggiare sul marciapiede sotto l'abitazione di Calabresi, si ferma spesso e porta un giornale vicino al volto. Lo vede sei volte nei giorni successivi, fino al 17 maggio. E' alto 1, 75, capelli tra il biondo e il castano, viso non molto lungo, colorito pallido, carnagione chiara, fronte normale, naso regolare, mani curate, pantaloni e giacca verdi, magro, forse straniero, di origine nordica. Paolo Ratti è amico personale di Calabresi. Ai poliziotti dice che il commissario nell'ultimo mese mostra preoccupazione, gli fa presente di temere per la sua incolumità. Ha il sospetto di essere seguito e spesso compie lunghi giri per poi tornare in Questura, evitando così di rientrare a casa. Un altro cittadino milanese, Pietro Pappini, percorre via Cherubini con la sua Alfa Romeo 2000. Si dirige in via Mario Pagano. Scorge una Fiat 125 blu targata Mi-16802 che procede lentamente. Supera Corso Vercelli e nota, a non più di venti metri, un uomo alto uscire dal portone e attraversare la strada.

Pappini passa davanti alla macchina che lo precede e racconta in questo modo la scena dell'omicidio : "Dalla Fiat 125 scende un uomo anch'egli molto alto, che raggiunge il commissario, gli punta la pistola con canna lunga, ed esplode due colpi alla tempia o alla nuca. Mentre la vittima si accascia al suolo, lo sparatore, tiene sempre la pistola in mano, indietreggia e raggiunge la Fiat 125 blu, che nel frattempo si era avviata, prendendo posto sul sedile accanto a una donna alla guida". Anche Luigi Gnatti, a diversi quotidiani, fornisce il particolare della donna al volante della 125 blu. "A fianco dello sparatore c'era una donna, mi sembrava molto giovane". Adelia Dal Piva abita poco distante dal commissario e quella mattina del 17 maggio 1972 scende da casa per imbucare le lettere. Vede una Fiat 125 blu che sale con la ruota anteriore destra sul marciapiede. "Scesero un uomo e una donna che stava al posto di guida: portava pantaloni neri, un giacchetto senza maniche e senza collo che scendeva fino alle cosce. Era nervosa come se fosse desiderosa di raggiungere al più presto una meta determinata. L'uomo aveva un'altezza di 1, 80, magro, capelli tra il biondo scuro e il castano. Camminava in modo flemmatico. Passarono davanti ad un chiosco e raggiunsero un Alfa Romeo Giulia. L'uomo salì sul sedile posteriore destro, la donna in quello anteriore destro e dentro all'Alfa c'era un altro uomo che stava alla guida". Un'altra testimone, Margherita Decio, è alla guida della sua auto, si immette in via Cimarosa, attraversa corso Vercelli e giunge in via Cherubini. Sente a quel punto un colpo secco d'arma da fuoco. Nota un individuo alto 1, 75-1, 80, magro, con una pistola in mano, canna lunga, che attraversa la strada per portarsi sul lato destro. Entra nella 125 blu. A fianco c'è un' Alfa 2000. La signora Decio è una teste importante: lei scorge il numero di targa della 125, lo annota su un taccuino e più tardi lo rivela agli inquirenti. "Ho capito che era avvenuto qualcosa di tragico e mi sono subito affrettata a rilevare il numero di targa, sulla quale si erano allontanati i due occupanti. Questa autovettura era targata Mi-16802".

In via Cherubini abita anche Luciano Gnappi. Sta da anni con la famiglia al 4 di quella strada. Il commissario non lo conosce personalmente, solo di vista. Sa chi è. Gnappi si deve recare a lavoro, e fa le identiche cose da anni ma quel giorno osserva un uomo che raggiunge il commissario: è armato di pistola a tamburo, a canna lunga. E' alto 1, 85, con giacca scura e maglione nero con collo alto. Esplode due colpi a distanza di pochi attimi: il primo al capo, il secondo con traiettoria più bassa. Il killer entra nella 125 e si dirige in via Pagano.

La Fiat 125 blu fa slittare forte le ruote e parte a razzo. Giuseppe Musicco, invalido del lavoro, è sulla sua Simca 1500. Proviene da Via Giotto e imbocca Via Cherubini. All'improvviso una macchina lo tampona, si volta e vede la 125 che ha urtato il parafango e il paraurti anteriore sinistro e si da alla fuga. Musicco si ferma in via Cherubini, esce dalla macchina e nota un via vai di persone all'altezza del numero 6. Associa l'incidente a quella persona priva di sensi sul selciato e decide di fornire il suo racconto alla polizia. I killer lasciano la 125 in via Ariosto, proprio all'angolo con via Alberto da Giussano. La polizia scientifica fa il sopraluogo e ritrova un ombrello da uomo di tipo retrattile, un pezzo di matita, un paio di occhiali da sole da donna con lenti grigio-azzurre, un apparecchio radio registratore. La vettura risulta rubata e la proprietaria Anna Maria Gabardini dichiara di non riconoscere come proprio granché di ciò che è contenuto nella 125, tranne lo stereo che si scoprirà in seguito modificato e in grado di ricevere le frequenze della polizia, i taxi e la radio assistenza al volo. Al volante c'è dunque una donna. Ne sono convinti gli inquirenti che in un rapporto successivo all'omicidio, il 10 giugno 1972, scrivono che "dall'autovettura scendono due persone, un uomo e una donna" e accertano che la 125 "parte in direzione di via Mario Pagano, svolta a destra per evitare il semaforo, percorre via Rasori e raggiunge via Ariosto, angolo via Alberto da Giussano, dove viene abbandonata davanti all'agenzia 10 della Banca Popolare di Novara". Un portavoce del Ministero dell'Interno detta il suo comunicato. "Siamo completamente esterrefatti e sgomenti. La notizia si commenta da sé. E' il frutto di una campagna terroristica da tempo in atto. Lo hanno ucciso un uomo e una donna. E' certo. Erano a bordo di una macchina rubata, come se fosse una rapina".

Si mette in moto la macchina delle indagini. I periti accertano l'entità dei due colpi che uccidono Luigi Calabresi: quello mortale viene esploso direttamente alla nuca, l'altro invece alla schiena. Il magistrato Viola riporta il referto medico: "discontinuazioni craniche meningoencefalite da proiettile da arma da fuoco". Il cadavere del commissario viene trasportato in fretta all'Istituto di Medicina legale, sempre su ordine di Viola. Il 18 maggio si effettua l'autopsia. La linea delle indagini si muove in quei tre chilometri che separano via Cherubini dall'Ospedale San Carlo. Le volanti si aggirano per la zona, setacciano ogni angolo e cercano quel proiettile che trapassa la schiena di Calabresi. Non lo trovano. Sanno che può risultare determinante per capire con quale arma il delitto si compie. Al San Carlo, intanto, il questore Allitto Bonanno ordina ai suoi uomini di portare via i vestiti tagliati e insanguinati e gli effetti personali del capo della Digos. Ciò che Calabresi ha in tasca viene consegnato alla moglie, Gemma Capra, mentre i vestiti spariscono nel nulla. Così come la macchina, lasciata per anni in un deposito fino alla definitiva rottamazione. Nessuno chiede a Bonanno un accertamento. Viola non dispone nemmeno una perizia medico-legale.

Enrico Deaglio, nel settimanale "Diario" del 12 marzo 1997, ricostruisce il dettaglio del proiettile. "Dal capo vennero estratti un grosso frammento di proiettile marca Giulio Fiocchi calibro 38, molto deformato dall'impatto con le ossa del cranio, e altri tre piccoli frammenti metallici: del secondo proiettile, che non era stato trovato, venne stabilito il tragitto, benché molto sommessamente; era entrato nella regione lombare destra ed era fuoriuscito dalla regione sottoscapolare sinistra".

 

FRAMMENTI

Un proiettile non possiede un'anima. Quando entra nel corpo di un uomo devasta ogni organo, lacera, frantuma. Ma lascia le sue tracce. Non ha un Dna preciso. Rimane nei frammenti un'impronta indelebile che consente gli esperti di perizie balistiche di ricostruire la provenienza dell'arma che lo ha fatto esplodere. Quei frammenti non hanno un nome, se non dell'azienda che li ha costruiti, prodotti e poi venduti. Presentano spesso polveri e grassi; lasciano alla memoria di chi li studia, le striature e i solchi delle pistole. Studiando la composizione di quei pezzi di metallo ormai in disuso, si può arrivare a risolvere casi giudiziari complicati, aprire nuove ipotesi, abbandonarne altre. Così il ruolo del perito balistico diventa fondamentale. Ogni sua deduzione e verità si trasforma in indizio che gli investigatori più preparati portano come prova ai processi. Le indagini sul delitto Calabresi accertano che due proiettili calibro 38 vengono sparati alla testa e alla schiena del commissario, da una pistola Smith&Wesson a canna lunga. Così è scritto nelle sentenze, nei verbali di polizia e carabinieri. Ma non sempre quello che appare risulta verosimile.

Nel maggio'72, poliziotti stanno ancora in via Cherubini, da ore, da giorni. Cercano quel secondo proiettile tra i vestiti del commissario, sulla lettiga che lo ha trasportato all'Ospedale San Carlo, nei locali dei pronto soccorso, sul luogo del delitto. Setacciano ogni angolo della strada, fermano i passanti, si accertano che nessuno possa averlo preso. Il 28 maggio 1972, un abitante di via Cherubini, Federico Federici, ferma un agente di pubblica sicurezza in servizio e consegna materialmente un proiettile calibro 38. Dice di averlo trovato a quaranta metri circa dal punto in cui Calabresi si accascia e muore. Indica un punto preciso, in via Belfiore angolo via Cherubini. Si scopre che il signor Federici non è il solo a portare indizi agli inquirenti.

Il 20 maggio, otto giorni prima, Emanuele Recchia scorge a terra un bossolo a dieci metri dal luogo dell'omicidio: è un calibro 7, 65, di marca Beaux. La Fiat 125 blu viene invece esaminata dalla polizia scientifica. Non vi è traccia di impronte digitali. Sembra ai più, un lavoro eseguito da professionisti. L'automobile viene portata nel cortile della Questura di Milano, in via Fatebenefratelli. Più tardi, emerge un proiettile "Fiocchi" calibro 38 e su questo si concentra l'attenzione degli inquirenti. Formalmente nessuno lo ha trovato. Nessun poliziotto e carabiniere di polizia giudiziaria ne parla. Però c'è. Di quel proiettile esiste una fotografia in bianco e nero. Il 10 giugno '72, la Questura invia alla Procura un dettagliato rapporto in cui ricostruisce la dinamica dell'attentato e informa dell'esistenza di quattro proiettili, gli unici menzionati oltre il frammento risultante dalla necroscopia. Compare agli atti del processo il 3 agosto 1972 perchè gli uomini della Questura lo depositano tra i corpi di reato. Nella busta che lo contiene qualcuno lo individua come "un proiettile repertato in ospedale". E' identico a quello consegnato dal signor Federici ?

Il proiettile su cui si concentrano le inchieste è il primo di una lunga serie di reperti. "Una busta contenente frammento metallico rinvenuto presso la lesione del cranio del cadavere del dott. Luigi Calabresi; frammenti di proiettile rinvenuto presso la parte terminale del capo;una lettera dell'Istituto di Medicina legale dell'Università degli studi di Milano; due pallottole sparate con la pistola calibro 38 sequestrate a Selene Tapia Rene; cinque pallottole di piombo sparate dal revolver Smith&Wesson, modello Airweight, calibro 38 special, dall'ingegner Salza; una bustina contenente proiettili esplosi dalle armi della banda Baader-Mainhof". Il verbale di consegna all'ufficio corpi del reato fa riferimento ad un rapporto della Questura del 2 agosto. Deve contenere, almeno in teoria, indicazioni precise sul rinvenimento del proiettile. Così non è. Non vi è traccia del documento in nessun atto processuale. Viene comparato con altre armi fornite dalla Questura. Le prove sono effettuate dall'ingegner Salza. Non lo trovano i lettighieri, gli infermieri, il responsabile di polizia dell'Ospedale San Carlo, la scientifica. L'ispettore di polizia Francesco Pedullà firma il rapporto e ammette che qualcuno porta di persona il proiettile in Questura. Il medico legale, dott. Giuseppe Donizzetti certifica. "La ricerca del proiettile in altre sedi è stata negativa".

Dal capo del commissario, i medici estraggono un grande frammento di proiettile: è un "Fiocchi" calibro 38, in gran parte deformato. Nel 1972 viene definito inutilizzabile dai periti Salza, Cerri e De Bernardi. La perizia viene chiesta dal sostituto procuratore della Repubblica Libero Riccardelli che chiede di analizzare le due pallottole rinvenute nel corpo del commissario Calabresi e di metterle in relazione con una pistola sequestrata a Christian Ring. Ma anche di questo importante reperto rimane una fotografia nitida. Passano gli anni. Il professor Antonio Ugolini realizza diverse comparazioni delle fotografie dei due proiettili. Utilizza tecnologie che nel 72 non esistevano: con l'ausilio di mezzi informatici sofisticati entra nel merito della composizione dei frammenti. Giunge ad una conclusione che espone in una relazione di centoventi pagine con diagrammi e allegati fotografici. I due proiettili dell'omicidio ritrovati provengono da pistole che hanno caratteristiche diverse: differenti sono le rigature, le striature e le microstriature. Nel grosso frammento i solchi longitudinali alla sua base hanno passi differenti dall'altro proiettile. Se si osserva la fotografia attentamente si notano microstriature longitudinali che mancano nel proiettile esaminato nelle indagini. Lo stesso bianco e nero del "Fiocchi" calibro 38 porta alla luce altre differenze: all'apice mancano le tipiche tracce dei proiettili che attraversano gli indumenti.

Nel '97, il professor Giorgio Accardo, prosegue il lavoro di Ugolini. E' il direttore del laboratorio di Fisica dell'Istituto Centrale del restauro di Roma. Utilizza un metodo recente di elaborazione informatica di fotografie, in grado di ottenere risultati che evidenziano la caratterizzazione "micromorfologica" delle superifici e consentono analisi delle improntature dei proiettili . Le fotografie dei due reperti dell'epoca vengono esaminate. Accardo accerta che "la qualità delle immagini su cui si dovevano condurre le analisi fossero confrontabili ed accertandone la compatibilità in termini di precisione della messa a fuoco delle immagini e in grado di definizione o risoluzione spaziale". Nella relazione, il perito balistico Antonio Ugolini sfrutta questa nuova elaborazione per dimostrare che "le improntature dei due reperti si dimostrano incompatibili con gli spari da una stessa pistola e con la successione di colpi(testa-schiena)".

Enrico Deaglio, direttore del Diario, ipotizza uno scenario : "La mia personale convinzione, leggendo il dettagliato parere pro veritate del professor Ugolini, è che egli provi con forti argomenti la tesi che i due proiettili non furono sparati dalla stessa arma. Per cui, o gli sparatori furono due (ipotesi surreale), o lo sparatore sparò con due pistole (teoricamente possibile), oppure il proiettile Giulio Fiocchi calibro 38 su cui si è discusso da 25 anni non c'entra nulla con il delitto Calabresi e fu messo lì forse per insipienza, forse per malizia, forse per dolo. Si può dire che il grosso frammento dichiarato subito inutilizzabile era invece ben utilizzabile, presentava rigature e striature visibili e parte dello stesso fondello con i segni della combustione. Poteva, anzi doveva essere peritato. Che tutte le comparazioni con pistole fatte a partire dal 1972 sono state compiute su un proiettile di cui nessuno ancora conosce la provenienza".

 

L'AGENDA DEL COMMISSARIO

L'asfalto porta ancora i segni dell'omicidio del commissario. E' una fredda sagoma, disegnata da qualcuno con il gessetto. Quel che rimane di una vita entra improvvisamente nei verbali di polizia, nelle stanze dei magistrati, nei resoconti delle volanti e in quelli dei testimoni. Tutto è annotato, schedato, catalogato, ridotto ad un linguaggio burocratico. C'è chi memorizza i ricordi. Camilla Cederna è scomparsa da qualche mese ma nel 1972 è un inviato di punta del settimanale L'Espresso. Di quel 17 maggio, in via Cherubini rimangono le sue parole al programma di Sergio Zavoli, La Notte della Repubblica. "Sono rimasta molto turbata e sono andata immediatamente sul posto. Sono arrivata talmente presto che non c'era ancora la polizia. Poi sono andata al San Carlo per sapere se era morto. Lì mi è stato subito detto da un medico, e dai giornalisti che erano presenti, che mentre il primario componeva la salma di Calabresi nella sala di rianimazione era entrato un mucchio di gente, il prefetto Mazza in testa, e dietro la polizia e i giornalisti. Libero Mazza aveva fatto un segno al primario, come per dire "C'è speranza o no ?" e il primario aveva scosso la testa. E Mazza, rivolgendosi ai giornalisti, aveva detto: "E pensare che è tutta colpa di quella carogna di Camilla Cederna che col suo libro su Pinelli e contro Calabresi, tra l'altro, ha guadagnato decine di milioni"

Quando il killer lo uccide, Luigi Calabresi ha 35 anni. E' il vicedirettore dell'Ufficio politico della Questura di Milano. Lascia una moglie, Gemma, due figli, Mario e Paolo e un terzo che deve ancora nascere, Luigi. Il lavoro di Calabresi non è tra i più facili. Controlla cioè l'attività dell'arcipelago dei gruppi della sinistra e della destra extraparlamentare. Si trova nell'inchiesta più complessa della storia dello stragismo italiano, quella della bomba del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano. Delle fasi iniziali dell'inchiesta, ne è anche l'artefice. Calabresi riceve indicazioni precise dai suoi superiori di Milano, Marcello Guida e Antonino Allegra, che a loro volta dipendono dall'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. La bomba provoca la morte di 16 persone, ed un numero maggiore di feriti. Un altro ordigno inesploso viene rinvenuto, a Milano, nella filiale della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Sempre nelle stesse ore si verificano altre tre esplosioni a Roma: in un' agenzia della Banca Nazionale del Lavoro dove rimangono feriti 14 impiegati; le altre due nei pressi dell'Altare della Patria feriscono quattro persone. Iniziano le indagini. Ufficialmente i funzionari di polizia dichiarano che sono rivolte in tutte le direzioni. In realtà i sospetti vengono indirizzati verso i gruppi della sinistra extraparlamentare e, in particolare, negli ambienti anarchici. Così ventisette militanti del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano vengono arrestati. Calabresi e la Questura di Milano indirizzano le indagini sul gruppo di Pietro Valpreda. Intanto la competenza Così invita Pino Pinelli, anarchico, a seguirlo in Questura viene trasferita a Roma dove la Questura della Capitale indaga sul gruppo anarchico 22 Marzo: uno dei suoi componenti, Mario Merlino, accusa i propri compagni di responsabilità negli attentati. Il tassista Cornelio Rolandi riconosce nella figura di Pietro Valpreda, quel passeggero che accompagna davanti alla Banca Nazionale dell'Agricoltura nel pomeriggio del 12 dicembre. Valpreda viene arrestato, insieme a gran parte dei componenti del circolo 22 Marzo. L'identificazione di Valpreda compiuta da Rolandi si rivela errata: diversi statura, accento e pettinatura. A Milano Calabresi invita l'anarchico Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969: muore, cadendo proprio dalla finestra balcone dell'ufficio del commissario Luigi Calabresi. Assistono alla scena i sotto-ufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e il tenente dei carabinieri Lo Grano.

C'è una donna che ancora oggi non si rassegna alle verità ufficiali della morte di suo marito. E' Licia Pinelli. A PierPaolo Pasolini, nel suo film "12 Dicembre", offre la sua testimonianza. "Venerdì 14 dicembre, è mattina. Ricevo una telefonata dalla Questura. Mi dicono di avvisare le Ferrovie che Pino è ammalato. Poche ore dopo mi richiamano. Comunicano che è in stato di fermo per accertamenti. Alle 22 del 15 dicembre mi chiama il dottor Calabresi, vuole il libretto medico di Pino. Chiedo spiegazioni. Il commissario dice che Giuseppe sta meglio dove è. Poi i poliziotti suonano alla porta e ritirano il libretto. Passano le ore e i giornalisti mi avvisano che Pino è morto"

Aldo Palumbo è un cronista di nera. Lavora all'Unità da anni. E' napoletano, maestro di simpatia e bravura. Quella sera è di turno alla sala stampa della Questura di Milano. Diventa il testimone oculare del volo dell'anarchico Pinelli. "Erano le 23, 57, ricordo l'ora perché guardai l'orologio. Dovevo tornare al giornale per prendere la prima edizione. Ho salutato i colleghi delle altre testate e sono sceso dalla sala stampa. Scesi le scale, mi accesi una sigaretta e arrivai sotto l'atrio. Ho sentito prima dei rumori, qualcosa che cadeva, un grido. Sembrava uno scatolone che cadeva, urtando due volte prima dell'impatto. Erano rumori un po' sordi, due più ravvicinati e uno leggermente distanziato. Il giorno dopo dissi che il corpo aveva urtato probabilmente sui cornicioni della Questura. " Pietro Valpreda, anarchico, ballerino, amico di Pinelli, viene indiziato per la bomba di Piazza Fontana. I titoloni del quotidiano La Notte sono eloquenti. "E' lui, il mostro". Anni dopo quella morte al quarto piano della Questura, Valpreda mi concede un'intervista per Italia Radio. "Pinelli era un amico e un compagno. Il suo fermo di settantadue ore andò oltre i tempi consentiti dalla legge. Rimase nelle mani della polizia per due giorni circa ma si mosse. Telefonò alla moglie Licia. Era una libertà che un uomo sospettato di strage non poteva avere tanto che in caso di pesanti indizi, gli inquirenti si comportavano diversamente. Poi iniziò l'interrogatorio, intorno alle 22. A quel punto avvenne una discrepanza tra le settanta ore precedenti e le ultime due, prima della morte. Forse successe qualcosa che non era da collegare direttamente alla bomba di Piazza Fontana ? Non lo so. Una cosa è certa. Pinelli venne assassinato, sono convinto da anni. Io e Pino eravamo una cosa sola. Non si sarebbe mai suicidato. Voleva troppo bene alle figlie, Claudia e Silvia, alla moglie Licia. Credeva nei suoi ideali politici. Un'altra cosa certa è che il commissario Calabresi non era nella sua stanza nel momento della morte di Pino. C'erano invece un carabiniere e quattro poliziotti dei quali si conosceva tutto, nomi, cognomi, indirizzi. Calabresi sapeva chi ero. Ed era ancor più in contatto con Pinelli perché spesso si recava in Questura per i permessi delle manifestazioni. Sapeva che Pinelli era innocente. Del resto il commissario lo ferma e gli dice di seguirlo con il motorino. Ad un sospettato di strage erano cose che non si potevano permettere".

Nel maggio 1970 il magistrato Caizzi archivia l'istruttoria sulla morte dell'anarchico. Non luogo a procedere. Sull'Espresso Camilla Cederna scrive le sue considerazioni. "Nella stanza erano presenti cinque poliziotti. Il Questore di Milano, Marcello Guida, rilascia delle incaute dichiarazioni in cui sostiene che l'anarchico si è suicidato perché gravemente indiziato della strage, anzi il suicidio stesso sarebbe un evidente autoaccusa. Dagli interrogatori degli agenti presenti al momento della morte di Pinelli emergono numerosissime contraddizioni che fanno sospettare una diversa verità. Tuttavia il giudice istruttore Antonio Amati chiude l'inchiesta archiviandola come un caso di morte accidentale, d'accordo con il pubblico ministero Giovanni Caizzi". Il quotidiano Lotta Continua avvia una campagna stampa contro Calabresi, ritenuto responsabile materiale della morte di Pinelli. Il giornale specifica che il commissario avrebbe ucciso Pinelli con un colpo di karatè alla nuca e di averlo poi scaraventato dalla finestra per simulare il suicidio. Nell'ottobre 1970 si apre il processo per diffamazione intentato dal commissario contro Lotta Continua. Ma il dibattimento prende un'altra piega e i giudici intendono accertare cosa avvenne nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Camilla Cederna non si perde una seduta di quel processo. Sull'Espresso prende i suoi appunti che annota su un taccuino. "Dal collegio giudicante è stato escluso il dottor Puritanò che appartiene all'ala progressista di Magistratura Democratica. Durante il dibattimento i funzionari e gli agenti di polizia non riescono a fornire una versione univoca. Il processo intentato contro il direttore di Lotta Continua Pio Baldelli sembra rivolgersi contro di loro. Gli avvocati di Baldelli chiedono una nuova perizia necroscopica ritenendo parziale e frettolosa la pseudo perizia eseguita subito dopo la morte perché assente il consulente di parte. L'avvocato Michele Lener, legale di Calabresi, si oppone tenacemente". Passano pochi mesi e nel maggio 1971 la Corte decide la riesumazione del cadavere.

L'avvocato di Calabresi ricusa il presidente Biotti e lo accusa di aver espresso più volte in privato la propria convinzione riguardo la colpevolezza del poliziotto. Biotti viene estromesso dal processo. Il 24 luglio la vedova di Pinelli, si rivolge alla Procura Generale:viene nominato procuratore Luigi Bianchi D'Espinosa. Lei chiede che si proceda contro i responsabili della morte del marito. Il 26 agosto il capo dell'ufficio politico della Questura di Milano, Antonino Allegra, viene indiziato per il reato di arresto illegale di Pinelli mentre Luigi Calabresi per omicidio colposo in quanto non avrebbe preso le misure necessarie ad evitare il suicidio dell'anarchico. L'istruttoria va avanti fino all'ottobre 1975. Nella sentenza dell'allora Giudice Istruttore Gerardo D'Ambrosio, è scritto: "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli. Le contestazioni a carico dell'anarchico non crearono e non potevano creare in Pinelli il convincimento che la Polizia fosse in possesso di gravi elementi d'accusa nei confronti suoi o del movimento anarchico. Non è quindi verosimile che Pinelli si sia suicidato. La precipitazione non fu preceduta da alcun segno che potesse prevedere ciò che stava per accadere. La dinamica del passaggio del corpo oltre la ringhiera si esaurì nel volgere di frazioni di secondo". D'Ambrosio dichiara "possibile ma non verosimile" l'ipotesi del suicidio, "assolutamente inconsistente" la possibilità del lancio volontario del corpo inanimato e "verosimile" l'ipotesi di un malore. Resta, a parere di D'Ambrosio, "l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio". Un "malore attivo".

Gerardo D'Ambrosio oggi è procuratore aggiunto a Milano. Insieme a Saverio Borrelli conduce le inchieste sulla corruzione politica e amministrativa. Risponde così al Premio Nobel per la letteratura Dario Fo che contesta la sua sentenza sul caso Pinelli. "Dario Fo vada a rileggersi quella mia sentenza e, dato che è una persona intelligente, sono certo che cambierà idea. Diciamo subito che Calabresi quando Pinelli precipitò dalla finestra non era presente in quella stanza. Non lo dico io. Lo aveva affermato l'anarchico Valitutti, testimone interrogato all'epoca dell'inchiesta. All'epoca vi furono, è vero, ottanta professori universitari che firmarono una perizia che doveva dimostrare come Pinelli era stato lanciato nel vuoto. I professori, per stabilire quella loro verità, fecero la media matematica dei punti di caduta indicati dai testimoni. Noi facemmo invece i riscontri sul luogo del fatto e constatammo dai rami spezzati di un albero che in effetti Pinelli era caduto proprio dove i barellieri dell'ambulanza avevano indicato di averlo raccolto e non dove aveva segnalato un cronista di turno in Questura quella notte. Qualche tempo dopo bussò al mio ufficio uno di questi professori che avevano firmato la perizia. Venne per scusarsi con me. Disse di aver avuto la presunzione di stabilire la verità facendo la media matematica tra le dichiarazioni dei testimoni. Disse che io gli avevo insegnato che per stabilire la verità non basta la media matematica ma è necessario realizzare i riscontri sul luogo. Forse avrebbero avuto la dignità di riconoscere l'errore anche gli altri periti. Per quella sentenza mi hanno anche chiamato fascista e lo hanno pure scritto sui muri. Ma a me non interessa nulla perché io faccio il mio dovere e se non ci sono prove a carico di qualcuno io non rinvio a giudizio proprio nessuno".

Calabresi viene da Roma. E' cattolico convinto, alla domenica va a messa ma si interessa di tutto: legge Cesare Pavese, Maritain, Bernanos, Edgar Lee Masters, la letteratura russa. Con Gemma Capra si sposa nel 1969 e va ad abitare in un appartamento a Milano, regalo di nozze della famiglia Feltrinelli. E' laureato, si presenta come un liberal che vota per i socialdemocratici, sempre con i suoi eleganti maglioni dolcevita. In Questura è il numero due, dipende solo da Antonino Allegra che tutto vuole sapere, su ogni indizio, su ogni inchiesta. A Roma, Allegra ha due punti di riferimento: Elvio Catenacci, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno fino al 1969 e il suo successore Federico Umberto D'Amato. Sono anni importanti. E' da appena scoppiato il '68 e lunghi cortei operai scendono da Sesto San Giovanni, vanno giù per viale Monza, corso Buenos Aires, fino ad invadere piazza Duomo. Il '69 è l'anno della morte dell'agente, Antonio Annarumma, al Teatro Lirico durante una manifestazione sindacale: perde il controllo della camionetta e si schianta su un marciapiede in via Larga. Secondo la Questura l'agente è stato assassinato e gli studenti sono gli indiziati principali del crimine perché qualcuno avrebbe lanciato un sasso contro la camionetta. Lo scrivono tutti i giornali, in prima pagina. Mario Capanna, allora leader del Movimento Studentesco, decide di andare ai funerali di Annarumma. E' il 21 novembre. Nel suo libro "Formidabili quegli anni" ricorda un particolare. "Cerco lentamente di fendere la folla. Vedo qualcuno che mi indica e dà di gomito. E' un attimo. I baschi amaranto si addensano come aghi su una calamita. Mi si abbatte addosso una gragnola di calci e pugni. I colpi sono finiti. Ho dolori dappertutto. Da un occhio non ci vedo bene. Ho il viso che sanguina. Sono circondato da poliziotti che mi urlano addosso come ossessi e intravedo oltre i vetri del portone, gente accalcata che preme, impreca, mena pugni. Sono trascinato su per le scale. Si apre la porta di un appartamento. Vengo buttato su una sedia. Arriva il commissario Calabresi. Mi vengono tolte le manette. Una donna mi fa gli impacchi di acqua gelata. Poi vengo portato in Questura. E qui avviene un'altra scena significativa. Come arriviamo nell'atrio e scendiamo dalla macchina un nugolo di poliziotti mi si avventa contro. Calabresi e altri funzionari devono ingaggiare una vera e propria colluttazione per non farmi raggiungere. Vengo portato in una stanza dove resto a lungo, guardato a vista".

Il 16 dicembre Pinelli "precipita" dal quarto piano della Questura e Calabresi torna a casa che sono le quattro del mattino. E' teso, preoccupato. A Gemma, la moglie, racconta la sua personale versione che Bruno Vespa riporta nel libro, "La sfida". "Quando Gigi tornò, mi raccontò tutto. Mi disse che aveva interrogato Pinelli fino a un certo momento, poi era stato chiamato da Allegra che gli sollecitava una conclusione perché a Roma avevano fermato Valpreda e lui voleva andare giù con il verbale. Allegra rimproverava spesso a Gigi il suo modo di interrogare. Lui permetteva che i fermati fumassero, prendessero il caffè, andassero in bagno, si alzassero, interrompessero l'interrogatorio. Allegra era molto rigido. Con Pinelli erano rimaste cinque persone, tra cui un ufficiale dei carabinieri. Mentre Gigi stava da Allegra sentì che un suo collaboratore gli correva incontro gridando: si è buttato, si è buttato. Tenevano la finestra aperta perché si fumava. Gli dissero che Pinelli si era buttato e un brigadiere aveva tentato di fermarlo, gli era rimasta una scarpa di Pinelli in mano".

Nei giorni della pista anarchica arriva a Milano Silvano Russomanno, braccio destro di D'Amato. Antonino Allegra lo incontra spesso. All'Ufficio Affari Riservati riferisce ogni particolare. Oggi sappiamo che Federico Umberto D'Amato è il coordinatore di un servizio speciale del ministero dell'Interno, una sorta di polizia parallela, che tutto controlla attraverso un gruppo di uomini fidati. L'8 ottobre 1996, in un piccolo ufficio di periferia, in via Appia, spuntano fuori casse con faldoni contenenti dossier dal '48 ai giorni nostri. La comunicazione viene fatta ai parlamentari, un mese dopo, il 19 novembre, dal presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino. L'archivio viene dimenticato in una sede periferica del Ministero dell'Interno. Quando l'Ufficio chiude le sue attività, qualcuno decide che di quelle carte è meglio non fare alcun cenno. Nessuna cessione al Sisde, nessuna distruzione. Viene semplicemente accantonato. Quattrocento fascicoli sono già nelle mani della Procura di Milano. Il giudice Guido Salvini rivendica la scoperta dei fascicoli, trovati dal professore dell'Università di Bari Aldo Giannulli. Il perito si accorge che in altri plichi del Viminale esistono riferimenti ad ulteriori atti non catalogati. Giannulli dichiara. "In quel materiale il 90% ha un mero valore storico, il restante 10 % potrebbe dare spunti per le indagini". Al quotidiano Liberazione, il giudice Guido Salvini parla dell'Ufficio. "L'Ufficio Affari Riservati rimane una struttura poco chiara, come evidenziò anche l'inchiesta di D'Ambrosio su piazza Fontana, in reazione ai vari corpi di reato trovati allora, sui quali, non fu mai fatta sufficiente luce e alla direzione univoca delle prime indagini sugli anarchici che si conclusero con l'arresto di Valpreda". La pista anarchica viene suggerita dall'Ufficio. E' la cosiddetta "Squadra 54" che gestisce una vasta rete di informatori e di infiltrati tra cui Enrico Rovelli, nome in codice"Anna Bolena".

Dalle carte di via Appia, si viene a conoscenza che Rovelli entra in scena ufficialmente il 30 dicembre 1971 con la prima informativa. Raccoglie elementi sul ruolo di Nino Sottosanti, uno dei sosia di Pietro Valpreda, chiamato in causa durante la prima fase dell'inchiesta e uscito definitivamente poco dopo. Rovelli apprende da Tito Pulsinelli che Sottosanti è implicato in alcuni attentati ai treni l'8 e il 9 agosto 69, a Pescara, ben prima della bomba in piazza Fontana. Nino Sottosanti effettua si reca a Roma, dove riceve un pacco da Serafino Di Lula, militante di Avanguardia Nazionale. D'Amato chiede a Rovelli di negare alla Questura di Milano il nome dell'accompagnatore di Sottosanti. Per queste operazioni coperte è indagato ora Carlo Ferrigno, Prefetto, capo della direzione generale di Polizia e Prevenzione. Silvano Russomanno, l'ex vice capo del Sisde e funzionario dell'Ufficio Affari Riservati è stato sentito solo come persona informata sui fatti:nei suoi confronti non è stato preso alcun provvedimento, anche perché eventuali reati sarebbero prescritti. Il giudice Mastelloni scopre un elenco con 250 spie, tutte alle dipendenze di D'Amato. E' una rete inserita nei progetti di guerra non ortodossa che dominano quegli anni di democrazia bloccata, in quel conflitto non apparente ma reale che è stato lo scontro tra due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, e due culture, Occidente e Comunismo.

Tutto viene documentato da migliaia di fogli che portano una sola scritta di riferimento: "Ministero dell'Interno, Ufficio Affari Riservati". Ci sono informazioni segrete, buste di plastica con reperti, pezzi di ordigni, frammenti di valige. Un archivio formalmente inesistente, che il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni considera "il cervello di una struttura parallela del ministero dell'Interno". Tutto è ormai nelle mani della giustizia, catalogato e schedato dal magistrato Grazia Pradella, pm del processo su piazza Fontana e dai pm romani Ormanni, Ionta, Salvi e De Crescenzo. Emerge che Il Ministero dell'Interno fa da filtro tra gli uffici politici delle varie Questure, l'equivalente dell'attuale Digos, e la magistratura. E' il Ministero che decide allora, nei primi anni settanta, quanti e quali notizie fare arrivare ai magistrati che conducono le indagini. D'Amato non c'è più. E' morto a 76 anni il 1 agosto 1996. Rimangono i suoi fascicoli, 150 mila si dice, e le sue deliziose rubriche da gourmet sulle pagine dell'Espresso. Oggi però conosciamo i nomi che hanno ispirato quelle trame perché molti protagonisti di quegli anni hanno deciso di collaborare.

Sappiamo che Delfo Zorzi, ordinovista veneto, mette la bomba in piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Un informatore della Cia, Carlo Digiglio nome in codice "Erodoto", si infiltra nei gruppi della destra veneta. Incontra Carlo Maria Maggi, anche lui ordinovista, che gli rivela i piani. Digiglio riferisce tutto al capitano dell'esercito americano, David Carret: la destra sta preparando qualcosa di grosso "nella direzione di una presa di potere da parte delle forze militari". La bomba poi scoppia per davvero e Digiglio incontra il 6 gennaio 1970 il suo superiore americano. "Raccontai tutto a Carret, compreso il nome di Zorzi e la tipologia degli ordigni che mi aveva fatto vedere". Una rete ben protetta dalla riservatezza di una palazzina all'interno della caserma Ftase di Verona, dove ha sede il comando Nato per l'Europa. Al vertice ci sono gli americani: Teddy Richards, Johnnie Bandoli e lo stesso David Carret. C'è l'informatore Marcello Soffiati. Poi ci sono i veneti di Ordine Nuovo come Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Franco Freda, Giovanni Ventura, Massimiliano Fachini, Martino Siciliano, Carlo Digiglio. Si collegano i milanesi del gruppo La Fenice come Nico Azzi e Giancarlo Rognoni e la struttura romana di Avanguardia Nazionale con Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. Tutti hanno come punto di riferimento italiano, l'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Oggi lo sappiamo.

Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi ha un'idea precisa degli anni delle bombe. "Su Piazza Fontana siamo vicinissimi alla formazione di una verità giudiziaria, ma sul piano storico già abbiamo delle certezze. Sappiamo che la strage avvenne per il perseguimento di una precisa strategia. Si mossero forze non del tutto convergenti:alcune volevano che la situazione precipitasse verso un pronunciamento militare, altre intendevano stabilizzare l'asse centrista che governava l'Italia. Con ogni probabilità, la strage fu commessa dai primi, ma i secondi gliela fecero fare per perseguire i loro obiettivi. Ecco, dunque, il gruppo ordinovista veneto, con il padrinato dei servizi segreti militari americani, muoversi per portare l'Italia in una condizione propizia al colpo di Stato come quello che c'era già stato in Grecia;e altri, come il generale Gianadelio Maletti, che certamente non fu l'autore della strage, ma operò attivamente per coprire tutte le responsabilità. C'era un mondo sotterraneo che aveva vertici istituzionali negli apparati di sicurezza militari e nell'amministrazione degli affari interni. Parlare di un'ideologia di destra che sta dietro alle stragi è un'enfatizzazione, una banalizzazione. Era un fenomeno molto più complesso. C'era una logica atlantica che contrastava l'espansione delle forze di sinistra e sindacali nel nostro paese. C'erano persone che non appartenevano alla destra, penso a Lombardo, a partigiani bianchi come Fumagalli e Sogno, a elementi di ambito pacciardiano. Successivamente questo ambiente si legò alla destra eversiva. E' storicamente provato che una serie di attentati sono stati realizzati da uomini della destra radicale. Penso alla stagione della primavera del '69 con gli attentati ai treni dove è pacifica la responsabilità di formazioni di destra".

Cosa pensano i protagonisti della destra extraparlamentare di quegli anni di stragismo?Stefano Delle Chiaie respinge ogni accusa. Lo incontro ad un convegno, organizzato da Alleanza Nazionale, sullo stragismo e gli anni di piombo. "Io non rinnego nulla del mio passato, respingo l'accusa di vicinanza ai servizi, al Ministero degli Interni, allo stragismo. Questo stillicidio di notizie false mi ha stritolato. A me e agli altri. Basterebbe guardare le carte per capire come sono nate certe illazioni, ma nessuno di voi le ha lette. Tutte le verità sono rimaste nelle verità giudiziarie. Perchè dovrei sapere chi è stato a mettere le bombe?Questo dimostra la vostra deformazione mentale. Me lo faccia capire. ". Paolo Signorelli, sempre nell'intervista, mette le mani avanti. "Non è vero che certe ideologie sono state all'origine dello stragismo. E'qualcosa che non solo deve essere ancora provato ma deve essere smontato perché alla fine dovranno venire fuori le verità. Da queste verità non potrà comparire che chi ha fatto le stragi in Italia le ha compiute in funzione del potere e per consentire la gestione affaristica di quel potere, rimasta sconosciuta fino all'operazione Mani Pulite. Mi riferisco all'attività dei servizi che non operano mai per proprio conto :le loro azioni sono finalizzate a coprire l'esecutivo. Non esistono servizi deviati perché gli apparati sono istituzionali e rispondono delle loro azioni al ministero degli Interni, della Difesa e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono state stragi di Stato. Si è cercato di mantenere un certo tipo di sistema in quegli anni e si è operato affinché altre forze, il Pci, potessero entrare attraverso il governo di unità nazionale nella sfera del potere. Così il ciclo si è chiuso".

I nuovi magistrati che si affacciano alle inchieste sul primo stragismo danno importanza ad un nome: Gianfranco Bertoli. Lui lancia una bomba davanti alla Questura di Milano e provoca la morte di quattro persone. E' il 17 maggio 1973, un anno dopo l'uccisione del commissario Luigi Calabresi. Bertoli, subito arrestato, si definisce un anarchico ma i magistrati accertano ben altro. Risulta stipendiato dal SIFAR, l'allora servizio segreto italiano, legato al gruppo di destra Pace e Libertà e all'organizzazione Gladio, sigla 0375. Negli archivi dei servizi, il giudice istruttore Lombardi trova tracce di pagamenti fatti a Bertoli che usufruisce di una sigla di copertura: TRO31, nome in codice "Negro".

Soldi che i servizi versano a Bertoli fin dagli anni '60. Oggi Bertoli viene accusato di essere in contatto con Carlo Maria Maggi, lo stesso ispiratore di Piazza Fontana, e di aver lanciato la bomba in Questura. L'ordine è chiaro: bisogna punire il ministro dell'Interno Mariano Rumor, che quel 17 maggio 1973, è a Milano per scoprire un busto dedicato a Luigi Calabresi. Proprio il commissario tiene nel suo ufficio, fin dal 1970, un fascicolo e una fotografia formato tessera di Gianfranco Bertoli. Con quel ritratto in bianco e nero, Bertoli si costruisce una nuova identità e prende le sembianze di un certo Magri, marxista-leninista di Bergamo, al quale viene rubato il passaporto. C'è un' informativa di Enrico Rovelli, alias Anna Bolena: riguarda quella foto di Bertoli nelle mani del commissario. Dall'archivio di via Appia, emerge un documento del novembre 1970 che il giornalista dell'Ansa, Paolo Cucchiarelli, scrive il 18 novembre dello scorso anno. "Nel rapporto l'informatore afferma che R. Z ha detto che nel luglio del 1969, e comunque prima degli attentati ai treni, incontrò Sottosanti con la persona raffigurata nella fotografia, consegnata giorni fa dai capi anarchici ad E. R per la falsificazione di un passaporto. Sarebbe elemento che gli anarchici vogliono far espatriare a Londra, via Zurigo, per sottrarlo alle ricerche della polizia italiana. Lo sconosciuto della foto -segnala la perizia- potrebbe essere Gianfranco Bertoli, la cui foto venne effettivamente trovata tra le carte del commissario Calabresi. Quanto ad E. R, il pensiero va inevitabilmente ad Enrico Rovelli, non solo per le iniziali perfettamente coincidenti, ma anche perché fu la persona che consegnò materialmente a Calabresi la foto di Bertoli". Enrico Deaglio, in un articolo sul settimanale Diario, ipotizza delle connessioni. "Che cosa significava tutto ciò? Forse che Bertoli era un uomo del commissario. Forse, invece, che il commissario lo stava perseguendo. Forse che lo stava aiutando ad infiltrarsi negli ambienti di sinistra. E' anche possibile che quel fascicolo e quelle fotografie, trovate nell'ufficio del commissario dopo la sua uccisione, siano state fatte trovare a bella posta, nei giorni in cui tante altre cose sparivano".

Bertoli e Calabresi sono uniti da due inchieste e da un unico giudice istruttore, Antonio Lombardi, ma gli atti rimangono disgiunti, nonostante un particolare già noto fin dal 1980. Sono poche righe dattiloscritte che accompagnano un rinvio a giudizio di anarchici, rei di aver favorito Gianfranco Bertoli. Qualcosa di più di un indizio. Lombardi scrive: "Nel corso delle indagini, occasionalmente, si è venuti a conoscenza dell'esistenza di un traffico d'armi di grosse dimensioni del quale si stava occupando Calabresi poco prima che fosse ucciso. Gli atti relativi a questa indagine, in fase di continuo sviluppo, sono stati stralciati dal presente procedimento per motivi di riserbo istruttorio". Poco prima di morire, Luigi Calabresi indaga proprio su un vasto traffico d'armi internazionale. La sua inchiesta parte dalla morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli e in pochi mesi si allarga con nuovi spunti investigativi. Il commissario si muove all'estero e in Italia, sempre accompagnato dal questore di Milano Marcello Guida e dall'ex partigiano "bianco" Giorgio Guarnieri. Vanno in Svizzera, poi in Germania, a Monaco di Baviera, infine a Trieste. Scoprono che le armi entrano nel nostro paese e passano da Trieste, città di frontiera, attraverso il confine tra l'Italia e l'ex Iugoslavia. Non è un'indagine come tante. La presenza del Questore di Milano è indicativa: non è normale routine. Trieste è distante una manciata di chilometri da Aurisina, dove viene scoperto un deposito dal quale erano state prelevate armi da guerra:il giudice veneziano Felice Casson ipotizza un collegamento tra il furto al deposito con la struttura di Gladio, rete Stay Behind, proprietà Nato. A Trieste il commissario ci va che sono i primi giorni di maggio. Incontra Giorgio Guarnieri. Lui è un conte che partecipa alla Resistenza nelle formazioni bianche ma negli anni '60 si lega sempre più al mondo della destra eversiva veneta.

E' sua la fideiussione a favore della tipografia di Giovanni Ventura, poi implicato nell'inchiesta su Piazza Fontana. Il giornalista Sandro Provvisionato, nel suo libro "Misteri d'Italia", mette in connessione fatti e indizi. "E' solo una coincidenza che, di recente, proprio nell'ambito dell'inchiesta su Gladio, da un appunto ad uso interno dei servizi segreti militari (Sismi) sia spuntato il nome di Gianni Nardi come persona da reclutare nell'organizzazione? Ed è solo un'altra misteriosa coincidenza che Calabresi conservasse nel suo ufficio un fascicolo intestato a Gianfranco Bertoli, il cui nome compare tra gli aderenti a Gladio. Il deposito segreto depredato di Aurisina ai confini con la Iugoslavia, il conte Guarnieri, Gianni Nardi, Gianfranco Bertoli. Tutto porta a Gladio e alle armi nascoste. E Calabresi non indagava proprio sulle armi che varcavano la frontiera italiana?".

Nel 1998, anno di uscita di questo libro, gran parte di quegli intrecci non sono più misteri. Anche perché di misterioso il nostro paese ha ben poco. Nel 1972 c'era una guerra vera, combattuta da eserciti invisibili contrapposti tra loro. L'Italia era al centro di quelle operazioni perché sinistra e sindacati minacciavano gli equilibri interni imposti da entità superiori. C'erano soldati dentro e fuori dalle istituzioni. Erano soldati senza divisa, spesso in borghese, armati. E' l'anno in cui parte a gennaio il piano della filiale romana della CIA per spostare a destra la situazione italiana. Pino Rauti viene arrestato per Piazza Fontana, muore sul traliccio di Segrate l'editore Giangiacomo Feltrinelli, D'Amato diventa capo dell'ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Il '72 vede allontanarsi la pista anarchica. Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti della destra eversiva veneta, vengono formalmente indiziati per la strage di Milano. Gli agenti della CIA Sednaoui e Stone visitano la base di Gladio a Capo Marrangiu, in Sardegna, e decidono l'impiego della struttura nella lotta contro il Pci. Il 31 maggio 1972 c'è la strage di Peteano di Sagrado, dove muoiono tre carabinieri e uno rimane ferito. L'autore, Vincenzo Vinciguerra, si autoaccusa dell'attentato. "Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell'ideazione, della organizzazione e della esecuzione materiale della strage che si inquadra nella logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie cosiddette di destra e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato". Per Peteano, il Giudice Istruttore Felice Casson richiede nel 1989 il rinvio a giudizio dell'ex direttore del Sismi, Fulvio Martini, del generale dei servizi Paolo Inzerilli, del comandante dell'arma dei Carabinieri Roberto Jucci, di Pino Rauti, dell'ex ministro dell'Interno Mariano Rumor. Poi declina la competenza e trasmette gli atti ai giudici romani. Nella sentenza del 28 ottobre 1993, vengono condannati a 3 anni e 4 mesi il perito balistico Marco Morin per il reato di favoreggiamento e peculato, 1 anno ciascuno per Manlio Del Gaudio ex comandante del Gruppo Carabinieri di Padova e per gli ex ufficiali dei servizi Renzo Monico e Manlio Rocco.

Una guerra non ortodossa che porta a spiare i telefoni delle abitazioni di Calabresi, del procuratore capo di Milano Adolfo Beria D'Argentine e del procuratore generale Luigi Bianchi D'Espinosa, della testimone oculare dell'omicidio Calabresi, Margherita Decio. Chi ordina le intercettazioni telefoniche ha un nome e un cognome: l'ex commissario di polizia Walter Beneforti, alle dipendenze dirette di Federico Umberto D'Amato. Beneforti viene arrestato, resta pochi mesi in carcere. Intanto dodici casse di bobine telefoniche e documenti vengono portate in Svizzera dall'investigatore privato Ponzi e non vengono più recuperate. L'inchiesta sulle intercettazioni viene trasportata a Roma. Il pubblico ministero Domenico Sica termina il suo lavoro nel 1979: proscioglie l'allora capo della polizia Angelo Vicari, il direttore dell'Ufficio Riservati del ministero dell'Interno e un buon numero di questori. Sono storie d'Italia.

 

LA PISTA NERA

L'autostrada che da Milano porta al valico di Brogeda è libera. Poche sono le macchine che la percorrono, in quel 20 settembre 1972. Fa ancora caldo. E' l'ultimo scampolo di un' estate che non vuole finire. Sulla macchina sono in tre, due uomini e una donna. Qualcuno apre il finestrino per prendere una ventata di aria fresca. Percorrono quei pochi chilometri che separano il frenetico capoluogo lombardo con la tranquilla Svizzera. In pochi minuti si arriva. Lei si accende un'altra sigaretta e ascolta la radio. Tra poco l'autostrada si restringe verso la frontiera, in quel pezzo che non è Italia ne Svizzera, dove ogni giorno si muovono pendolari e faccendieri. La Mercedes nera rallenta, frena piano fino a fermarsi proprio davanti alla guardiola del posto di frontiera. Il poliziotto guarda l'uomo al volante. Ha davanti, da maggio, l'identikit del killer del commissario Calabresi diffuso dalla Questura di Milano. Guarda la foto, osserva la fisionomia del volto di quell'uomo . Prende, solo per precauzione, i passaporti; poi lo invita ad accostare la macchina. Dentro la vettura, la donna si agita, l'uomo seduto nel sedile posteriore prende qualcosa da una borsa. Poliziotti e carabinieri si insospettiscono e in pochi secondi sono intorno alla Mercedes nera. Così aprono il bagagliaio e trovano un arsenale da guerra: 3 chilogrammi di gelatina esplosiva ad alto potenziale in candelotti da duecentocinquanta grammi ciascuno, cento metri di miccia a combustione lenta, una pistola p38 calibro 9 lungo, con calcio da applicare per trasformarla in fucile, una pistola Browning calibro 9 e 50, cartucce, un parabellum e quattro caricatori. Gli uomini di polizia giudiziaria identificano i tre della Mercedes come esponenti di spicco della destra eversiva. Sono Gianni Nardi, Bruno Stefàno e la cittadina tedesca Kiess Mardou Gudrun. Scattano le manette. Gli stessi agenti affermano di aver notato "una certa rassomiglianza tra Gianni Nardi e il killer del commissario Calabresi". Lo scrivono in un verbale che rimane ancora oggi agli atti.

Vengono trattenuti in stato di fermo per diverse ore fino al giorno del riconoscimento davanti ai testimoni oculari dell'omicidio di Calabresi. Nardi viene processato per direttissima in relazione all'esplosivo e alle armi trovate sull'auto. Intanto in uno stanzino della Questura di Como si mettono a sedere Nardi, Stefàno e la Gudrun. Al di là del vetro li osservano i testimoni Pietro Pappini, Graziella Martone. C'è anche Marion Inge Mayer che rileva una rassomiglianza impressionante con Nardi: ricorda che ha la stessa corporatura snella, l'altezza il colore e la lunghezza dei capelli sono simili. Perfino dalle mani, lunghe e affusolate, riesce a non trovare alcuna differenza. Graziella Martone individua in Gianni Nardi la persona che acquista l'ombrello pieghevole, poi ritrovato nella Fiat 125 blu, in via Ariosto. "Gli rassomiglia molto, corrisponde tutto, l'altezza, la sagoma, la fronte spaziosa, lo sguardo. Il tono corrisponde alla voce della persona con cui contrattai, ma non ha la stessa pronuncia, che allora mi sembrò proprio quella di uno straniero che parlasse bene l'italiano". Passano i giorni e i tre fascisti arrestati al valico di Brogeda vengono messi a confronto con altri testi. I tre si trovano di spalle e Adelia Dal Piva individua in Nardi l'uomo del 17 maggio, davanti all'abitazione del commissario Calabresi. Nessuno riconosce però Gudrun Kiess come la donna al volante della 125 blu. Gianni Nardi viene interrogato e mette sul piatto l'alibi. Dichiara che alle 9, 10 del 17 maggio si trova a Milano, nella sua abitazione perché di solito trascorre la mattina in casa. E in quell'appartamento milanese gli agenti ci vanno e recuperano un bossolo di cartuccia 38 special esploso. I periti Teonesto Cerri e Domenico Sanza stabiliscono che a sparare quel proiettile è un revolver dello stesso calibro, un 357 Magnum costruito dalla Smith&Wesson. Fanno la comparazione con il frammento che i medici hanno recuperato nel capo del commissario, quello che lo ha ucciso ?

La perizia risulta anche in questo caso monca, la comparazione viene eseguita con un altro proiettile che ha rigature diverse dal frammento. Cercano una placcatura ramata e non la trovano. Così scrivono. "Si accertava che i residui di polvere da sparo incombusti rinvenuti all'interno dell'incavo esistente sul fondello della pallottola repertata e quelli, semiconbusti, prelevati all'interno del suddetto bossolo erano per configurazione geometrica e colore, diversi, così non potevano provenire da una medesima produzione di cartucce calibro 38 special e conseguentemente la pallottola e il bossolo non appartenevano alla stessa munizione".

Ma chi è Gianni Nardi ? Lo descrive Camilla Cederna in un vecchio numero dell'Espresso, solo una settimana dopo il suo arresto a Brogeda. "E' un giovane di cattiva condotta esemplare, seguace di una routine di illegalità, cresciuto nel disprezzo di tutte le cose da rispettare, ex paracadutista, ex missino, per quattro mesi sotto falso nome in Spagna e appartenente alla Giovane Italia, ora collegato con le Sam (Squadre di azione Mussolini), giocatore d'azzardo, tiratore eccezionale, maniaco delle armi e della strategia militare, proprietario di un poligono privato nella sua villa vicino ad Ascoli".

Oggi siamo a conoscenza di particolari importanti sulla figura di Gianni Nardi. Nell'ambito dell'inchiesta su Gladio spunta il suo nome da un appunto ad uso interno dei servizi segreti militari, il Sismi. Viene indicata come persona da seguire, da reclutare nell'organizzazione. L'appunto viene esaminato dal professor Giuseppe De Lutiis: è contenuto in una relazione consegnata il 1 luglio 1994 al giudice istruttore di Bologna Leonardo Grassi. De Lutiis si guarda 105 mila fogli sequestrati nel dicembre 1990 negli archivi della settima divisione del Sismi che riguardano l'intera attività, in trentaquattro anni di esistenza, della struttura Gladio. Nell'archivio dei servizi Nardi ha pure lui una sigla: 0565. Risulta segnalato dal capitano Camillo Carignani, all'epoca funzionario della quinta sezione Sad dell'Ufficio R che si fa chiamare Serafino. Già dal 5 giugno 1970 vengono richieste le rituali informazioni all'Ufficio D del Servizio Informazione Difesa, Sid, comandato dal generale Vito Miceli, ma il parere è negativo, in quanto per l'informatore dei servizi Nardi ha un tenore di vita inquieto, simpatizza per il Msi e frequenta in Spagna un corso per legionari allievi paracadutisti. Per il professor De Lutiìs, "sembrerebbe che l'ipotesi di arruolamento del Nardi sia stata lasciata cadere". Nonostante questo particolare Nardi ha continuato ad essere seguito dalla direzione della struttura Gladio, per le notizie relative alle sue attività illegali e poi per il suo decesso. De Lutiìs conclude il suo ragionamento. "Le circostanze sono tali da suscitare forti perplessità e sospetti, rimanendo inspiegabile il costante interesse ad annotare vicende su un elemento che non doveva formare più oggetto di alcuna attenzione". Le inchieste vanno avanti e il 20 ottobre 1986 viene interrogato un estremista di destra, Alessandro Danieletti. Ai poliziotti riferisce del periodo di latitanza, nel 1974, quando si rifugia in una cascina di Roiano di Campli, in provincia di Teramo. Lì si trovano, oltre a Danieletti, i fascisti Vivirito, D'Intino ed Esposti. Nei venti giorni di convivenza parlano di omicidi tra cui quello del commissario Calabresi. "Secondo l'Esposti -dice Danieletti- l'assassinio non era stato commesso materialmente da Gianni Nardi ma la responsabilità politica era certamente da attribuire ad elementi di destra. Aveva una visione precisa di quegli anni. Se non si rivendicava un omicidio, quel fatto poteva essere poi attribuito dagli inquirenti ad ambienti della sinistra extraparlamentare, in modo da inquinare le prove e spostare le indagini, favorendo l'impunibilità dei colpevoli".

Aldo Tisei, depone il 30 gennaio 1982. E' un esponente di rilievo dell'estrema destra, un collaborante giudicato attendibile da molte procure. "Le circostanze che ho riferito le appresi in un colloquio intorno al gennaio 1977. Oltre a me erano presenti Paolo Signorelli, Concutelli e Calore. Quella è stata l'unica occasione in cui ho sentito parlare dell'omicidio Calabresi. Concutelli riferì di un traffico d'armi tra l'Italia e la Svizzera e disse che Nardi, lo Stefàno e la Kiess abitualmente portavano armi in Italia dalla Svizzera, attraverso il valico di ponte Chiasso, abitualmente portavano pistole Browning coi caricatori bifilari e Walter -P38, nonché esplosivo. Questo traffico è iniziato precedentemente all'omicidio Calabresi e continuò per diverso tempo. Poiché Calabresi aveva scoperto questo traffico d'armi fu eliminato da Nardi, Stefàno e Kiess. Concutelli riferì solo questo senza aggiungere alcun particolare sull'azione. Mi resi conto che Calore era all'oscuro di tutto, proprio come me. Signorelli mi disse di aver incontrato nel 1976, a Torre Molinos in Spagna, Gianni Nardi il quale gli aveva detto che era stato scagionato ma di avergli confermato che era stato lui, con Stefàno e Gudrun Kiess ad eseguire l'omicidio Calabresi. A sparare sarebbe stato appunto Nardi. Signorelli disse queste cose convinto. Voglio far presente che Ordine Nuovo era un'organizzazione rigidamente militare per cui non ritengo che Concutelli potesse riferire cose inesatte parlando di operazioni militari come l'omicidio Calabresi".

Secondo gli inquirenti l'alibi offerto da Nardi, regge. La madre conferma la versione del figlio. Dice che Gianni Nardi si trova nella sua abitazione prima di un appuntamento nello studio del signor Elefante con la figlia Alba e l'avvocato di famiglia Dean. Il 24 febbraio 1973 viene concessa la libertà provvisoria per Gianni Nardi e Bruno Stefàno. E' il 12 aprile 1973. Viene vietato per "motivi di ordine pubblico" il comizio missino di Piazza Tricolore, a Milano. Alcune persone vengono fermate per aver lanciato nell'aula del Consiglio Comunale dei volantini del Fronte della Gioventù, in cui si accusano le autorità cittadine di aver ceduto ad un "ricatto comunista". I neofascisti attaccano le forze di polizia che presidiano piazza Tricolore. Durante gli scontri duri due bombe a mano tipo Srcm vengono lanciate contro gli agenti: Antonio Marino, di professione poliziotto semplice, rimane dilaniato dall'esplosione e altri riportano serie ferite. I responsabili di quel delitto vengono arrestati:sono Vittorio Loi, figlio dell'ex pugile Duilio e Maurizio Murelli. Anche Gianni Nardi, nonostante la libertà provvisoria, fa parte degli scontri. Così viene bloccato. Bruno Stefàno risulta latitante. Pochi giorni prima degli scontri del 12 aprile Nico Azzi, neofascista, viene trovato ferito da una bomba che cerca di piazzare nella toilette del treno Torino-Roma. Vicino ad Azzi i poliziotti trovano copie del quotidiano Lotta Continua, messe lì per sviare le indagini. Nico Azzi fornisce le bombe a mano che provocano la morte dell'agente Marino. Anni dopo Azzi dichiara ai magistrati: "Dovevamo fare del casino per costringere le Forze Armate ad intervenire". Giunge la conferma di Vittorio Loi, che lancia materialmente la bomba del sabato nero. "Era previsto che militari di destra, già al corrente della situazione, approfittassero della reazione per l'omicidio che doveva essere attribuito alle sinistre grazie alle tessere di partiti di sinistra e sindacali lasciate sul luogo del delitto, al fine di far scattare l'Operazione Idra, un colpo di stato militare". Altri attentati sono in programma ma non vengono realizzati. Come quello al treno Brennero-Roma. Anche in quel caso la colpa deve ricadere sulla sinistra.

Passa un mese e il 19 maggio '73 scade il termine di detenzione preventiva e Nardi viene rilasciato, definitivamente. Il 22 febbraio 1974 viene assolto per insufficienza di prove. Il 5 marzo, Gianni Nardi, Gudrun Kiess e Bruno Stefàno sono ricercati per l'assassinio di Calabresi. Il Pm Riccardelli spicca i mandati di cattura ma i tre sono irreperibili. Nuovi elementi sono emersi nelle indagini sulla morte di Calabresi. Luigina Ginepro, infermiera, pregiudicata chiede di essere ascoltata dal pubblico ministero. Mette a verbale ciò che dice di aver sentito da Gudrun Kiess mentre è detenuta nel carcere di San Vittore. Le confida di essere la donna al volante della Fiat 125 blu. "A Milano -mi disse Gudrun Kiess- arrivammo in tre e dopo l'omicidio riparti in aereo per il Belgio" Luigina Ginepro aggiunge un particolare. "La Kiess mi disse che il commissario Calabresi venne ucciso per le indagini da lui svolte nei loro confronti per fatti avvenuti in Kenia". Dalle rivelazioni dell'infermiera gli inquirenti accertano che Gudrun Kiess e Bruno Stefàno si sono imbarcati all'aeroporto di Linate alle 10, 15 del 17 maggio '72. Secondo Luigina Ginepro, il commissario Luigi Calabresi stava indagando sull'uccisione del nobile veronese Pietro Guarnieri, avvenuta in Kenia, dove era implicato il terzetto neofascista. Viene la conferma che Calabresi sta indagando sui traffici d'armi tra l'Italia e l'estero, un'attività cui si dedicano da tempo Nardi e i suoi amici. L'accusa di Riccardelli si collega con un traffico di travellers chèque falsi in Kenia, nel quale è implicato Bruno Stefàno. Attraverso un identikit, fatto nel 1970 a Parabiago da un confidente di Calabresi, viene identificato Gianni Nardi come protagonista e organizzatore di quel traffico d'armi. Intanto due giornalisti della "Domenica del Corriere", trovano a Madrid la latitante Gudrun Kiess che nega di aver fatto rivelazioni all'infermiera e si dice completamente innocente. Riccardelli mette insieme le attività del gruppo di Nardi ed alcune inchieste condotte da Calabresi. Si parla di una bomba fatta esplodere dai neofascisti a Trieste, città di frontiera, a due passi da Aurisina, dove viene trovato il deposito di Gladio. Un pezzo di quella pista esce definitivamente di scena con la scomparsa di Nardi nell'incidente a Maiorca, in Spagna, nel settembre 1976.

 

UNA STELLA A CINQUE PUNTE

Non manca molto alle 19. Lui è un dirigente apprezzato alla Sit-Siemens, un "duro" dell'organizzazione del personale. Preciso, metodico, come ogni sera mette a posto i fogli sparsi, prende giacca e cappotto ed esce dall'ufficio. E' il 3 marzo 1972. Idalgo Macchiarini fa un pezzo di strada semibuia. Tre uomini in tuta blu e passamontagna lo fermano, lo colpiscono ad un occhio. Poi aprono il portellone di un furgone e lo lasciano dentro per ore. E' una delle prime azioni eclatanti delle Brigate Rosse. Le origini del gruppo sono legate all'evoluzione di due sigle politiche attive tra il '67 e il '68: "l'Università negativa" di Trento e il "Collettivo politico operai-studenti di Reggio Emilia. Due dei fondatori dell'organizzazione, Renato Curcio e Mara Cagol, partecipano al gruppo "Università negativa", nato nel 1967 a Trento nel corso di mobilitazioni contro un progetto ministeriale di trasformazione della facoltà di sociologia in facoltà di scienze politiche. Nel 1968, alcuni membri di "Università negativa" collaborano con la rivista "Lavoro Politico". Quando il periodico cambia sede e si trasferisce a Milano, avviene la fusione con un altro gruppo della sinistra radicale, il "Collettivo Politico Metropolitano, Cpm". Il "Collettivo politico operai-studenti" di Reggio Emilia si forma da studenti e operai usciti dai partiti della sinistra tradizionale, in particolare dall'esperienza della Fgci. La scelta della clandestinità si rafforza nell'agosto 1970, nel convegno di Pecorile, quando i gruppi trentini e reggiani decidono la via armata e fondano le Brigate Rosse. Altri militanti provengono dal Collettivo operai-studenti di Borgomanero, a due passi da Novara. A Milano, però, ci sono le fabbriche, gli operai. Al Cpm partecipano nuclei già organizzati alla Pirelli, Ibm e Sit-Siemens.

Macchiarini viene tenuto nascosto in un piccolo appartamento. Poi lo slegano e sul muro, appiccicata con le puntine, spunta una bandiera con la stella a cinque punte e un cartello con sopra scritto: "Mordi e fuggi, niente resterà impunito, colpirne uno per educarne cento". La foto fa il giro del paese. Nel libro "A viso aperto", Renato Curcio racconta quel fatto al giornalista Mario Scialoja. "Passammo ad un gesto nello stile dei Tupamaros: Un breve sequestro dimostrativo di un personaggio simbolo particolarmente odiato. Da immortalare in una fotografia che avrebbe riprodotto in milioni di copie, su tutti i giornali, il nostro messaggio. Macchiarini era direttore di uno stabilimento e responsabile della ristrutturazione aziendale. Come era nostra abitudine, discutemmo a lungo prima di passare all'azione. Poi decidemmo che lo avremmo catturato e interrogato sulle questioni che stavano a cuore agli operai".

Nei primi anni di vita, le Brigate Rosse praticano la strategia della doppia militanza che prevede la clandestinità dell'organizzazione e l'attività alla luce del sole dei suoi aderenti. Nascono i primi dissidi interni. Alcuni militanti delle Brigate Rosse abbandonano l'organizzazione e costituiscono il cosiddetto "Superclan" (super clandestini). Si trasferiscono in Francia. Il difficile equilibrio nella semi-legalità viene spezzato proprio nel '72, quando si verificano arresti e perquisizioni a seguito dell'infiltrazione di alcuni agenti.

11 Marzo c'è una manifestazione autorizzata del Comitato Anticomunista in Piazza Castello, a Milano. Sono radunati circa trecento missini, scortati da ingenti forze di polizia e carabinieri. Sul palco prende la parola l'allora dirigente giovanile Ignazio La Russa. Lungo via Dante, Piazza Cordusio, si concentrano migliaia di aderenti alla sinistra extraparlamentare. Passano pochi secondi e la polizia carica. Gli scontri duri si susseguono per oltre nove ore, fino a sera. All'altezza di piazza Scala muore colpito da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo il pensionato Giuseppe Tavecchio. Ha sessantanni. Raggiunge la pensione dopo anni di lavoro all'Atm. Gira con il suo pacchetto sotto il braccio e attraversa la strada. Dopo il colpo, cade a terra. Quando arriva all'ospedale è clinicamente morto. Il Questore Allitto Bonanno offre alla vedova un indennizzo di 150 mila lire. Della sua morte vengono accusati il capitano di ps Dario Del Medico e l'agente Vincenzo Tavino, condannati per omicidio colposo e poi assolti dalla corte d'Appello presieduta da Piero Pajardi perché "il fatto non costituisce reato". Centinaia di militanti dei gruppi vengono arrestati e condannati.

Il 15 marzo 1972 la scena si sposta dalla sede della Sit-Siemens ad un traliccio di Segrate, alle porte di Milano. C'è un uomo alto, con i baffi. Di professione fa l'editore. Il suo cadavere viene trovato su un traliccio ad alta tensione. E' mutilato, coperto di bruciature. I poliziotti che arrivano, notano quarantatré candelotti di dinamite piazzati sul longherone centrale e tenuti insieme con del nastro adesivo. Frugano nelle tasche dell'uomo trovato sul traliccio e trovano una carta d'identità: porta il nome falso di Vincenzo Maggioni. Passano ventiquattro ore e l'uomo di Segrate viene identificato. E' Giangiacomo Feltrinelli. Dall'altra parte della città, a San Vito di Gaggiano, i poliziotti scoprono un'altro traliccio minato. Gianni Flamini nel suo libro "Il partito del golpe" racconta quella vicenda. "La scena della tragedia è piena delle battute di un copione che pare essere scritto a tavolino. L'esplosione, che secondo l'immediata tesi ufficiale è il risultato di un incidente sul lavoro del guerrigliero Feltrinelli, ha lasciato intatti alla vittima le mani e il volto. E infatti il riconoscimento non tarda, anche perché, oltre ai falsi documenti intestati a Maggioni, il morto si è portato in guerra la fotografia della moglie, Sabina Melega e del figlio Carlo (contraddizione insanabile per uno che ha deciso di cambiarsi, e lo ha fatto, nome e connotati). " Potere Operaio offre a tutti la sua versione. "Feltrinelli da vivo era un compagno dei Gap, Gruppi Armati proletari. E' stato ucciso perché era un militante di quella organizzazione. Siamo sicuri che Feltrinelli è stato ucciso perché un traliccio è un obiettivo troppo interclassista. L'uccisione di Feltrinelli appare evidentemente opera di tecnici specializzati in queste operazioni di eliminazione". Le Br vogliono sapere come sono andate le cose, quella sera a Segrate; muovono un'inchiesta che collima con la ricostruzione fatta da un compagno di Feltrinelli, "Gunther", al settimanale l'Espresso. C'è anche un nastro magnetico trovato dai poliziotti nel novembre '74, nella base brigatista di Robbiano di Mediglia. Durante il programma televisivo di Sergio Zavoli, "La notte della Repubblica", viene trasmessa una parte del testo di quella registrazione. Sono gli ultimi secondi di vita di Osvaldo, nome in codice di Feltrinelli. "All'inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe. Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari un innesco, cioé il congegno dello scoppio. E' in questo momento che quello a mezz'aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l'alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rantolante. La sua impressione immediata è che abbia perso le gambe. Va da lui e gli dice: "Osvaldo, Osvaldo". Non c'è, è scoppiato".

Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse, trova il tempo per fare un ritratto di Feltrinelli, nel libro "Mara, Renato e io", scritto con Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi. "Feltrinelli continuava a proporci dei finanziamenti. Renato Curcio e io ci incontravamo con lui una volta la settimana, ai giardini di Parco Sempione. Dovevamo fingere di non sapere che era Feltrinelli; per noi doveva essere solo Osvaldo, un militante dei Gap e anche se lo conoscevamo dai tempi del movimento di Trento stare al gioco era obbligatorio. Parlava sempre lui. Seduto su una panchina, le gambe allungate, le mani in tasca, lo sguardo al cielo come se cercasse un'ispirazione. Ci sommergeva di discorsi sulla strategia rivoluzionaria, la struttura dell'esercito proletario, l'Unione Sovietica e il suo ruolo guida. Noi avevamo rinunciato a tentare di interromperlo per dire la nostra ma, anche se lo ascoltavamo pazientemente, i suoi discorsi non ci convincevano. Non volevamo costruire un esercito bensì un partito armato. Anche la sua idea di far saltare i tralicci dell'alta tensione in montagna per colpire l'Enel e Fanfani ci sembrava quantomeno stravagante. Accordi con Osvaldo-Feltrinelli erano impossibili".

L'archivio dell'Ufficio Affari Riservati, diretto da Federico Umberto D'Amato, e sequestrato nel novembre 1996 in via Appia, a Roma, fa emergere nuovi particolari sulla morte di Feltrinelli. Grazie ad una perizia di Aldo Giannuli su un terzo dei documenti, spunta qualcosa di inquietante che evidenzia il ruolo del misterioso "Club di Berna", (il coordinamento delle polizie europee), nato nel 1965 per volontà di D'Amato. Il Club si riunisce proprio pochi giorni dopo la morte di Feltrinelli e D'Amato svolge la relazione introduttiva. Rivela che nel febbraio 1972 l'Ufficio Affari Riservati fa pubblicare a sue spese un libro dal titolo "Feltrinelli:il guerrigliero impotente". Il direttore dell'Ufficio intende spingere Feltrinelli ad agire concretamente provocandolo, gli rimprovera la mancanza di coraggio. Lo colpisce nel suo punto debole. "Il libro è stato uno shock psicologico per Feltrinelli -scrive D'Amato- che giocava alla rivoluzione senza rischiare in prima persona e deve essersi deciso a dare ai suoi collaboratori la prova che pagava in prima persona, incominciando a partecipare all'azione. Il libro voleva far uscire Feltrinelli allo scoperto e farlo agire sul piano personale rivoluzionario. Suo scopo era di esercitare una vera e propria azione psicologica". Il libro esce per davvero. Lo conferma Valerio Riva, pur contestando il ritrovamento delle carte, sulle pagine del quotidiano "Il Giornale". Ha una copertina color kaki, il marchio editoriale è attribuito alle Edizioni Documenti, con sede a Roma in piazza Rondanini 29. La data di stampa è dell'aprile 1971. Esce con un po' di ritardo, proprio nel febbraio 1972. Ci sono i riscontri oggettivi. Chi firma la perizia per conto della magistratura scrive: "L'intero brano getta una luce assai sinistra sull'incidente di Segrate, già di per se non del tutto chiaro. Quando, due giorni dopo quella relazione, Lotta Continua uscì con l'infelice titolo sulla morte di Calabresi, questo parve a molti una sorta di rivendicazione dell'omicidio. Applicando lo stesso metro dovremmo osservare che la relazione di D'Amato sembra una cosa assai prossima ad una rivendicazione". Secondo le carte trovate nella dependance del Ministero, in via Appia, il "Club di Berna" è una struttura non codificata ne strutturata in maniera organica: maschera la costituzione di una cordata tra Fbi, Ufficio Affari Riservati e servizio di sicurezza francese, contrapposta a quella fra CIA, Nato e servizi militari.

Tra il '72 e il '73, si tengono i primi incontri di coordinamento dei collettivi autonomi radicati nelle realtà operaie del Nord. Enfatizzano l'autonomia della classe operaia e proclamano la propria indipendenza dai gruppi storici della Nuova Sinistra, accusata di eccessiva moderazione. Al termine del processo di aggregazione, l'area dell'autonomia si crea punti di riferimento:sono le riviste "Senza Tregua" e "Rosso", lette da alcuni vecchi militanti di Lotta Continua e Potere Operaio e attivisti dei circoli giovanili che si muovono nelle periferie delle grandi metropoli.

Nel 1988, L'Espresso pubblica un'intervista importante proprio al leader dell'Autonomia Operaia, Oreste Scalzone. Mette in relazione l'omicidio di Calabresi con le attività di Giangiacomo Feltrinelli. Lo fa al giornalista Mario Scialoja. "E' venuto il tempo di rivelare alcune cose precise. Io ero amico di Feltrinelli, anche quando era diventato clandestino e si chiamava Osvaldo. Feltrinelli aveva tre idee fisse: Junio Valerio Borghese, Edgardo Sogno, Luigi Calabresi. Dei primi due pensava che presto o tardi avrebbero fatto un golpe: di Calabresi pensava che fosse un agente della CIA. Noi eravamo su tutt'altra lunghezza d'onda, avevamo gli occhi fissi sui cancelli della Fiat. Feltrinelli ci considerava a noi di Potere Operaio, dei rivoluzionari sinceri, ma illusi e avveniristi perché non pensavamo alla controrivoluzione e non ci ponevamo adeguatamente la questione militare. Fu di ritorno da un viaggio in Uruguay, nella primavera-estate '71, che Feltrinelli cominciò seriamente a pensare ad un'azione contro Calabresi. So per certo che, con i suoi compagni dei Gap, la preparò accuratamente. Posso solo aggiungere che non si trattò dei Gap milanesi e genovesi, gli unici all'epoca inquisiti: Feltrinelli aveva una rete più larga anche al Sud, anche all'estero. Aggiungo che, qualche giorno dopo l'omicidio Calabresi, arrivò nella sede milanese di Potere Operaio, in via Maroncelli, una busta gialla contenente un comunicato di cui ricordo bene alcune frasi: "Abbiamo giustiziato il boia Calabresi. . . Mai più altri Pinelli. . . Basta con l'estremismo parolaio della sinistra rivoluzionaria. . . Passare all'azione diretta, subito". Il volantino era firmato Giustizia Proletaria. Non ho la prova che quella fosse una rivendicazione autentica ma non ho neanche nessun elemento per giudicarla un falso. Più tardi raccontai l'episodio del volantino all'onorevole Corrado Bonfantini, l'ex comandante partigiano delle Brigate Matteotti, che aveva diretto con Pertini la liberazione di Milano. "

A Ulderico Munzi del Corriere della Sera, Scalzone rivela un particolare in più. "Dell'omicidio Calabresi me ne parlò in alcuni incontri. Non mi mostrò piani strategici e di azione perché teneva molto a una rigida compartimentazione. Aveva una rete a cerchi concentrici, in cui i Gap costituivano la propaggine esterna di movimento. Preparò certamente l'uccisione di Calabresi ma servendosi di un suo circolo esclusivo, diverso dai Gap. Ho avuto alcune intuizioni in proposito perché ho conosciuto molti personaggi, non solo italiani, legati a Feltrinelli". E' una circostanza nuova per Guido Viola, il giudice che si occupa delle attività di Feltrinelli. "Non risulta da nessun documento dei Gap, ne da alcun indizio. Non c'è riscontro a questa versione". Infatti Scalzone è convinto che a uccidere Calabresi non sia l'attività seppure illegale dei Gap ma un circolo esclusivo. "Ho ancora un altro indizio sul fatto che non siano stati i Gap. Feltrinelli morì tragicamente due mesi prima di Calabresi e i gruppi di azione partigiana, dopo il fatto di Segrate, furono subito individuati e messi sotto inchiesta. Ho aiutato molti militanti a fuggire all'estero. Erano su una lunghezza d'onda molto lontana da un'operazione di quella che costò la vita a Calabresi. Alcuni erano operativi nel senso che può intuire. Penso che siano ancora vivi. Non sono mai apparsi sulla ribalta giudiziaria. Ormai sono persone lontane dal fenomeno. Possono essere intellettuali, individui rispettabili, in Italia e in Europa. Feltrinelli si muoveva tra Svizzera, Austria, Germania, Francia. Io sono convinto che, dopo la morte di Feltrinelli, siano stati quei suoi compagni a proseguire l'azione armata contro Calabresi e a portarla a termine. Parlandomi del progetto di uccidere Calabresi, Feltrinelli voleva un avallo politico della sinistra extraparlamentare. Aveva la determinazione di giustiziare Calabresi. E non era un velleitario".

Le carte sono sparse tra i vari giudici e magistrati che si occupano di stragismo, di piani golpisti, delle attività di gruppi pronti a sovvertire lo stato democratico. Il giudice Arcai di Brescia, propone nei suoi atti uno strano connubio tra i Mar, Movimento Azione Rivoluzionaria, del partigiano bianco Carlo Fumagalli e le attività di Feltrinelli. Riporta una dichiarazione resa da Francesco Piazza, vicino a Fumagalli, e riferisce le confessioni a lui fatte da Giovanni Rossi, un ricettatore morto poco tempo prima in un incidente d'auto. "A proposito di Feltrinelli, Giovanni Rossi afferma che prima della sua morte l'editore finanziava Fumagalli. Prima che morisse Feltrinelli Fumagalli non aveva problemi finanziari. Feltrinelli passò la serata prima dell'attentato di Segrate con lo stesso Fumagalli. Rossi mi disse che la sera prima della morte dell'editore, costui e Fumagalli, insieme con altre persone delle quali non mi fece il nome, si era trovato nell'albergo Arcobaleno di Vimodrone e avevano avuto una discussione su come far saltare un traliccio: Rossi mi precisò che in quei giorni Fumagalli stava andando in rotta con Feltrinelli per divergenze politiche, per cui nell'albergo Arcobaleno avevano discusso di queste divergenze e la discussione era stata molto animata. Tuttavia erano andati insieme a far saltare il traliccio o comunque quella sera Feltrinelli era morto nel tentativo di far saltare il traliccio. Rossi disse che Feltrinelli era al traliccio con una squadra di Fumagalli, ma non disse anche se ci fosse Fumagalli in persona".

In seguito alla morte del commissario, spunta da un cassetto della Questura un appunto di Calabresi su una formazione di destra, la Lega Italia Unita, e sulle attività illegali e protette di Fumagalli. Marcello Bergamaschi è uno dei cosiddetti "ragazzi del comandante". In carcere, nel giugno 1974 confessa il suo racconto, al giudice istruttore di Brescia, Giovanni Simeoni. "Fumagalli mostrava, dal modo con cui ne parlava, di saperne molto sulla morte del commissario Calabresi. Per la verità non scese mai in particolari, ma da come ne parlava io compresi che doveva saperne molto. Diceva fra l'altro che era stata una cosa ben fatta e che nessuno avrebbe mai saputo chi era stato ad ucciderlo: e tuttavia dal modo come lo diceva sembrava che lui lo sapesse benissimo". Bergamaschi parla di cose che Fumagalli gli dice, in prima persona. "Fumagalli parlò della conoscenza che lui aveva con Feltrinelli, con il quale aveva avuto relazioni, però lo stimava soltanto in quanto aveva i soldi ma non come persona capace. A suo dire Feltrinelli era stato buono soltanto a fare del casino senza costrutto. Però non scese in altri particolari".

Si scopre ora che Carlo Fumagalli organizza la cosiddetta "Operazione Valtellina", un tentativo di colpo di Stato finalizzato al sovvertimento delle istituzioni democratiche, che deve scattare in concomitanza con l'attentato di Nico Azzi sul treno Torino-Roma, il 7 aprile del 1973, agli incidenti di Milano che causano la morte dell'agente di pubblica sicurezza Antonio Marino, il 12 aprile, alla bomba lanciata dal presunto anarchico Gianfranco Bertoli, nell'anniversario della morte di Calabresi. L'esistenza del gruppo di Fumagalli, la sua pericolosità e l'attitudine all'eversione emergono in seguito a un episodio avvenuto il 30 maggio 1974, appena due giorni dopo la strage di Piazza della Loggia, a Brescia. In una località dell'Appennino, Pian del Rascino, una pattuglia dei carabinieri sorprende tre esponenti della destra eversiva. Uno di questi, Giancarlo Esposti, risponde al fuoco e ferisce due militari. Nel conflitto lo stesso Esposti rimane ucciso. Si scopre che è un aderente di Avanguardia Nazionale, vicino ai Mar di Fumagalli, già condannato a Milano per gli attentati organizzati dalle Squadre d'Azione Mussolini, (Sam). Fumagalli viene arrestato per l'inchiesta sulla strage di Brescia mentre trasporta ingenti quantità di esplosivo e di armi:un bazooka, divise militari, duecento targhe false di automobili, passaporti falsi e due tende cabine insonorizzate del tipo utilizzato per persone sequestrate. Le successive indagini giudiziarie si concludono con una sentenza di condanna e ricostruiscono in dettaglio l'attività del Mar:aveva infatti raggiunto la massima dimensione negli anni '70-'74, ma con una dislocazione nella sola Lombardia, in particolare in Valtellina.

Fumagalli è proprietario della DIA Srl (Demolizione industriale autoveicoli), azienda situata a soli trecento metri dal traliccio di Segrate. Giuseppe Baruffi, curatore fallimentare di società che fanno capo a Fumagalli, dichiara ai giudici ciò che sa. "Quando si divulgò la notizia del cadavere trovato sotto il traliccio di Segrate, mi venne la sensazione che potesse essere Carlo Fumagalli. Fatto sta che in quel periodo di tempo, Carlo Fumagalli si rese irreperibile per cinque sei giorni. Ne dedussi che magari era nascosto nella stessa cantina della Dia. Avevo notato che in quei giorni veniva acquistato cibo e introdotto nella Dia in modo diverso dal solito". C'è un rapporto del Sid, scritto nel 1974, e inviato alla magistratura. "Fumagalli partecipava al progetto di creare una situazione in Valtellina e Liguria, che aveva come premessa una guerra civile che nuclei isolati capitanati da Nardi ed Esposti, avrebbero dovuto estendere alle regioni centrali del paese. La guerra civile avrebbe dovuto imporre alle forze armate di intervenire ed assumere il potere". La conferma viene dall'interrogatorio che lo stesso Fumagalli rende al giudice istruttore di Bologna. "Fumagalli ha confermato il progetto di golpe dell'aprile 1973 che doveva essere attuato d'intesa con Carabinieri ed Esercito e di cui i suoi uomini dovevano costituire la base civile in Lombardia". Il giudice istruttore Leonardo Grassi che indaga sui depistaggi dei servizi in seguito alla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e alle attività dei neofascisti, descrive i fatti nella sua sentenza ordinanza del 1995. "Il Mar si trasformò da Movimento Armato Rivoluzionario a Movimento d'azione rivoluzionaria. I tralicci dovevano servire per verificare la copertura . C'erano garanzie d'impunità e far saltare alcuni tralicci senza produrre vittime doveva servire a verificare tali garanzie". Un collegamento tra le attività di Feltrinelli, comunista, e quelle di Carlo Fumagalli, fascista, sembrano politicamente inspiegabili.

Il 17 maggio 1972 viene ucciso Luigi Calabresi. Nessuno rivendica l'omicidio. E nelle inchieste, anni dopo, spuntano le dichiarazioni di esponenti del Partito Armato, Br e Prima Linea, che si sono pentiti e hanno deciso di collaborare con la giustizia. La crisi delle organizzazioni clandestine viene accelerata da alcuni articoli presenti nella legge del 1979: vengono infatti introdotte misure premiali per i membri dei gruppi che decidono di collaborare con le autorità inquirenti. Per loro, c'è la non punibilità e la riduzione della pena fino alla metà con l'esclusione definitiva delle aggravanti. Per l'inchiesta sull'uccisione del commissario Calabresi, gran parte delle loro dichiarazioni sono indirette, discorsi ascoltati da terze o quarte persone e poi riferiti. Roberto Sandalo, pentito di Prima Linea, non è infatti in grado di controllare la veridicità di ciò che dice. Rende il suo racconto a braccio, al giudice istruttore di Torino. "Era il 77, poco dopo la mia uscita da Lotta Continua. Un giorno Marco Donat Catin mi mostra una foto del libro "Cinque anni a Milano". Mi indica un giovane, ritratto insieme ad altri militanti di Lotta Continua, come il responsabile dell'omicidio Calabresi. Aggiunge che questo ragazzo si era staccato dall'attività politica e aveva aperto una libreria a Milano". Sandalo cita un altro fatto. "Nel settembre '77 io e Marco Donat Cattin andammo a cena, a casa di Massimiliano Barbieri. Parlammo a lungo dei momenti d'oro del movimento. Il discorso era caduto sull'omicidio Calabresi che Barbieri aveva ricordato come l'inizio della lotta armata. Anche lui aveva il libro Cinque anni a Milano e aveva indicato in una delle fotografie riprodotte l'omicida del Dott. Calabresi". Viene interrogato Barbieri. Esclude di aver indicato in quella fotografia del libro di Uliano Lucas, l'autore dell'omicidio Calabresi. Marco Donat Cattin dichiara di non possedere nemmeno il libro. E ricorda. "Nella cena a casa di Barbieri non ho mai parlato della circostanza che era stata Lotta Continua a uccidere il commissario Calabresi, in quanto si trattava di un fatto scontato". E' la stagione dei pentimenti. Si presenta Michele Viscardi al procuratore della Repubblica di Bergamo. "Nel 1980 mi trovavo in un bar di Milano insieme a Roberto Rosso e forse a Sergio Segio. Mostrai a Rosso un articolo del Corriere della Sera nel quale si parlava della scarcerazione di Franco Gavazzeni, figlio di un noto musicista bergamasco. Roberto Rosso mi ha riferito che Gavazzeni era implicato nell'omicidio Calabresi come basista. Era noto nell'ambiente di Prima Linea che questo omicidio era stato commesso da elementi del servizio d'ordine di Lotta Continua di Milano, su indicazione della segreteria milanese. " Roberto Rosso dichiara di "non sapere nulla di un secondo livello occulto esistente in Lotta Continua, ne dell'omicidio Calabresi, di non ricordare gli episodi riferiti da Donat Cattin e da Sergio Martinelli". Sergio Segio rende dichiarazioni analoghe ed esclude le circostanze riferite da Viscardi. C'è chi ipotizza, come Sergio Martinelli, allora militante di Lotta Continua, che "dopo l'omicidio Calabresi si era creata una spaccatura all'interno del movimento tra chi come Adriano Sofri, erano contrari a rivendicare l'omicidio sul quotidiano Lotta Continua e chi invece, come Pietrostefani, Salvioli, Scaramucci e lo stesso Cassina, erano favorevoli a pubblicare sul giornale un titolo che rivendicasse sostanzialmente l'omicidio".

Martinelli cita però due ex militanti di Lotta Continua Fabio Salvioni e Giampietro Cassina. Cassina conferma che nell'incontro a casa di Salvioni, riferito da Martinelli, si è parlato dell'omicidio Calabresi ma nega che sia un episodio riferibile a militanti di Lotta Continua. Oliviero Camagni parla di "una struttura illegale all'interno di Lotta Continua che costituiva il braccio armato di questo movimento e operava in clandestinità". Riporta dichiarazioni di Sergio Segio. "Anche Segio, in un occasione che non ricordo, mi aveva riferito che a uccidere Calabresi erano stati elementi di Lotta Continua. Segio però non mi ha fornito altre indicazioni, anche perché era persona riservata e difficilmente avrebbe detto qualcosa di più sull'episodio".

Prima Linea nasce invece nell'aprile '77, da un vero e proprio congresso costitutivo a San Michele a Torre, vicino a Firenze. Al vertice c'è una "conferenza di organizzazione", alla quale il comando nazionale risponde di tutte le operazioni. Vengono costituiti un settore tecnico-logistico e uno informativo, ma quello che pesa è l'intera struttura armata che va dalle ronde proletarie ai gruppi di fuoco, alle squadre di combattimento.

Enrico Baglioni, ex di Lotta Continua, passa a Prima Linea e alla lotta armata. Sull'omicidio Calabresi offre un opinione diversa da quella espressa da alcuni suoi compagni: racconta le sue impressioni al settimanale "Il Sabato". "Ho pensato che l'omicidio Calabresi era sicuramente stato compiuto da compagni e che non si trattava di una provocazione reazionaria. Tra di noi ci fu subito un giudizio di condivisione del fatto, distribuimmo volantini e affiggemmo ai cancelli delle fabbriche manifesti che giustificavano quella che chiamavamo un'esecuzione proletaria. Ma devo anche dire che non ho mai avuto la sensazione che quell'omicidio fosse opera nostra, non ho mai avuto segnali che mi facessero pensare che fosse stata un'operazione voluta e realizzata da Lotta Continua". Anche Renato Curcio, interviene sul caso Calabresi. Lo fa sempre con l'ausilio di un libro intervista al giornalista dell'Espresso, Mario Scialoja. "La notizia ci colse di sorpresa. Negli ambienti che frequentavamo non avevamo nessun sentore che si stesse preparando qualcosa del genere. Si trattava di un'azione dirompente che ci preoccupò perché poteva avere conseguenze gravi e anche imprevedibili. Quale sarebbe stata la reazione repressiva nei confronti del movimento e dei gruppi dell'ultra-sinistra ? Ci siamo dati da fare per sapere chi c'era dietro a quell'azione. Gli accertamenti apparvero subito difficili. Cercammo di raccogliere informazioni negli ambienti di Lotta Continua, di Potere Operaio, dei gruppetti marxistileninisti e anarchici. Il tipo di atteggiamento di fronte al quale ci trovammo fu più o meno questo. "E' un'azione che viene dall'interno dei gruppi e del movimento. Sappiamo di chi si tratta ma visto che non è stata rivendicata è meglio lasciar perdere". E le parole sfumavano nel vago. Avevamo capito che l'uccisione di Calabresi era stata un gesto giustizialista occasionale, nato nel clima di mobilitazione generale di quel momento". L'ex brigatista Alfredo Bonavita entra nei particolari. "Immediatamente è stata scartata l'ipotesi che siano stati i fascisti. Però i sospetti su Lotta Continua non sono nati subito ma a partire dal '77, quando nelle carceri ci furono degli incontri tra le Br e quelli di Prima Linea. Dal '72 al '76 vennero fatte altre supposizioni. Si puntò il dito sui Gap di Feltrinelli perché in precedenza il console boliviano Quintanilla era stato ammazzato in Germania con una pistola appartenuta all'editore". Non tutti sono d'accordo all'interno delle voci del Partito Armato. Enrico Baglioni esclude però la possibilità che all'interno di Lotta Continua ci sia una sorta di secondo livello armato. "Nella mia lunga militanza in Lotta Continua non ho mai avvertito la presenza, all'interno dell'organizzazione di strutture clandestine o paramilitari. Certo come tutte le forze politiche di quell'epoca, anche noi, che tra l'altro eravamo il gruppo più numeroso, avevamo un nostro servizio d'ordine. Ma ripeto. Ne io, ne i compagni che con me hanno fondato Prima Linea abbiamo ricevuto un addestramento alla lotta armata all'interno di Lotta Continua".

Marco Boato appartiene alla dirigenza di Lotta Continua. Dice quello che sa al Corriere della Sera. Il pezzo è firmato da Giuliano Ferrara. "I servizi d'ordine del tempo erano organismi pressoché informali. Dopo, verso la metà dei Settanta, diventarono il serbatoio del terrorismo che tutti sanno, ma tutti sanno che lo diventarono contro l'opinione della direzione di Lotta Continua e fuori da essa. Non ci fu nessuna inchiesta su Calabresi. Se ci fosse stata ne sarei a conoscenza Non posso escludere niente sul piano delle iniziative individuali o di piccoli gruppi. La Milano di allora era davvero un'inferno. Ma noi, i capi di Lc, facevamo una campagna pubblica sulle responsabilità di Calabresi, non pedinamenti. Cercavamo le sue denunce per diffamazione, volevamo un processo pubblico che rendesse giustizia all'anarchico "suicidato". Certo, a rileggere ciò che abbiamo scritto poi sul nostro giornale, prima e dopo l'omicidio, penso a qualcosa di moralmente mostruoso, non solo un errore politico di cui abbiamo pagato per intero le conseguenze. Sì, da anni mi sono reso perfettamente conto che l'assassinio di Calabresi è stato l'inizio del terrorismo di sinistra. Ma non siamo stati noi a deciderlo".

Come si struttura Lotta Continua, nel '72 ? Lo rivela Luigi Bobbio, uno dei fondatori del gruppo, al settimanale L'Europeo. "Temevamo un golpe: e, come si è visto non fu solo paranoia. Sarebbe stato irresponsabile, in quel clima, che un'organizzazione che si dichiarava rivoluzionaria non si dotasse di adeguate strutture logistiche, di contatti e reti di rapporti che le garantissero la sopravvivenza. Una serie di attività non note alla maggior parte dei militanti:tutti i compagni, però, erano d'accordo sul fatto che esistessero attività non note. Niente a che fare con la lotta armata, però, lo escludo nel modo più categorico. Lc aveva piuttosto delle attività specializzate, o non legali, o di copertura. Ci attendevamo la resa dei conti generale, un colpo di Stato. Non posso escludere categoricamente che la sinistra non c'entri in questo omicidio. Se Scalzone parla avrà i suoi buoni motivi per dire ciò che dice. Quanto ai progetti dei Gap di Feltrinelli su Calabresi, posso solo dire che non mi pare inverosimile. Ma non mi pare una notizia, insomma. Se qualcuno di Lc, e io continuo a credere che non sia così, ha preso parte a quella azione, lo ha fatto in qualche modo contro i patti impliciti ma chiari che vigevano all'interno dell'organizzazione. In quel momento, Lotta Continua ha avuto forti sbandamenti, era un momento in cui si sentiva un acutizzarsi improvviso del conflitto, delle tensioni, in cui l'asse politico si stava spostando a destra. Nel congresso di Rimini, nell'aprile '72, quello che nel mio libro definisco svolta militarista: fu un serrare le fila, darsi un'organizzazione adatta alla fase dopo un periodo più spontaneista e movimentista. Ma l'idea di passare all'azione con un omicidio politico di quel peso, non venne neanche presa in considerazione".

 

L'UOMO DI BOCCA DI MAGRA

C'è un fiume che scorre per un breve tratto di strada, attraversa le montagne, tra la Toscana e l' Emilia Romagna, bagna Pontremoli, attraversa Aulla, lambisce Sarzana e sfocia nel mar Tirreno. In quella terra di pescatori di anguille e barche a riposo c'è Bocca di Magra, pochi abitanti, tanto lavoro. E' l'ultimo scampolo di Liguria dopo il golfo dei Poeti, ben prima delle luci e delle discoteche della Versilia. Tra Bocca di Magra e Sarzana vive e lavora, insieme alla sua compagna Antonia Bistolfi, Leonardo Marino. Non è difficile vederlo, per chi sa di barche e di pesca, dentro il suo furgone, intento a cucinare qualche crepes e a vendere bibite. Sta lì dall'agosto 1984. Marino è l'unico maschio di una famiglia di quattro figli. Il padre è un immigrato di Pastorano, in provincia di Caserta: di professione fa il casellante. Cresce tra i fischi delle sirene di Settimo Torinese. La madre, Filomena, non parla che dialetto. Leonardo viene mandato a studiare a Torino, in un collegio di salesiani ma a soli 13 anni torna a casa per l'improvvisa morte del padre. Tocca a lui lavorare per mantenere la madre e le tre sorelle che gli stanno accanto.

Passano gli anni ed entra alla Fiat Mirafiori. E' il 1966. Intorno a lui e alla sua tuta blu, si muovono migliaia di giovani, l'ottanta per cento viene dal Sud. Marino lavora in uno dei reparti più duri, verniciatura, alle carrozzerie. Scoppia il '68 e partecipa alle prime proteste operaie. Nasce l'organizzazione Lotta Continua e Marino vi aderisce. Giubbotto stretto, capelli folti ricci e neri. Nell'autunno caldo, quello del 1969, ha un momento di gloria, di relativa popolarità. Al Palazzetto dello Sport di Torino c'è un'assemblea organizzata dai sindacati dei metalmeccanici. Protestano contro la Fiat che vuole licenziare 120 operai. Marino sale sul palco, afferra il microfono, incita allo sciopero con un discorso che infiamma l'assemblea. Pochi mesi dopo viene denunciato dalla Fiat per atti di violenza : passa un anno e viene licenziato. Lotta Continua gli da una mano: deve distribuire a Milano e Torino il giornale del movimento. E' lì che conosce Antonia Bistolfi, piemontese di Aqui Terme.

Nel 1976 Lotta Continua si scioglie e Marino si inventa un nuovo lavoro. Si trasferisce a Morgex, a dieci chilometri da Courmayeur: intanto Antonia lascia il posto alla Sip. E' solo a mantenere la famiglia e tenta di tutto. Guida le ambulanze, fa la guardia agli ski-lift, impara l'arte delle crèpes. Antonia chiede aiuto ad una coppia di amici di Milano, Luisa Castiglioni e l'imprenditore Hans Deichman. A Marino e famiglia arrivano soldi in assegni bancari e contanti, fino ad un salario fisso e un appartamento gratis per fare da custodi alla loro villa di Bocca di Magra. Deichman stacca un assegno da quattro milioni e mezzo nell'agosto '82, a settembre arrivano altre 780 mila lire: ottengono un milione e mezzo nel luglio 1983, altre 920 mila lire a novembre, poi ancora tre milioni nel febbraio '84 e mille franchi nell'agosto dello stesso anno. L'impiego a villa Deichman dura meno di un anno a causa dei continui litigi. Marino cambia lavoro e diventa venditore ambulante di crèpes, bibite, panini. Lo fa dal 1986. Nel luglio 1988, però, decide di parlare del delitto Calabresi. Dice di aver partecipato a quell'omicidio. Era al volante della Fiat 125 blu. Per Marino il killer del commissario è un ex militante di Lotta Continua di Massa, Ovidio Bompressi; l'incarico viene dall'esecutivo nazionale dell'organizzazione e in particolare dal responsabile del servizio d'ordine Giorgio Pietrostefani e dal leader Adriano Sofri che gli avrebbe dato il suo personale consenso nel corso di una manifestazione a Pisa, per protestare contro la morte dell'anarchico Franco Serantini. E' una chiamata in correità senza precedenti. Grazie alle rivelazioni di Marino, Sofri viene arrestato nella sua abitazione di Impruneta, vicino a Firenze. Stessa cosa avviene per Pietrostefani e Bompressi che vengono fermati, il 28 luglio 1988. Il colonnello dei carabinieri, Luigi Nobili, dichiara. "E' un'indagine suscettibile di altri arresti".

Il racconto di Leonardo Marino, però, divide giornalisti, magistrati, avvocati, Tribunali, l'opinione pubblica. La sua chiamata in correità viene analizzata, criticata, sezionata. La presenta nei verbali dei carabinieri, nei primi interrogatori e nel libro "La verità di piombo", da lui scritto poco dopo gli arresti. "Il primo a parlarmi della possibilità di far fuori Calabresi fu Bompressi, nell'autunno del '71. Erano i giorni in cui tutti i giornali scrivevano che i giudici di Milano avevano ufficialmente incriminato Calabresi per omicidio volontario di Pinelli, ragione per cui in noi si rafforzava la convinzione che il commissario fosse colpevole. Bompressi mi disse che i compagni di Milano avevano già iniziato l'inchiesta, cioè i pedinamenti del commissario per conoscere le sue abitudini e studiare di fare il colpo con sicurezza. Avremmo dovuto rubare una macchina e io avrei dovuto guidarla. Quella era la mansione adatta a me, visto che l'avevo fatto ben altre volte durante le rapine. In seguito me ne parlò più volte Pietrostefani, durante i nostri racconti a Torino".

Nel libro, Marino va avanti con la presunta preparazione dell'attentato. "Se ci avessero fermati prima, avremmo dovuto dire che volevamo soltanto minacciare e spaventare il commissario. Se ci avessero catturati dopo, avremo dovuto dire di essere estranei a Lotta Continua e di aver voluto vendicare Pinelli. Proprio per questo Bompressi era sconosciuto ai militanti di Lotta Continua di Torino e io ormai da mesi non svolgevo più alcuna attività politica pubblica". Per sua stessa ammissione, dichiara di essere fuori dalle normali attività politiche, dalle assemblee, dalle occupazioni. Una persona in clandestinità, insomma, che vive nell'anonimato e, nonostante ciò, si reca a Pisa il 13 maggio 1972. Dice di voler incontrare il leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, alla luce del sole, davanti a tutti. "Chiesi ripetutamente a Pietrostefani di confermarmi se Sofri davvero era d'accordo, e lui mi disse che potevo accertarmene di persona andando a parlare con lui al comizio per la morte di Serantini, che si sarebbe tenuto a Pisa, sabato 13 maggio. Comizio, del resto, al quale sarebbero andati i compagni da tutto il Nord. Parlai con Sofri subito dopo il comizio. Pur confermandomi che la decisione era stata presa e che la cosa andava fatta, e tutte le altre cose che ho raccontato al processo, come la necessità di negare di far parte di Lotta Continua nel caso fossimo stati presi, l'assicurazione che l'organizzazione avrebbe pensato a noi e alle nostre famiglie, io ricavai da quel breve colloquio l'impressione abbastanza netta che Sofri, nel suo intimo, esitasse. L'impressione che mi fece fu quella di essersi lasciato trascinare da Pietrostefani in quella decisione. E mi sembrò di averne una conferma nelle parole che mi disse accomiatandomi. "Speriamo vi vada bene, sennò siamo fottuti"".

Marino ha l'impressione, non la certezza che Sofri offra il suo benestare a quell'omicidio. "Tornai a Torino quella stessa sera. L'indomani, domenica 14 maggio, ricevetti in sede la telefonata di Luigi, il compagno di Milano che aveva avuto l'incarico di ospitare me e Bompressi e di accompagnarci sul luogo dell'attentato. L'appuntamento era alla stazione centrale di Milano il giorno dopo, lunedì 15. Prima di partire passai a prelevare la mia arma al deposito di Paolo Buffo. Presi una Smith& Wesson calibro 38 special a canna corta". Marino va avanti con nuovi particolari. "La sera del 15, io e Luigi, facemmo un sopralluogo in via Cherubini, sotto casa del commissario, per studiare il colpo nei dettagli e preparare una via di fuga. Poi nella notte rubai la macchina, una 125, avendo cura di scegliere un modello privo di bloccasterzo, perché non avendo le chiavi, non potevo rischiare di restare con lo sterzo bloccato. Questo particolare, che non era mai stato reso pubblico, costituì poi, per i magistrati che mi interrogarono, dopo la mia confessione, il primo, importante riscontro del mio racconto e una prova che non mentivo. Un secondo riscontro fu quello dell'agenda della signora Calabresi che la mattina del 16, da noi fissata per l'attentato, aveva scritto che suo marito era uscito più tardi del solito. Infatti proprio il suo ritardo nell'uscire di casa, insieme al fatto che non aveva parcheggiato, come al solito, la sua 500 sulla strada, ci aveva spinto, quel martedì 16 mattina, a rinviare l'azione al giorno dopo. "

Ora Marino narra di quel 17 maggio. Lo fa a modo suo. "Il 17, invece, si svolse secondo il nostro piano. Arrivammo sul posto parecchio tempo prima dell'ora in cui sapevamo che il commissario sarebbe uscito di casa, tra le 9 e le 9, 20, con la macchina di Luigi. Prima di tutto controllammo se c'era la 500 del commissario. C'era: segno che era in casa. Luigi ci fece scendere, poi andò a piazzarsi da qualche parte, in modo da tenere d'occhio la scena e poter avvertire immediatamente i nostri capi se qualcosa fosse andata male, se i passanti avessero tentato di bloccare Bompressi dopo il fatto. Prima di separarci andai a vedere se la 125 che avevo rubato era sempre al suo posto. Anche lei c'era. Solo allora ci allontanammo. Ognuno per suo conto. Ognuno sapeva quel che doveva fare. A un tratto, ecco che esce il dottor Calabresi. Lo riconosco subito, dalle foto sui giornali. Innesto la retromarcia e lentamente procedo, per portarmi il più vicino possibile a Bompressi e favorire la sua fuga. Calabresi fa per aprire la portiera della 500, ma Bompressi estrae la Smith& Wesson e gli spara a bruciapelo un colpo alla nuca e subito dopo uno alla schiena. Bompressi riattraversa la strada in diagonale, tenendo la pistola in pugno, passando in mezzo alle macchine che si sono fermate, mi raggiunge, sale a bordo e si butta sul sedile dicendo "Che schifo", non una parola in più"

Molti sono i punti in discussione:a partire dalla data di presentazione ai carabinieri. Si saprà più tardi, nel processo di primo grado che Marino non si presenta il 19 luglio 1988, come racconta nei primi interrogatori, ma il 2 luglio alla stazione dei carabinieri di Ameglia. La conferma viene dalle testimonianze del carabiniere Emilio Rossi e dal capitano Meo in Corte d'Assise di Milano. "Marino si era presentato in stato di agitazione, -dice Rossi- presso la stazione dei cc di Ameglia, il 2 luglio '88, dichiarando di voler parlare di alcuni problemi abbastanza delicati e, dopo aver accennato al periodo in cui lavorava alla Fiat, alla sua militanza nel sindacato, in Lotta Continua e a un grave fatto commesso a Milano circa ventanni prima, manifestava il desiderio di parlare con qualche persona di grado superiore".

Chiamo Marino, attraverso il suo avvocato Gianfranco Maris. E' disponibile ad un'intervista. E la nostra chiacchierata telefonica parte proprio da questo particolare. Leonardo Marino mi sta ad ascoltare. Parte la registrazione, con la mia prima domanda "Non le sembra una contraddizione aver raccontato due date diverse ?". Da Sarzana risponde: "Io questa vicenda l'ho già chiarita, sia nel primo processo che in numerose interviste che mi hanno fatto. Il presidente Minale mi ha chiesto: "Quando si è presentato ai giudici ?". Ho detto che il giorno corrisponde a quando ho affrontato il primo interrogatorio. Poi nel processo sono arrivati i carabinieri e hanno raccontato quello che c'era stato precedentemente, i miei contatti con loro. Ciò non significa che sono stato tenuto in mano ai carabinieri, come ha detto molta gente in quei giorni. Uno prende la decisione di collaborare, prende dei contatti che lo portano a parlare con i giudici. Quei giorni di colloquio con i carabinieri sono serviti proprio per arrivare ai giudici di Milano. Non c'è nulla di misterioso, niente di strano".

Chiedo a Marino di parlare della sua militanza in Lotta Continua. "In quegli anni io lavoravo alla Fiat e nasceva Lotta Continua. Ho aderito a quell'organizzazione perché portava avanti le esigenze degli operai all'interno della fabbrica. Questa cosa aveva anche riflessi personali perché ero in contatto con tanti compagni. Mi trovavo bene con loro. Conoscevo anche persone di altre organizzazioni come Potere Operaio, Servire il Popolo. Io però ho fatto parte solo di Lotta Continua. ". Marino prosegue con il suo racconto, affrontando anche i momenti della lotta armata. "Ho conosciuto esponenti di Prima Linea che provenivano certamente da Lotta Continua. Molti di loro se ne sono andati dall'organizzazione perché erano in disaccordo con la nostra politica". Uno dei capisaldi della sua accusa è la presunta esistenza di una struttura illegale di Lotta Continua. "Quello che sapevo l'ho raccontato ai giudici. Io facevo parte di questa struttura che comprendeva un certo numero di persone. Non conoscevo quelli che stavano in altri centri. Sapevo della loro esistenza ma non avevo rapporti personali con loro. ".

Marino sa che il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, coinvolge Giangiacomo Feltrinelli come presunto organizzatore dell'omicidio. Scalzone muove alcune ipotesi. Al Corriere della Sera racconta le sue supposizioni. "Non posso escludere che Feltrinelli lo avesse contattato. Perché Marino accusa Lotta Continua ? Marino da degli elementi apparentemente inconfutabili della sua presenza nel commando che uccise Calabresi. Può darsi che attraverso i pentiti, i carabinieri siano arrivati a lui. Lontano dalla militanza, Marino può aver deciso una specie di "muoia Sansone con tutti i Filistei", coinvolgendo lo stesso Sofri. Comunque Marino, ammesso che sia stato contattato da Feltrinelli, non era in grado di conoscere i membri dei circolo ristretto". Marino sta ad ascoltare la testimonianza del leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone. Poi parla. "Se Scalzone è a conoscenza di nuovi particolari vada a raccontarli ai giudici. Non so a che titolo parla. Se sa delle cose allora le dica così come ho fatto io, altrimenti stia zitto. Porti prove a sostegno di quello che dice. Io comunque non ho mai conosciuto Feltrinelli, neppure i Gap. " Ai giudici, Marino imbastisce un lungo racconto a puntate, fatto di molti particolari, tutti criticati dalla difesa e sostenuti dal pm Pomarici e dal giudice istruttore Lombardi. C'è uno spunto investigativo che considera importante ? . "Io ho detto la verità su tutto. Quello che ho detto è la verità. Nel mio racconto i giudici hanno trovato riscontri in alcune cose, in altre meno. In aula ho fatto confusione ma dopo tanti anni ricordarsi tutto è difficile. Quando mi sono presentato ai carabinieri non pensavo di essere creduto per forza. Non volevo accusare gli altri. Se non mi avessero creduto me ne sarei tornato a casa. Nei verbali io racconto di una rapina fatta da Lotta Continua all'armeria Marco Leone di Torino, in piazza Solferino. Una delle pistole rubate è servita per uccidere il commissario Calabresi. Nel processo emerge che una pistola dello stock prelevato nell'armeria viene sequestrata ad Albonetti a Roma e l'altra a Pedrazzini a Milano, tutti appartenenti a Lotta Continua. Due più due fa quattro. C'era un'organizzazione che ha rapinato queste pistole e le ha distribuite ai suoi militanti . Guarda caso la polizia le ha trovate proprio nelle mani di gente di LC nel '70, due anni prima dell'omicidio Calabresi. Le rapine venivano discusse con il responsabile di questa struttura che allora era Giorgio Pietrostefani. Se lei legge il libro di Curcio c'è un passo in cui si dice che Franceschini si incontrava con Pietrostefani". Marino vuole correggere un brano dell'intervista, da lui concessa, al giornalista Bruno Vespa, nel libro "La Sfida". "In quel periodo mi occupavo di pedinare dei fascisti di Roma. Facevo delle inchieste sulle loro attività. Vespa mi ha chiesto di fargli un nome e mi ha suggerito quello di Stefano Delle Chiaie. Io ho risposto con "può darsi". Lui nel libro l'ha presentato in quel modo. Cosa le devo dire".

All'uomo di Bocca di Magra ricordo la situazione di quegli anni, le stragi, la paura di un colpo di Stato. A chi può giovare un omicidio come quello di via Cherubini?. "Che in quegli anni succedessero cose strane lo sanno tutti. Di strutture così era piena la sinistra extraparlamentare. Anche il Pci aveva strutture pronte per intervenire in caso di colpo di Stato. Anche Lotta Continua si era posta il problema di un rovesciamento repentino del potere da parte della destra e che in tutti gli ambienti della sinistra, istituzionale e non, fosse iniziato un dibattito sulla legittimità di armarsi. Chi è poi entrato in clandestinità e ha costituito gruppi armati faceva una scelta personale. Una cosa però è prepararsi, anche con le armi, per fronteggiare un colpo di Stato; un'altra è intraprendere la strada di Prima Linea e delle Brigate Rosse che attaccavano lo Stato in prima persona. Io penso che l'omicidio Calabresi fosse il primo atto armato di quella stagione. So che in molti hanno detto che Lotta Continua non aveva nulla a che vedere con la scelta armata. Non è vero. Agli atti risultano materiali sequestrati a esponenti di Lotta Continua che parlano in modo esplicito di lotta armata. Dopo ci sono stati i ripensamenti ma allora la linea di Lotta Continua era questa. ". La telefonata va avanti per oltre un'ora e mezza. Ora sposto le mie domande sulle sue contraddizioni.

Parlo della perizia balistica realizzata pochi mesi fa, che pone seri dubbi sulla veridicità delle sue affermazioni. I proiettili analizzati presentano elementi diversi, striature e microstriature totalmente differenti. "E' un fatto già emerso in sede processuale, nell'appello. C'erano varie perizie e tutte si contraddicevano. Io non so spiegarmi l'esistenza di due proiettili. Io so che Bompressi spara due proiettili da una pistola sola. E' una Smith &Wesson 38 special, canna lunga. La presenza presunta di due proiettili uno a canna lunga, l'altro a canna corta sfugge dalla mia conoscenza. Io so come sono andate le cose. Ero lì, in via Cherubini". Marino accusa Adriano Sofri di essere il mandante di quell'omicidio ma in fase dibattimentale escono contraddizioni sulla famosa manifestazione di Pisa, nella quale il leader di Lotta Continua gli avrebbe dato il consenso di uccidere Calabresi. Inanzitutto ci sono da chiarire le condizioni climatiche. Perché la difesa dice che quel giorno piove forte e non può avvenire l'incontro che racconta Marino. Piove o non piove, quel giorno?. "Quel giorno, dice il bollettino meteorologico, pioviggina ad intermittenza. Il vero acquazzone arriva di notte, tra le undici e mezzanotte. La difesa ha mostrato le foto che ritraggono Sofri sotto l'ombrello mentre fa il comizio. Quella pioggerellina non ha impedito di fare la manifestazione, il comizio di Sofri e non ha impedito che ci vedessimo. Lì ho visto Adriano e mi ha confermato di eseguire questa azione che avevamo in programma. Non sapevo se la decisione era stata presa dall'esecutivo nazionale. Io ho sempre parlato con Giorgio Pietrostefani . A me bastava che Adriano mi dicesse "sì, sono d'accordo", perché volevo la conferma che l'omicidio fosse stato deciso da Lotta Continua". C'è tempo per alcune riflessioni. "Non ho mai avuto una lira dallo Stato. Non sono un pentito di Stato, non godo di programmi speciali di protezione. Non mi sono arricchito. Riesco a tirare avanti con il mio lavoro. Sono solo un uomo pentito di quello che ho fatto e che ho pagato in tutti i sensi. Loro facevano i processi sui giornali ma nelle aule di giustizia è tutta un'altra cosa. La giustizia ha le sue regole. Quando mi sono presentato ai carabinieri non pensavo che i miei reati sarebbero stati prescritti, perché non conoscevo i termini del processo, fino alle sentenze della Corte di Cassazione. Ero convinto di fare quattro, cinque, magari sei anni. Ma due anni fa c'è stata la prescrizione. Sui giornali hanno scritto di tutto. Sono arrivati a sostenere che nella mia militanza nel Pci, sarei scappato via con la cassa di una sezione in Val d'Aosta. Pensi che il segretario di quella sezione fece un comunicato, pubblicato solo da giornali locali, per smentire quella vicenda. Io non posseggo gli agganci che hanno loro. Pure lei, mi dicono che è un innocentista. " L'intervista termina mentre si accendono i primi lampioni in città e le famiglie consumando il pasto serale, si raccontano la giornata trascorsa.

Non è la prima volta che parlo con Marino. Nei giorni della carcerazione di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, lo intervisto per Italia Radio che è mattina. "Le dico che non fa piacere a nessuno vedere altre persone perdere la propria libertà personale. Io sono disponibile a parlare con tutti. Il loro atteggiamento non è il mio. Per Sofri, Bompressi e Pietrostefani sembra che io non possa avere il diritto di parola". Marino torna a parlare delle sue confessioni. "Ogni volta che la mia storia è stata giudicata in un' aula di tribunale, i giudici hanno sempre vagliato le mie parole, le hanno sempre confrontate con i vari testi e tutte le volte sono giunti alla stessa conclusione. Hanno sempre ritenuto attendibile la mia parola". Sulle pagine dei giornali si scatena il dibattito sulla giustizia, sull'amnistia, sulla grazia. "Sono favorevole all'amnistia dei reati politici degli anni di piombo, sia di destra e di sinistra, compreso il caso di Mambro e Fioravanti". Al settimanale "Famiglia Cristiana", Marino si dimostra invece duro con i suoi ex compagni "Auguro a Sofri, Bompressi e Pietrostefani di confessarsi e di liberarsi così da questo incubo. Non giochino più a fare le vittime. Loro sono entrati in una strada senza uscita. Nonostante tutto vorrei dirgli di avere il coraggio delle proprie azioni, che non è detto che se uno confessa un delitto, seppure, mostruoso, debba essere considerato un mostro. Non so se Bompressi, Sofri e Pietrostefani avranno la forza d'animo: ho l'impressione che siano prigionieri di questo passato. Io commisi quell'attentato sulla base di motivazioni ideologiche. Quella mattina del 17 maggio andai in via Cherubini convinto di compiere un atto di giustizia ma oggi non penso più che Calabresi fosse il responsabile materiale della morte di Pinelli. C'è una sentenza del giudice D'Ambrosio, in cui credo pienamente. Io prego soprattutto per loro. Spero che trovino la serenità che ho trovato io. Sono preoccupato per la loro condizione carceraria. Voglio che qualcosa si faccia, al più presto. Ma questo non significa che tornerei dietro con quello che ho fatto. Era l'unica scelta. Il gesto del presidente Scalfaro di non concedere la grazia mi ha deluso. Con tutto rispetto per il presidente, dire che un'eventuale grazia sarebbe stato un quarto grado di giudizio mi sembra una forzatura. Poteva concedere benissimo la grazia indipendentemente, senza entrare nel merito delle sentenze dei giudici, solo sul piano umanitario."

 

L'ORA D'ARIA

Il carcere Don Bosco sta a pochi metri dal centro di Pisa. Non è un istituto penitenziario modello, nemmeno uno dei peggiori. Le celle sono strette. C'è l'ora d'aria, una piccola biblioteca con qualche libro datato, quattro sedie, un portacenere, la finestra con le sbarre, dove si scorge a malapena un pezzo di quello che sta fuori. In quel carcere stanno da diversi mesi, Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, accusati da Marino di essere i mandanti e gli esecutori dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Al Don Bosco sono andato più volte, per capire, per raccontare. C'è una relativa facilità ad ottenere i permessi per incontrare i detenuti. Basta inoltrare al Ministero di Grazia e Giustizia una domanda su carta intestata. E' il racconto di Adriano Sofri, mandato in onda a più riprese da Italia Radio. La prima intervista risale al periodo successivo alla loro carcerazione. E' del 22 gennaio 1997, infatti, la sentenza della Corte di Cassazione. Sofri, Bompressi e Pietrostefani, vengono condannati a 22 anni di detenzione. Per Leonardo Marino, la condanna a 11 anni subita in primo grado non è mai diventata esecutiva perché, al termine del terzo processo d'appello, 11 novembre 1995, il reato è stato dichiarato prescritto. Nelle 120 pagine della motivazione, depositata il 26 febbraio dello scorso anno, la Cassazione indica tra i riscontri, "l'esistenza di una struttura illegale armata, operante all'epoca dell'omicidio, di natura militarista". La Corte ricorda anche le accuse di Lotta Continua contro Calabresi. "La gravità sta nella campagna stampa contro Calabresi, con successivo compiacimento per il crimine, riscontro per tutti gli imputati ma soprattutto per Sofri, estensore dei testi e ispiratore della linea politica del giornale Lotta Continua".

Il percorso giudiziario dei tre del Don Bosco dura dal 28 luglio 1988 e prosegue attraverso sette anni di lunghi processi. Molti giudici hanno preso quelle carte, le hanno lette, si sono divisi. Il primo si conclude il 2 maggio 1990, con la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni e di Marino a 11. Sofri rifiuta di appellarsi ma la Corte d'Appello conferma le condanne che il 23 ottobre 1992 vengono annullate dalla Corte di Cassazione. E' il 21 dicembre 1993 e la Corte d'Appello assolve gli imputati ma il giudice Ferdinando Pincioni nelle sue motivazioni scrive una sentenza, secondo la difesa, "a dir poco suicida". Infatti viene bocciata dalla Cassazione il 27 ottobre 1994. Sofri presenta un esposto alla magistratura di Brescia che il 12 marzo 1997 l'archivia. 11 novembre 1995 c'è l'ultima condanna della Corte d'Appello confermata dalla Cassazione.

Sofri in questi anni si impegna nell'assistenza ai profughi in Bosnia, va in Cecenia dove diventa un osservatore importante, racconta il dramma di Sarajevo. Vive da reporter e da narratore. Scrive sui quotidiani, sulle riviste. Giorgio Pietrostefani sta a Parigi e si occupa di tossicodipendenze, Ovidio Bompressi continua la sua vita a Massa, città di sempre. Li accomuna un destino ignoto, così dopo la sentenza della Cassazione, decidono di presentarsi al Don Bosco . Il 27 giugno 1997, il Gip di Brescia archivia l'esposto di Sofri contro il giudice Giangiacomo Della Torre, accusato di aver fatto pressioni sui giurati durante la Corte d'Appello che nel' 95 conferma la condanna.

Entro al Don Bosco che sono le 15. E' il febbraio 1997. Vengo perquisito educatamente. Mi dicono quello che non posso portare, guardano dentro al registratore, consegno al secondino il mio documento: poi passo in una stanza, la biblioteca, dove le pareti sono impregnate di quello strano odore di umido che sta in ogni carcere. Le regole sono ferree. C'è il divieto di portare cose di ogni tipo, anche le più banali, magari quelle che servono ad ogni uomo nella vita di tutti i giorni. Inizia così la prima intervista. Circola la notizia che Sofri può diventare il direttore di un piccolo giornale del Don Bosco, una sorta di diario settimanale sui problemi della giustizia. Sofri risponde. "Troppa grazia, per usare un termine che adesso circola molto. Non c'è un giornale del carcere. C'è un tentativo di scrivere un giornale modesto nei mezzi materiali che fanno i detenuti. Mi hanno detto che sarebbero disposti di accettare un articolo che scriverò. I miei rapporti con gli altri detenuti è eccellente, sopratutto per merito loro. Sono stati gentilissimi nei miei confronti. Non lo dubitavo. Conosco il carcere e conosco quale consolazione sia ricevere un'accoglienza così generosa e ormai quasi filiale, visto che la maggior parte dei detenuti ha l'età dei miei figli".

Sofri è tranquillo, parla adagio e riflette sulla vita al Don Bosco. "Non leggo molto, per varie ragioni. Inanzitutto ho avuto all'inizio alcune difficoltà pratiche:è fatto divieto introdurre in carcere libri rilegati. Spero che questa cosa venga al più presto risolta, non per me ma per tutti qui dentro. Per quanto le sembri strano in situazioni come queste si è troppo o poco disponibili alla distrazione tranquilla e curiosa che è necessaria per leggere. Io credo di non essere in grado di leggere per distrarmi da qualcosa. Rimango invece abbastanza concentrato nella storia che ci ha portato qui, ci penso molto . Poi ci sono le incombenze pratiche della vita carceraria che è fatta di dettagli minimi ma decisivi"

L'ex leader di Lotta Continua sa dei fax, degli appelli, dei comitati che chiedono la sua innocenza. "All'inizio ero meno informato in quanto ho avuto qualche difficoltà materiale nella fornitura dei giornali, soprattutto nei primi giorni. Non mi ha nuociuto molto, perché volevo sgombrare la testa dall'eccesso di giornalismo in cui mi ero tuffato, comprese le cose che dicevo e rischiavano di essere ripetitive e un po' sbronze. Infatti le stesse interviste che ho rilasciato in carcere, all'inizio, ignoravano il retroterra delle domande che mi venivano mosse. Sento questa solidarietà, forte e affettuosa, che mi fa piacere. Da molto tempo vivo di una forte gratitudine. Ho accumulato anche debiti di ingratitudine e crediti nei confronti di inimicizie gratuite e stolte. Mi risarcisco così. Voler male a molti e voler bene a tanti altri". Nel paese in molti invocano la grazia per i 3 detenuti del Don Bosco. Una grazia che Sofri non ha mai chiesto. Ancora oggi. "Non ho mai pensato ad una questione come la grazia. Mi è piaciuta molto la formula che ha scelto Pietrostefani, in una conversazione privata con me, pochi minuti dopo il suo arrivo in carcere . "Abbiamo lasciato spontaneamente la libertà e pensa non lo abbiamo fatto per cercare di ottenere la domanda di semilibertà". Tutto questo è assurdo. Persone che rinunciano alla loro libertà, potendo salvaguardarla, non si attaccano certo a richieste di attenuazione della loro segregazione, del loro sequestro. Le dirò una cosa importante. Nel corso del processo, tutti gli avvocati di Marino e i magistrati che avrebbero dovuto fare gli inquirenti e i giudici e invece hanno fatto i difensori di Marino, hanno abusato di frasi retoriche del tipo:"Marino è un povero proletario e sa bene che alla fine di questa storia lui pagherà e gli altri suoi amici che sono potenti non sconteranno nemmeno un anno di prigione". Frasi dette da Maris, Pomarici, il giudice Lombardi, i giornalisti che li hanno sorretti. A distanza di tanto tempo bisognerebbe che tutte le persone che hanno usato quelle parole ignobili avessero il pudore di pronunciarle e di guardarsi nello specchio. A distanza di nove anni noi tre siamo in galera e Marino sta fuori, stipendiato, addirittura elogiato dalle sentenze come un caso di conversione mistica. Da molto tempo penso che sia vergognoso che le persone pensino di pronunciarsi sulla mia sincerità. Penso che questo è un diritto che nessuno ha, nemmeno sul mio conto. Le persone che mi conoscono siano paghe di quello che io dico, come prova della mia innocenza. In quanto alle prove giudiziarie hanno a che fare con le regole del diritto e sono state calpestate. Le persone devono misurarsi ora sul rapporto tra parole e fatti. Avevo detto che non avrei fatto ricorso in appello. Così è accaduto. Ho accettato la galera, continuando a dichiararmi innocente. Così è stato. Nella mia vita è facile stabilire la connessione tra le parole che pronunciavo e i fatti in cui si traducevano. "

Con Sofri l'intervista si allarga alla perdita di memoria nel paese, a quanto sia importante soprattutto per i giovani. "C'è una smemoratezza generale. Certe volte è sana, fisiologica, è una specie di desiderio di normalità. Se noi vivessimo oppressi dalla memoria, la nostra vita diventerebbe un incubo o una paralisi. Spesso, però, la smemoratezza è interessata, in molti casi necessaria per poter vivere così stupidamente come fanno molte persone. "Poi c'è spazio per le riflessioni, i rimpianti, i ricordi. "Io sono abbastanza contento della mia vita. Da molto tempo penso che se per motivi accidentali dovesse finire, prima di tutto sarei morto di vecchiaia perché non è più così breve. E' stata una vita abbastanza bella. Persino più romanzesca di quello che mi sarei aspettato . Questo ultimo tratto di vita è decisamente troppo romanzesco. Ne avrei fatto a meno. Sono contento, mi pare che sia andata bene. Le cose che avrei fatto, se non fossi qui incarcerato, sarebbero numerose. Sarei nel Caucaso in questo momento, tra poco verrà il disgelo, mi dispiace di non esserci. Non ho mai preso in considerazione l'eventualità di passare ne ventidue anni, ne dieci anni in galera".

Sofri torna alle vicende processuali, alle accuse che Marino muove nei suoi confronti, a Lotta Continua. "All'inizio hanno tentato di dimostrare una cosa che gli sembrava vera, che ad altri è sembrata verosimile. Poi qualcuno ha voluto tener fede a quello che aveva creduto . Anche per paura che si rivelasse l'errore. Alcuni per cattiveria, altri per antipatia, per stupidità. Sono infiniti granelli che hanno formato una piccola valanga sotto la quale siamo stati travolti. Lotta Continua aveva un grande pregio. Era strutturata ben poco. Era un'organizzazione molto disordinata. In molti casi si rammaricava di esserlo quando capiva che c'erano pericoli gravi, che il gioco sarebbe diventato molto pesante, quando scoppiavano le bombe, si facevano stragi e si capiva che qualcuno spingeva la lotta politica verso il sangue degli innocenti. Lotta Continua non ebbe mai nessun doppio livello. Ebbe invece una quantità di quadrupli e quintupli livelli, dipendenti dai vari periodi. Nell'organizzazione in molti si posero il problema della violenza e della clandestinità, intesa come capacità di sopravvivere ad un eventuale colpo di Stato. Si fa passare tutto questo come una scelta in favore del terrorismo, in favore della violenza fine a se stessa. Mai c'è stata una linea politica che legittimava le rapine per autofinanziarsi. Caso mai c'è stato un tentativo, poi riuscito, di far smettere cose di questo genere. Nulla ha a che fare con la teoria del doppio livello che immagina Lotta Continua come un'organizzazione terrorista ante litteram, cui la politica giocata alla luce del sole era una specie di maschera di una vocazione oscura, notturna e violenta".

Ora accetta di parlare di Marino. "Il racconto di Marino non è debole. E' assolutamente insensato e sconfessato in tutti i suoi aspetti, dai riscontri materiali dell'epoca, dai testimoni dell'omicidio. Poi ci sarebbe la distruzione di tutti i corpi di reato, che basterebbe per far chiudere un processo prima di aprirlo. Marino è stato sconfessato dalle sue stesse contraddizioni. Il Pm Pomarici è in mala fede. E'l'uomo che disse di aver scarnificato il covo di via Montenevoso, dove anni dopo fu trovato dietro a un paravento il materiale riguardante il sequestro Moro, armi e soldi. Lui dovrebbe avere maggiore autocritica. Marino mi ha accusato di avergli dato un mandato di omicidio un giorno a Pisa, il 13 maggio 1972. Tutto il racconto che ha fatto Marino è stato smentito da molti testimoni, da me e da se stesso. Si è confuso, sconfessato e ha corretto la sua versione in modo tale che bastava ascoltarlo per chiudere il processo. Lui disse che era stato avvicinato da me e da Pietrostefani, poi dovette ammettere che Pietrostefani quel giorno non c'era in seguito a riscontri provati e oggettivi . Disse di aver ricevuto da me l'incarico di uccidere Calabresi, mentre sciamavamo in un bar con tutti i dirigenti di Lotta Continua. Io ho ricostruito in modo dettagliato quel giorno a Pisa. Emerse il fatto della pioggia, per cui questa immagine idilliaca dello sciamare era stata sconfessata. Tutti i testimoni hanno raccontato del comizio, dei capannelli, della loro durata e con chi ero andato via dalla piazza, senza interrompere mai questi colloqui. Disse di essere ripartito subito dopo il mio comizio ma io gli ricordai di averlo visto a casa, con la mia ex moglie, la sera. Solo dopo questo particolare ammise la circostanza. Disse di avere avuto da me un avvallo dell'omicidio, che lui aveva capito l'ordine già stabilito. Io non sapevo nemmeno che l'avrei visto quel giorno, non potevo dargli indicazioni pratiche sull'omicidio e sulla sua esecuzione. Una sequela di bugie reiterate senza pudore".

Chiedo a Sofri una domanda che tanti si pongono. Perché Marino fa quel racconto?"Per invidia, per risentimento, per frustrazione. Ma questo però non può entrare in un'indagine giudiziaria. Un giudice non deve chiedersi perché Marino dice quelle cose ma deve andare a verificare se sono vere o false. Marino mette a verbale quel racconto, per sua stessa ammissione, perché era ossessionato da bisogno di denaro, che si aspettava cento milioni da una rapina. Marino è stato prelevato e tenuto per molti giorni dai carabinieri, in una situazione occulta, non verbalizzata, per un anno e mezzo taciuta, anzi nascosta ed emersa proprio dal racconto degli stessi carabinieri. Marino ha venduto strada facendo pezzetti di storia a cui aveva partecipato, mescolando la realtà con la fantasia, per un affanno che era materiale e debitorio e di frustrazione, di vessazione della sua situazione domestica. Su questo racconto che cresceva su se stesso, si è innescata una cosa molto più grande e impegnativa. Con persone che si dividevano il lavoro. In molti hanno portato le proprie pietruzze a questa fabbrica".

Al Don Bosco ci sono tornato nei giorni dello sciopero della fame. Il Comitato "Liberi, liberi" consegna al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro 160 mila firme che chiedono la grazia e l'innocenza di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. La grazia, in realtà, viene esclusa solo pochi giorni prima dallo stesso Presidente con una lunga lettera ai presidenti delle Camere, Violante e Mancino. I 3 imputati invece iniziano uno sciopero della fame per protestare contro lo stato di degrado in cui versano le carceri italiane, in particolare quello romano di Rebibbia. La nostra conversazione parte proprio dalle condizioni degli istituti penitenziari. Oltre a Sofri, c'è anche Pietrostefani mentre Bompressi rimane nella sua cella. "E' vero che in una condizione forzata e sequestrata come quella del carcere si dispone soltanto negativamente del proprio corpo, si può solo sottrarre il tuo corpo alla collaborazione a questo sequestro. Stiamo facendo un digiuno iniziato per la decisione dei detenuti di Rebibbia, seguita poi da quelli di altri carceri. Siamo seguaci, non promotori, e intendiamo occupare la nostra situazione intollerabile qui dentro per cooperare con altri ad affrontare l'infamia di queste carceri. Stiamo continuando, per il momento una partecipazione ad un discorso che consideriamo collettivo. I detenuti di Rebibbia, per durare di più, hanno deciso di fare lo sciopero del carrello del vitto, dal cibo dell'amministrazione penitenziaria e distribuirsi i pacchi delle cose alimentari che pochi hanno. Anche in questo carcere ci sono stati quattro o cinque giorni dove i detenuti del penale e del giudiziario hanno fatto lo sciopero della fame". Lo sciopero finisce poco dopo ma per quelli del Don Bosco, l'unica via per uscire è la revisione del processo. Pietrostefani ne è sicuro. "Riteniamo che nella richiesta di revisione presentata dall'avvocato Gamberini ci siano elementi importanti e notevoli che non potranno non essere presi in seria considerazione". Lo è anche per Adriano Sofri. "Noi non abbiamo mai detto di fare questo digiuno ad oltranza. Voglio sperare che i tempi della revisione del processo non siano lunghi".

Giorgio Pietrostefani vuole ringraziare quelli che si sono dati da fare in questi mesi, i comitati, quelli delle mille iniziative in Italia e all'estero. "Tutta questa iniziativa che è nata con il nostro ingresso in carcere, é stata vissuta da me con grande emozione e partecipazione affettiva nei confronti di queste persone, soprattutto giovani. Devono tenere conto che la grazia noi non l'abbiamo mai chiesta, non la chiederemo mai, non ci abbiamo mai creduto. Solo la revisione del processo può darci giustizia. Noi siamo innocenti, estranei a questa vicenda dell'omicidio Calabresi . Viceversa il nostro comportamento sarebbe stato diverso. Sulla decisione di Scalfaro non ho commenti da fare. Mi pare che il Presidente abbia fatto confusione tra la nostra situazione e quella del terrorismo negli anni settanta:con quella storia non abbiamo mai avuto nulla a che fare. La storia di Lotta Continua è estranea al terrorismo. Mi pare che ci sia una sorta di ambiguità, almeno stando ad una lettura della lettera che Scalfaro ha inviato ai presidenti delle Camere. Scalfaro ci manda a dire di andare avanti, di avere speranza. Cosa vuole dire. Questo messaggio non lo capisco. Non mi sono mai aspettato nulla. Io credo che il diritto debba prevalere. Il diritto e la giustizia. Credo solo nella revisione del processo, degli imbrogli che sono stati perpetrati in questi anni. Che la giustizia si affermi in una vicenda come la nostra che non è la sola. Ci devono restituire liberi alle nostre famiglie. Quando sono arrivato al Don Bosco volevo difendere il nome che portano le mie figlie e la mia storia. Devono darci il riconoscimento della nostra innocenza". Sono i giorni del dibattito. E vicende come quelle imputate a Sofri, Bompressi e Pietrostefani, vengono confuse con la storia di altre organizzazioni, come Brigate Rosse, Prima Linea, Nap, Nar, che hanno fatto delle armi una scelta di campo. E Sofri spiega. "Noi siamo stati condannati per una specie di pusillanimità di chi ci accusava e dei magistrati. Quando fummo arrestati, in quel luglio 1988, i nostri accusatori avevano un appetito, una bocca più spalancata e pensavano di inghiottire molto più che noi. Vennero mandati avvisi di garanzia a dirigenti di Lotta Continua. Avevano intenzione di realizzare una specie di retata e accreditare la responsabilità dell'omicidio Calabresi all'intera organizzazione. La tesi sostenuta da Marino era delirante: l'esecutivo di Lc avrebbe deciso l'omicidio del commissario, con una votazione divisa tra una maggioranza favorevole e una minoranza che si era opposta. Hanno rinunciato ad andare avanti su questa strada, perché era impossibile da dimostrare. Così hanno processato per delitto comune un omicidio e in seguito hanno tratto valutazioni di carattere storico, in una sede del tutto impropria a quella del diritto. Noi non abbiamo avuto a che fare con nessuna scelta terrorista. Siamo stati contro l'uso delle armi come dimostra la nostra storia. Non c'è però una rimozione del fatto che noi eravamo convinti, come altri che poi scelsero il terrorismo, dell'inevitabilità della violenza, della necessità di prepararsi all'eventualità di una lotta armata contro chi reprimeva le lotte proletarie e popolari:lo Stato, l'estrema destra . Non eravamo innamorati della violenza da punto di vista ideale. Noi abbiamo pensato queste cose, praticato azioni violente, qualcuno di noi si è preparato. In me non c'è l'idea di una trasformazione di Lotta Continua in una sorta di brigata di bravi ragazzi. La scelta terroristica era un'altra cosa. Era una specie di persuasione che occorresse mettere al primo posto la scelta di praticare la violenza, di praticarla contro i nemici, abbandonare la lotta di massa come terreno ormai esaurito. Un errore politicamente grave perché ha spinto persone, la cui molla iniziale era la dedizione della propria vita, verso la disponibilità di giocare con la vita degli altri, fino a toglierla del tutto".

Chiedo a Sofri se vede una similitudine tra la sua vicenda processuale e quella di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, condannati all'ergastolo per la strage alla stazione di Bologna, del 2 agosto 1980. "Non vedo analogie tra le cose. Non mi sembra che la strada dei confronti porti molto lontano. Io credo però che la dichiarazione d'innocenza di Fioravanti e Mambro dovrebbe essere presa in seria considerazione sul piano morale e giudiziario. Sono persone che hanno ammesso una quantità di delitti molto gravi. Sono solidale con l'attaccamento con cui difendono l'affermazione all'estraneità a questa accusa. Se si aprisse la strada della revisione a questa condanna per Fioravanti e la Mambro io non potrei che essere contento. Non vedo analogie. Non servono a me per essere solidale con questo loro grido di innocenza . Non servono per loro. Non è più importante che la loro sia una vicenda di estrema destra e la nostra di estrema sinistra. E' una storia superata".

L'intervista si chiude sul tema della giustizia, dei giudici. Sofri inizia la sua analisi. "La lotta alla mafia ha impegnato giudici importanti, che hanno perso la vita per le loro inchieste. E' il campo dove ho sentito più solidarietà civile e partecipazione umana al lavoro che facevano giudici, poliziotti, carabinieri, tutti quelli che seriamente e lealmente si sono impegnati su quel fronte. Non abbiamo nessun giudizio complessivo su una categoria come quella dei giudici. Non intendiamo usare la nostra vicenda come uno schermo attraverso cui guardare all'intero funzionamento della giustizia. Siamo comunque esacerbati, spaventati per quello che è successo. Non abbiamo mai detto che i nostri giudici abbiano commesso degli errori. Hanno commesso invece dei tentativi deliberati di correggere, occultare, camuffare sbagli, con errori molto più gravi. In altri casi hanno ceduto ad un pregiudizio molto evidente. Spesso hanno completato scientemente un lavoro sporco fatto da loro colleghi. Il termine errore è semplicemente un eufemismo. Sul dibattito di questi giorni concernente alla giustizia, voglio fare un esempio. Noi siamo stati giudicati in primo grado da una Corte d'Assise presieduta da un giudice, Manlio Minale, designato prima che si aprisse il nostro processo, procuratore aggiunto di Milano, accanto a D'Ambrosio e a Borrelli. Il presidente che ci ha giudicati, era già procuratore aggiunto e giudicava l'operato di un'accusa sostenuta in aula da un pubblico ministero, da un sostituto procuratore che era un suo sottoposto. La Procura si era esposta nelle accuse contro di noi fino ai pronunciamenti di Borrelli. Manlio Minale è passato poi alla Procura. Noi abbiamo il caso di una procura che giudicava se stessa. Mi piacerebbe che qualcuno si pronunciasse, l'Associazione Magistrati o qualche editorialista. " Pietrostefani ascolta, poi interviene. "Ho vissuto cinque anni in Francia dove la situazione è opposta. I procuratori dipendono dal ministro. Stanno facendo una legge per modificare questa situazione. Non mi sono mai occupato di giustizia se non da imputato. Ci sono tante cose che non vanno. Sono fortemente tentato a fare uno sciopero della fame per questo problema della legalizzazione delle droghe leggere. Ci sono altre iniziative che ammiro. E' una cosa che grida scandalo perché nel carcere ci sono molti ragazzi. Se uno si fa uno spinello o lo passa a qualcun altro, rischia di rimanere in galera per anni, se non ha un buon avvocato. Ciò è vergognoso. E' una legge da cambiare. Completamente. "

Ovidio Bompressi è rimasto nella sua cella mentre Sofri e Pietrostefani se ne vanno. Parla poco all'esterno, scrive romanzi, legge, comunica invece con i suoi compagni e con gli altri detenuti. Con il quotidiano Il Manifesto, Bompressi ha un rapporto speciale. Ogni tanto fa pervenire lettere al quotidiano. Ne scelgo una. E' datata agosto'88, pochi giorni dopo il suo arresto. "Sono un perfetto sconosciuto, fino a poco tempo fa, uno sfortunato intellettuale di provincia. Fino a quando mi sono trovato brutalmente coinvolto in una chiamata in correità, pesantemente imputato e portato a spasso dal tam tam dei mass media, quale esecutore di una condanna a morte da altri decisa e agendo insieme a Marino. Ho cercato di dimostrare la mia innocenza nonostante la convinzione inossidabile dei giudici che io fossi certamente l'assassino e l'esortazione di vuotare il sacco in fretta, per assicurarmi l'impunità di fatto. Insomma dal primo impatto ho ricavato la sgradevole impressione che tutto era già stato fatto e di essere destinato a recitare la parte del crollabile. Ma veniamo a Marino. Io sarei il killer a cui Marino ha fatto da autista. E' una sporca calunnia. Avrei dei connotati fisici simili a quelli dell'assassino. Questo vuol dire che chiunque, di sesso maschile, età allora presunta tra i 20 e i 35 anni, altezza tra il metro e settantacinque e il metro e novanta, longilineo, capelli castani e il viso un po' lungo, può rassomigliare a quella descrizione. O no?Diciamo alcune decine di migliaia di persone".

Per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, l'unica via perseguibile è la revisione del processo. Ai microfoni di Radio Popolare, nel corso di un confronto con il politologo Giorgio Galli, Sofri anticipa uno dei punti contenuti nell'istanza dell'avvocato di Bologna, Alessandro Gamberini. L'ex leader di Lotta Continua parla del proiettile intero e del frammento reperiti dopo l'omicidio di Calabresi. Sia il proiettile analizzato all'epoca, che il frammento, giudicato allora inutilizzabile, sono scomparsi. "Scandalosa scomparsa quella di fondamentali reperti materiali in un processo per omicidio". Oggi Sofri avanza il dubbio che ci possa essere stato un "depistaggio preventivo", cioè che il proiettile sia stato messo lì da qualcuno interessato a "coprire gli assassini". Sofri comunque esclude, così come riportato da tutti i testimoni, la presenza in via Cherubini di due attentatori.

 

TESTIMONI

Un omicidio lascia sempre una scia, una sorta di alone misterioso che avvolge l'ambiente che gli sta intorno. A raccontarlo rimangono i taccuini dei cronisti, i verbali di polizia, le immagini dure della televisione, le dirette della radio, i commenti degli editorialisti dei giornali, i processi, gli occhi dei testimoni. Più passano gli anni, maggiore è la difficoltà di raccogliere minuscole informazioni che messe insieme fanno un mosaico di indizi, frammenti di prova, contraddizioni, cose dette e poi smentite, teoremi. Sono passati ventisei anni da quel 17 maggio 1972, in cui perse la vita il commissario Luigi Calabresi. Si svolgono sette processi con condanne e assoluzioni. Giudici e avvocati si danno battaglia sul terreno della memoria, della capacità di ognuno di ricordare una storia, un particolare. Non sempre ci riescono. Nelle aule vengono mostrate fotografie, referti medici, verbali di polizia scientifica, oggetti di ogni tipo. Poi ci sono le persone, messe una contro l'altra:lì, nei tribunali, si vedono le espressioni del volto, si ascoltano le voci e perfino il rumore nervoso delle penne sul foglio. Ogni gesto viene analizzato, scrutato. Sono attimi, momenti, frazioni di tempo. Vengono messe in discussione le idee, le intenzioni, i percorsi politici.

Intorno ad un omicidio c'è quasi sempre un testimone che vede e annota nella sua mente i particolari di quella scena. Qualcuno rimuove:altri si presentano agli inquirenti e mettono a verbale ciò che sanno. Sta al poliziotto, al carabiniere, al magistrato, al giornalista, verificare se tutto quello che un testimone racconta può sembrare credibile. Lo si mette in connessione con i mille riscontri oggettivi e nasce un'inchiesta. Il processo Calabresi sembra un intricato puzzle di difficile soluzione:mezze verità si alternano a contraddizioni grossolane, forzature prendono il posto ai riscontri. Quello che rimane è il fatto.

Luciano Gnappi è un testimone oculare dell'omicidio Calabresi. Tutte le sentenze lo considerano attendibile. Il 20 febbraio 1990 viene ascoltato nel processo di primo grado. "Oggi penso che sia difficile riconoscere l'assassino. Cioé capisce, penso che sia molto poco ipotizzabile che io possa con assoluta certezza riconoscere una persona che ho visto per dieci secondi e chiaramente abbastanza bene, ma vent'anni fa. . . A quei tempi ero convinto e sono certo che, se lo avessi visto in un ambito ragionevole di tempo, anche di 5 o 6 mesi, senza dubbio lo avrei riconosciuto senza problemi". Nella seduta del processo, Gnappi non riconosce nessuno che abbia i tratti somatici del killer di Calabresi. Gli anni passano e l'avvocato Alessandro Gamberini, difensore dei detenuti del Don Bosco, rintraccia Gnappi e si scopre un particolare mai emerso nel corso dei suoi ripetuti racconti alle autorità giudiziarie. "Intendo a questo punto riferirvi un episodio che non avevo mai rivelato prima, anche perché all'epoca in cui accadde mi suscitò notevoli preoccupazioni e spavento. La terza sera successiva all'omicidio, verso le 22 circa, mi trovavo nella mia abitazione di via Cherubini 4, assieme ad un mio collega di lavoro. Si sono presentati alla porta due agenti della polizia. Ho chiesto il motivo della loro visita e mi hanno detto che intendevano mostrarmi alcune fotografie di persone sospettate dell'omicidio allo scopo di verificare se potevo riconoscere qualcuno. La cosa mi parve molto strana, perché mentre ero al lavoro avevo ricevuto una telefonata del Dott. Allegra con la quale venivo convocato in Questura il giorno dopo, alle 9 per compiere la stessa operazione. Protestai con i due agenti di polizia, perché mi avevano mostrato il tesserino di riconoscimento troppo velocemente. Si trattava di fotografie formato tessera, non del tipo segnaletico. Vidi l'immagine di un uomo che mi sembrò l'omicida. Non ne parlai con i due agenti, riservandomi di raccontare tutto al Dott. Allegra. La mattina successiva, appena entrai nell'ufficio di Allegra, gli raccontai l'episodio, anche perché aspettavo che mi mostrassero le fotografie della sera prima. Allegra invece ebbe una reazione che mi congelò, fece finta di non sentire. Dissi di aver riconosciuto l'assassino ma ne ricavai un atteggiamento di indifferenza. Prese alcune fotografie di cortei e manifestazioni studentesche, chiedendomi se riconoscevo qualcuno. Così me ne andai molto spaventato, perché dato il periodo storico che si attraversava, mi sembrava di essere entrato in un gioco pericoloso, assai più grande della mia povera testimonianza. Comunicai il mio stato di apprensione al mio collega, decidendo di non parlare dell'episodio più con nessuno. Non ne feci cenno ne al Procuratore della Repubblica quando mi convocò per costuire il fotokit presso i Carabinieri, ne ad altre autorità. Circa una settimana dopo mi fu comunicato che mi era stata assegnata una scorta che durò più di un mese". Il collega di lavoro di Luciano Gnappi conferma la deposizione . "Rivivendo emotivamente l'episodio, pur senza ricordarmi frasi, espressioni, cose che possiamo esserci detti, posso dire che dalla strana visita della sera, dall'agitazione successiva che Gnappi mi trasmise con la fretta di andare via da quel luogo senza essere seguiti e da quello che mi comunicò successivamente sull'andamento del colloquio con Allegra, ben mi raffiguro ancora la paura che suscitò a Gnappi l'episodio e il desiderio che non diventasse di dominio pubblico".

Secondo il racconto di Marino, Sofri da il suo benestare all'omicidio Calabresi, il 13 maggio 1972 a Pisa. Guelfo Guelfi è di Lotta Continua. Al processo di primo grado che si tiene a Milano, viene sentito. Dice la sentenza:"Guelfi affermava di essere tornato da Gela, dove si era trasferito in precedenza partecipando, quale militante di Lotta Continua, all'esperienza sudista, a Pisa il 5 maggio 1972, ed essendosi sposato nel febbraio dello stesso anno, non aveva più intenzione di tornare a Gela, sicché finito il comizio per la morte dell'anarchico Serantini (nel corso del quale era venuto a piovere) dopo la discussione se affiggere o non la lapide quella sera stessa, aveva avuto intenzione di manifestare a Sofri, che aveva visto durante il corteo, questo proposito, il quale lo aveva invitato ad accompagnarlo da Ceccanti, sicché avevano abbandonato la piazza da soli, dirigendosi in via Garibaldi dove aveva parcheggiato la macchina".

Chiamo Guelfo Guelfi. Vuole dire molto di più di quella deposizione . "Volevamo fare una manifestazione unitaria per la morte di Serantini. La cosa non riuscì perché il clima era molto teso. Arrivammo alla conclusione che una manifestazione del Pci si svolgesse nella piazza Mazzini con Giancarlo Pajetta e la nostra venne spostata in Piazza San Silvestro con Adriano Sofri. Io avevo bisogno di parlare con Adriano perché la mia permanenza in Sicilia era diventata pesante in quanto mia moglie aspettava un bambino. Volevo tornare a casa. E' una premessa importante. Seguiì tutto il giorno Sofri, fin dal suo arrivo. Ci trovammo infatti in zona piazza Vittorio Emanuele dove abbiamo accolto compagni che provenivano da altre parti della città. Insieme camminammo per corso Italia, Lungarno, fino in piazza San Silvestro. In questo percorso abbiamo incontrato anche Soriano Ceccanti, il giovane ferito negli scontri della Bussola nel dicembre '68. reso immobilizzato da allora su una sedia a rotelle. Gli promettemmo che dopo il comizio saremmo andati a trovarlo a casa. Io dissi a Sofri che volevo parlargli del mio destino di militante siciliano. Lui salì sul palco. Io rimasi lì sotto con l'atteggiamento tipico di quelli che facevano il servizio d'ordine. Ci sono le foto che ci ritraggono in quello schieramento. Pioveva, la piazza era piena di ombrelli aperti di gente che ascoltava. Finì il comizio, Adriano scese dal palco, io ero lì ad aspettarlo. Ci siamo intrattenuti in quel capannello sotto il palco per un po' di tempo mentre infuriavano le polemiche con gli anarchici che volevano deporre la lapide. Durò in tutto circa trenta minuti. Poi io e Adriano ce ne andammo sulla destra del palco verso un sottopasso, una specie di volta che conduceva in via Garibaldi, dove avevo parcheggiato la macchina. Insieme andammo da Soriano Ceccanti. Adriano non si è mai allontanato da sotto il palco, non è mai andato a bere un caffè al bar. Del resto era difficile farlo. Marino disse di aver ricevuto l'ordine di uccidere Calabresi al bar, ma i locali della zona sono tre e sono tutti distanti 600-700 metri. Sarebbe dovuto scendere dal palco, attraversare la piazza, cercare un bar, incontrarsi con Marino, assentandosi per almeno venti minuti. E' impossibile che abbia avuto un vuoto di memoria, un buco di venti minuti, mezz'ora. O io sono bugiardo, o Marino non racconta la verità. I bar sono ad una distanza tale che Sofri avrebbe dovuto attraversare tutta la piazza, incontrare le persone. Lui le avrebbe dovute tagliare diagonalmente. Marino deve dirci sulla piantina dove è questo bar, sotto un ponte, per il fiume. Il Tribunale non lo fece, neppure la difesa che fu certamente debole perché pensavamo di avere ragione da vendere".

Guelfi offre un racconto lucido di quel giorno, particolareggiato. Possiede fotografie inedite e una piantina di quella zona di Pisa, con tanto di ubicazione dei bar aperti, delle vie di uscita e del palco in piazza San Silvestro. "Io Marino lo conoscevo di vista, sapevo chi era, sapevo . Conobbi Marino a Pisa nel corso di una riunione a Ingegneria con operai delle grandi fabbriche del nord. Mi ricordo che arrivò questo pullman con Platania, Marino, insomma i leader della classe operaia torinese. Mi ricordo l'allegria, le canzoni, e Marino con le gambe a penzoloni sopra un bancone. Non mi pare di aver visto Marino sotto il palco. L'ho visto la sera stessa a casa di Alessandra Peretti, ex moglie di Sofri. C'ero io, Luciano Della Mea, Marco Boato ed altri. Ingrandendo le foto del comizio di Pisa, penso di aver individuato Marino nella piazza. Io resi un unica testimonianza. Mi diedero la parola al primo grado. Non su questo punto:vollero sapere se ero di Lotta Continua. Cosa facilmente dimostrabile".

Guelfi conferma che Marino incontra Sofri, la sera del 13 maggio 1972, a casa della ex moglie di Sofri, Alessandra Peretti. Ma nell'interrogatorio davanti alla Corte d'Assise, racconta tutta un'altra cosa. Il Presidente della Corte Manlio Minale chiede cosa succede dopo il comizio e l'incontro. "Dopo, ho rintracciato Laura Buffo e Gracis e siamo rimasti un po' a Pisa. Evidentemente siamo andati a mangiare qualcosa. C'erano anche altri compagni di Pisa che, però, non ricordo, insomma. Poi siamo andati io, la Buffo e Gracis a casa di Alessandra Peretti. Lì c'erano altre persone, c'era un viavai di gente e tutti andavano per salutarlo". Pochi giorni dopo, davanti al Tribunale, Laura Buffo smentisce la circostanza e dice di non aver mai messo piedi in vita sua nella casa pisana di Sofri.

Roberto Torre è un vigile urbano. Vive a Massa dal 1950. Quel 17 maggio '72 si trova al bar Eden che è mattina. Riveste una delicata funzione pubblica ed è consapevole della portata della sua testimonianza, verbalizzata l'11 novembre 1997 dall'avvocato Gamberini. "Ricordo con precisione la presenza di Piergiorgio Corchia, fratello maggiore di Paolo, di Massimo Lazzerini e di Ovidio Bompressi. Ricordo nettamente la presenza di Bompressi anche perché, oltre ad avere qualche anno più di me e degli altri, era una figura che consideravo molto matura e che a me aveva sempre dato anche un pò di soggezione. Mi colpì in quell'occasione, il fatto che esternasse così esplicitamente sentimenti che non gli avevo mai visto fare". Per l'avvocato Alessandro Gamberini, "la presenza di Bompressi al bar Eden di Massa nella tarda mattinata del 17 maggio 1972 è incompatibile con la partecipazione all'omicidio e costituisce di per se una prova di alibi". Leonardo Marino racconta di essere partito per Torino alle 10, lasciando Bompressi in stazione ad attendere "Luigi". Ma nel '72 la tratta autostradale Parma-La Spezia è solo accennata, la via è tortuosa e difficile, piena di curve e burroni. Su questo punto, il giudice dell'Appello motiva il suo convincimento. "La possibilità di raggiungere Massa in tre ore dal centro di Milano contrasta con la realtà della situazione viaria del '72, prima della terminazione dell'autostrada della Cisa, quando la percorrenza di strade normali, ingombre di veicoli di ogni specie, impediva in concreto di percorrere tutto il tragitto".

Il giudice Della Torre, autore dell'ultima sentenza di Appello, attribuisce un ruolo fondamentale a Umberto Biraghi, testimone dell'omicidio. Lo scrive nelle motivazioni della sentenza, quella che condanna Sofri, Bompressi e Pietrostefani. "Non ci sono motivi per disattendere le dichiarazioni di un teste rese sotto il vincolo del giuramento. Il teste Biraghi ha testualmente dichiarato prima agli inquirenti, poi alla Corte di Assise di primo grado:"Ricordo bene una Fiat 125 blu ferma davanti all'agenzia, situata a fianco in doppia fila ad una Fiat 500 e davanti ad un camioncino di bibite. Dopo gli spari la vettura non c'era più"". Umberto Biraghi muore l'11 novembre 1972. Nella richiesta di revisione del processo, presentata il 15 dicembre 1997, l'avvocato Gamberini allega il certificato di morte. Come fa a giurare e deporre lucidamente davanti alla Corte d'Assise nel 1990?

Adelia Dal Piva descrive il commando che uccide Calabresi mentre abbandona la Fiat 125 blu. Lei racconta ciò che vede pochi giorni dopo l'omicidio. L'avvocato Gamberini scopre l'esistenza di un appunto di polizia non datato e di un promemoria del 23 maggio 1972 con un testo simile alla deposizione ufficiale di sette giorni dopo. La signora Dal Piva, dice di aver visto una donna scendere dal posto di guida della 125. "Una volta di dietro mentre camminava davanti a me e poi seduta in auto mentre mi volgeva la guancia destra". La sua indicazione testimoniale viene ritenuta "elemento probatorio significativo" nel 1974, quando il sostituto procuratore Riccardelli spicca un mandato di cattura internazionale per Gudrun Kiess. Nelle motivazioni della sentenza d'Appello, però, il racconto viene svalutato "perché si era presentata ben quindici giorni dopo e non appariva fuori luogo dedurre che le due persone da lei descritte, (una alta slanciata, l'altra bassa e grassoccia con i capelli lunghi) potessero corrispondere alle caratteristiche di Bompressi e Marino come ancora oggi si può constatare".

Anche Margherita Decio viene ascoltata recentemente dall'avvocato Alessandro Gamberini. E' il 24 ottobre 1997. "Sì, ricordo quell'omicidio perché mi è rimasto molto impresso. Mi trovavo quella mattina sulla mia autovettura perché mi stavo dirigendo al lavoro. Giunta al semaforo di corso Vercelli, provenendo da via Cimarosa, mi sono fermata dietro ad altre macchine. Ricordo che non ero la prima. Marciavamo in file parallele e io ero nella fila di destra. Al verde sono partita seguendo il traffico, ma appena superato l'incrocio che immette su via Cherubini, ho rallentato, quasi a fermarmi. Trascorsi pochi secondi di marcia lenta ho avvertito i colpi. Come ho già detto, durante i due colpi sono andata avanti molto lentamente, finché non ho visto apparire davanti a me un uomo giovane, armato di pistola che con passo calmo si è diretto verso un'autovettura blu. A quel punto ho rilevato il numero di targa. Nulla so dire del conducente perché non l'ho notato".

Sofri e Marino si trovano di fronte, il 16 settembre 1992, nella caserma dei carabinieri di via della Moscova. E' un interrogatorio cruciale per tutta l'inchiesta. Parla Marino. "A richiesta di precisazione di Sofri, dico che io e il predetto ed altre persone andammo in un bar a bere qualcosa e poi insieme uscimmo e ci appartammo e parlammo in strada. Quel giorno a Pisa c'era moltissima gente e c'erano anche dirigenti nazionali di Lotta Continua. Quando noi ci allontanammo tutti questi compagni dirigenti di altre città seguivano Adriano". Sofri lo sta ad ascoltare, osserva il giudice istruttore Lombardi e il carabiniere che verbalizza. A loro modo, sono testimoni di quel duello. Sofri replica a Marino. "Prendo atto della provvidenziale distrazione di Marino che gli ha fatto dimenticare che quel comizio si è svolto sotto un diluvio memorabile e che la sola idea che le persone si attardassero nella piazza o a passeggiare chiacchierando è impensabile". Solo allora Marino cambia la direzione dello sguardo, si volta e ammette. "Non ricordavo e non ricordo tuttora il particolare del temporale che si sarebbe abbattuto a Pisa durante e al termine del comizio".

In tutti i processi c'è sempre una folla che sta a sentire. Qualcuno prende posizione, altri commentano, i giornalisti annotano i particolari. Sono testimoni volontari. E' il 10 gennaio 1990, processo di primo grado alla Corte d'Assise di Milano. Il Presidente della Corte ha davanti Marino e lo interroga. Accerta che il presunto colloquio nella manifestazione di Pisa, avvenuto nel '72, non ha altri testimoni. Il Presidente chiede a Marino l'esistenza di una prova. Questa è la sua risposta. "Ma questo fatto qui. . Eravamo. . Cioé, io, quando ho parlato con lui, ho parlato essenzialmente per avere la conferma di questa cosa qua. Su quello che riguarda poi l'altro aspetto, diciamo, della preparazione riguardante l'attentato, non ne discussi in quel momento". La Corte incalza e gli chiede se il colloquio con Sofri è estremamente sintetico. Marino ricorda le parole pronunciate quel giorno a Pisa. "Mi disse di essere d'accordo con l'omicidio Calabresi e se mi avessero preso dovevo dire che non venivo dall'organizzazione". Il Presidente legge le vecchie dichiarazioni, le osserva e attacca. "Lei, però, a verbale ha dichiarato, invece, che ci furono indicazioni operative;quantomeno le fu detto:"Adesso vai a Torino e aspetta la telefonata". Poi arrivò. Chi le disse quella frase?". Marino ora sta in silenzio, con la testa bassa. "Sì salutandoci. . Cioé me la disse Adriano stesso questa cosa. . Cioè me lo disse quando l'ho salutato". A questo punto il Presidente perde la pazienza. "Adesso, un secondo fa, ha detto di no, Marino. Stia tranquillo, un secondo fa ha detto di no: è tutto registrato. Adesso, un secondo fa, lei ha negato di aver parlato con Sofri di preparazione operativa. Ora dice l'esatto contrario. Chi le ha dato queste indicazioni?Lasciamo stare Sofri". Marino conferma. "Me lo disse Sofri in quel momento, quando ci salutammo".

L'accusa insiste sugli articoli scritti da Adriano Sofri su Lotta Continua, nei giorni successivi all'omicidio del commissario. Li prendono come reali rivendicazioni. L'ex leader di LC si trova, pure lui, in aula. E si difende, raccontando quegli anni. "Quel comunicato, gli articoli che lo seguono e gli articoli che hanno accompagnato la campagna sul commissario Calabresi, sono indubbiamente orribili. Sono la testimonianza di una posizione molto grave che noi condividevamo, non avevamo un sospetto nei confronti di qualunque umanitarismo. Noi vedevamo l'affermazione del valore della vita umana, diciamo in astratto, come una mascheratura degli interessi di chi sfruttava e comandava. Vorrei aggiungere che gli articoli su Lc sono loro volta testimonianza di una parabola degenerativa che ha accompagnato non solo questo caso. E cioè all'inizio, la violenza e la crudezza e anche la brutalità delle cose che noi scrivemmo aveva decisamente a che fare con la volontà di ottenere davvero giustizia. Di ottenere che si andasse in un Tribunale ad affrontare questo problema. Di non lasciare che quello che era avvenuto, secondo noi, nella questura di Milano, passasse impunito e senza il rispetto che gli era dovuto. Nel corso di questa campagna, questa posizione diventò abitudinaria, compiaciuta:una specie di gusto inerte dell'insulto, del linciaggio, della minaccia si è impadronito di noi e non solo di noi".

Si parla di una struttura illegale di Lotta Continua, una sorta di doppio livello con cui mascherare operazioni coperte e attività politiche alla luce del sole. Ne riferiscono i pentiti del Partito Armato, Viscardi, Martinelli e Mazzola. Sergio Segio li smentisce davanti alla Corte. Lui è il comandante "Sirio", jugoslavo di Pola, giunto a Sesto San Giovanni per cercare fortuna. E' uno che parla poco, che non ama raccontarsi troppo davanti ai taccuini. Il 6 febbraio 1990 si trova davanti i suoi stessi compagni di battaglia di Prima Linea. L'esperienza di Lotta Continua, nelle sue parole, appare remota e sbiadita. "Allora ero molto giovane e svolgevo lavoro di proselitismo fuori del muro di cinta della Breda, a Sesto San Giovanni". Quando Calabresi muore sul selciato di via Cherubini, Sergio Segio ha poco più di sedici anni. "Ricordo un attivo di sezione. Non si parlò tanto dell'omicidio ma del significato politico, di ciò che rappresentò nella storia della sinistra extraparlamentare. La lettura che ne davamo era questa:un punto nodale della nostra scelta verso la strada delle armi". Segio nega di aver fatto confidenze. "Le cose dette da Viscardi e Mazzola non sono vere. Forse sono frutto di una cattiva memoria. Non è mai stato mio costume. Purtroppo ho conosciuto molta gente che parlava di fatti molto gravi con leggerezza. Allora eravamo in guerra, era la logica perversa dell'epoca. Quello che facevamo era un triste dovere, non una vanteria di cui essere fieri". Ora Viscardi e Segio si guardano, si confrontano. Segio dichiara:"Non ho mai avuto conoscenza diretta o indiretta di una struttura illegale e parallela di Lotta Continua". Al termine dell'udienza, Segio se ne va a Torino, carcere delle Vallette mentre Viscardi torna a Brescia, in libertà condizionata.

Oggi Sergio Segio, lavora al Gruppo Abele di Don Luigi Ciotti. Non ama essere definito un "dissociato". Per lui è' un termine che ha solo una valenza giudiziaria. Lo incontro e la sua testimonianza rappresenta un punto di vista. "La mia è una desistenza, una critica culturale e politica all'uso delle armi. Io sono entrato in Lotta Continua nel 1970. Intrapresi da subito, insieme ad altri compagni, una battaglia per spostare sul piano militare la mia organizzazione. C'erano discussioni, dibattiti serrati. Quando decidemmo di uscire da Lc, capimmo che dentro al gruppo non c'era più spazio per quel tipo di proposta politica di lotta armata. Tra il '73 e il '74 facevo già una sorta di doppia militanza:stavo in Lotta Continua ma mi guardavo in giro. Così nel 1974 entrai in Prima Linea, insieme ad altri centinaia di compagni. La battaglia militarista iniziò poco dopo il colpo di Stato in Cile, nel settembre '73. Erano gli anni dei tentativi di golpe nel nostro paese, della trasformazione radicale del Partito Comunista Italiano. Il timore di una svolta repentina e autoritaria da parte delle destre era presente nei nostri discorsi. E non solo in quelli dei militanti dei gruppi della Nuova Sinistra. Noi spingevamo il gruppo vero una scelta armata ma Lotta Continua, nel '75 decise di appoggiare le liste del Pci, alle votazioni. La scelta venne decisa da Adriano Sofri e dall'esecutivo di Lc. ". Con Segio, affronto il passaggio delicato dell'omicidio del commissario Calabresi. "Sul finire degli anni Settanta, Prima Linea scrisse un documento politico. Per tutti noi quell'omicidio fu il punto di inizio della lotta armata di sinistra in Italia, un atto di giustizialismo da mettere nell'albero genealogico della storia del Partito Armato. Non so chi ha ucciso Luigi Calabresi, certamente non è stata Lotta Continua, neppure Sofri, Bompressi e Pietrostefani, ne sono certo". Anche a Sergio Segio riporto l'ipotesi prospettata dal leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, convinto che l'omicidio nasce da ambienti vicini all'editore Giangiacomo Feltrinelli. "L'ipotesi di Scalzone non è assolutamente in contraddizione con quello che ho raccontato".

Il processo Calabresi vede lo scontro tra le toghe più illustri che affollano i Tribunali. Da una parte c'è l'avvocato Maris che difende Marino e Luigi Ligotti di parte civile per la famiglia Calabresi. Dall'altra parte si alterna il collegio di difensori di Sofri, Bompressi e Pietrostefani:sono Marcello Gentili, Giandomenico e Giuliano Pisapia, Gaetano Pecorella, Ezio Menzione, Massimo Dinoia. Telefono a Gianfranco Maris. "Marino dice cose che nessun rapporto di polizia aveva mai riportato e sono risultate vere. Le prime indagini erano state fatte male. Certo hanno il loro dovere, quei poliziotti che hanno raccolto ogni parere, ogni testimonianza. Tutti però dicevano di aver visto qualcosa ma di fatto non avevano visto niente. L'esistenza di una donna al volante della Fiat 125 blu, non è risultata credibile. Per Pietrostefani e Bompressi non ho dubbi. Forse Adriano Sofri non voleva, il suo assenso potrebbe essere stato frainteso. Il fallimento del suo alibi si è rivelato un boomerang contro di lui. A meno che si sia stato un assenso condizionato. All'interno di Lotta Continua, Sofri ha sempre consentito tutto. Puo' darsi che per l'omicidio, si sia spinto molto più in là. Come se la struttura illegale fosse andata in un'altra direzione rispetto a quella politica. E' solo una mia deduzione. "Ora è Maris che mi fa una domanda. "Se tu pensi che non sia stata Lotta Continua, allora chi ha ammazzato Calabresi?". Bel quesito, avvocato Maris. Gli ricordo che nel 1972 c'è ancora un'ambiente magmatico, gruppi che hanno deciso una scelta politica come Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Movimento Lavoratori per il Socialismo accanto a singoli indecisi. Lotta Continua, in particolare, è più un movimento che un partito organizzato, compartimentato. Sfoglio le interviste che Oreste Scalzone rilascia al Corriere della Sera e all'Espresso, sui presunti piani di Feltrinelli intenzionato a uccidere il commissario. "Io conobbi personalmente Feltrinelli. Queste vicende erano fuori dal suo schema mentale. Non era un uomo razionale, in grado di fare azioni di questo tipo. L'uccisione di Calabresi si colloca nella funzione emblematica di quei gruppi. Lui faceva altro, mirava ai tralicci. Io addebito al movimento l'esecuzione di Calabresi. Loro si squalificano da soli. Si sono dimostrati del tutto incongrui a fare i dirigenti. Con questo voglio dire che non sono felice che siano in carcere. Io Lotta Continua la colloco nella giusta dimensione. Si accorgono tardi che la strada era pericolosa. Del resto erano i periodi della strategia della tensione, del piano Solo, di piazza Fontana e delle stragi. Mi rendo conto che certi obiettivi diventino veri".

Marino viene smentito, a proposito della data di presentazione, dal capitano degli stessi carabinieri Meo e da altri due ufficiali. Al centro di questo passaggio processuale, c'è il giorno in cui si presenta alle autorità. E' il 2 oppure il 19 luglio?. Marino viene interrogato il 21 marzo 1990. "Perchè, guardi, in questo anno e mezzo sono state scritte centinaia di cose sul mio conto:per cui, io. . . così, sono cose che, in qualche modo, a un certo punto finiscono per condizionarmi, insomma. Nel senso che avendo letto da più parti, e sentito da più parti dire che c'era un complotto(prima dei carabinieri, poi del Partito Comunista) e una cosa e l'altra. . Siccome, tra l'altro, per me, quei venti giorni riguardavano soprattutto il mio intimo e quello che è successo nella mia testa e non altre cose, per cui ho ritenuto in quel momento di non. . Forse. . Certamente ho sbagliato:nel senso che non. . Però, in quel momento, mi sembrava di dare maggiori argomenti a quelli che vanno strombazzati in giro che c'è un complotto. Naturalmente, adesso, mi rendo conto di aver sbagliato".

L'avvocato Alessandro Gamberini, nell'istanza di revisione del processo, sottolinea la necessità di rivalutare le relazioni tra Marino e i carabinieri. "E' noto che solo al dibattimento del '90, emerse, dopo che la circostanza era stata rivelata dall'ingenua deposizione del parroco di Bocca di Magra, il fatto che i colloqui tra Marino e i carabinieri andavano retrodatati almeno al 2 luglio'88, rispetto alla data ufficiale del 19 luglio. Quei colloqui clandestini si svolsero nottetempo a Sarzana con il colonnello Bonaventura, noto esperto di antiterrorismo che si era occupato a suo tempo del delitto Calabresi e veniva appositamente da Milano per parlare con Marino. L'intero contenuto di quei colloqui è stato indicato nel giudicato di condanna uno sfogo morale di Marino:quando è evidente che fin dall'origine si è lungamente discusso proprio dell'omicidio Calabresi. Vi sono inquietanti coincidenze tra quel che dice Marino e i rapporti dei carabinieri. Così Marino fa suo l'errore dei carabinieri che nel rapporto 28 luglio '88, identificano come fotokit dell'omicida quello che in realtà era il ritratto dell'ignoto acquirente di un ombrello dello stesso tipo di quello trovato sull'auto degli assassini. Allo stesso modo Marino procede al riconoscimento centimetrico del bagno di Luigi, da lui indicato come la base milanese dell'omicidio, bagno da lui frequentato alcuni minuti, sedici anni prima, in perfetta coincidenza con l'acquisizione da parte dei carabinieri delle planimetrie della stessa abitazione. Vi sono relazioni non chiarite tra alcuni ufficiali dei carabinieri e il giudice istruttore Lombardi e la consigliere a latere del primo processo d'Appello, Dottoressa Bertolè Viale, relazioni emergenti da alcuni rapporti dei carabinieri nel 1992 e '93 a Trapani, all'interno del procedimento relativo alla morte di Mauro Rostagno. I documenti evidenziati testimoniano o di una menzogna costruita ad arte in pregiudizio dei condannati, in secca alternativa, di una grave e preconcetta ostilità, da parte dei due giudici di Milano".

C'è un parroco a Bocca di Magra che vede già nel 1987, Leonardo Marino, ben prima che decidesse di presentarsi ai carabinieri. Nella sentenza di primo grado si dice. "Don Regolo ha riferito che Marino gli era sembrato molto pentito e prostrato e che dopo essersi confidato, era apparso più sollevato e sereno, come se avesse voluto sfogarsi con qualcuno di sua fiducia e liberarsi in parte di un peso che gli opprimeva la coscienza. Precisava di essere stato coinvolto e strumentalizzato per compiere un gravissimo fatto di terrorismo commesso molti anni prima. Dalla testimonianza di don Regolo, emerge sicuramente una conferma alle motivazioni poste da Marino a base della confessione da lui resa all'autorità giudiziaria".

Idilio Antonioli, impiegato comunale a Massa, accompagnato dall'amico Giovanni Novani, di professione insegnante vanno a Bocca di Magra, il 16 agosto 1988. Cercano don Vincenzo Regolo. Antonioli conosce da molti anni Ovidio Bompressi. Ecco cosa risponde il parroco. I due arrivano a Bocca di Magra, dove c'è la parrocchia di Don Regolo. "Io non ho mai confessato Marino. Gli ho solo casualmente parlato nel novembre 1987. Poi ho saputo dai giornali che si era rivolto ai carabinieri e all'avvocato. E a voi pare che un prete, se anche Marino avesse confessato certe cose, potrebbe consigliarlo di andare dai carabinieri?Di mettere in una grave situazione la moglie e i figli?. Comunque non ha parlato di certe cose. Non ha parlato, ad esempio del delitto Calabresi, neppure di rapine. Tutte cose normali, che aveva intenzione di vendere crèpes al Cerreto, col suo furgone. Il resto delle cose che sono finite sul giornale locale, il Secolo XIX sono solo mie supposizioni. Non ho parlato con alcun giudice, semmai ho parlato con i carabinieri. Ma potrebbe trattarsi di un altro prete, ci sono salesiani qui vicino" . Antonioli e Novani si recano due volte a Bocca di Magra. Il giorno dopo, osservano un pulmino dei carabinieri. Chi li avvisa?Sono controllati?

Nella sentenza dei giudici di Milano, però, c'è scritto. "L'ipotesi di collusione con i carabinieri è priva di qualsiasi fondamento. E' sufficiente ripercorrere le stesse ipotesi formulate dalla difesa. Per sostenere che i carabinieri siano andati da Marino, si è ipotizzato che il senatore del Pci Bertone, al quale Marino aveva riferito dell'omicidio, avesse parlato con l'avvocato Zolezzi e che le voci si fossero diffuse giungendo anche ai carabinieri. Va rilevato che, anche per sola ipotesi, ciò fosse vero, non vi è dubbio che i carabinieri avrebbero svolto niente di più che il loro dovere. Ammettiamo, sempre per ipotesi, che i fatti si siano svolti in questo modo:non si comprende, come si è visto, come avrebbero potuto i carabinieri indurre Marino ad autoaccusarsi dell'omicidio e del resto".

I PALAZZI

Ogni fatto giudiziario è un caso a se. Ci sono i giudici, le Procure, gli avvocati della difesa e di parte civile, i testimoni. Poi arrivano gli imputati, le loro ragioni, i sentimenti, le passioni. E là in mezzo al fiume di parole dette nei processi, permangono fatti, indizi, prove, talvolta smentite. Il caso Sofri divide le persone, tra innocentisti e colpevolisti. Così i palazzi della politica e dei giornali prendono posizione, si schierano, fino a trasformare l' opinione comune. Sofri, Bompressi e Pietrostefani vengono arrestati il 28 luglio 1988 e solo il giorno dopo si scatena la polemica sulle pagine dei quotidiani.

Enzo Forcella esprime i suoi dubbi su La Repubblica. "Il dubbio nasce semmai allorchè si riflette che Sofri non è accusato di aver partecipato materialmente all'assassinio di Calabresi, bensì di esserne stato, insieme a Pietrostefani, il mandante. Il concetto di mandante già abbastanza ambiguo nella giurisprudenza ordinaria applicato alle vicende degli anni Settanta, diventa ancora più sfuggente, estremamente opinabile". Paese Sera entra nel merito del dibattito. "Saremo invitati a parteggiare:innocentisti per amicizia con il sospettato;o per rifiuto del pentitismo;o per stanchezza e voglia di perdono. Colpevolisti per avversione alla parte che Sofri rappresentò;o per simpatia con le forze dell'ordine;o per le parole che Lotta Continua scrisse in occasione dell'omicidio Calabresi".

Giorgio Galli, politologo, scrive il suo editoriale sul Secolo XIX di Genova. Per lui le verità restano parziali. "Se si vuol ridurre la ricostruzione degli eventi all'antica teoria degli opposti estremismi, sarebbe ora che la sinistra, la sua cultura, i suoi partiti, si decidessero a riproporre con ben più decisione di quanto sia stato fatto finora, la questione delle complicità, delle omissioni, dei ritardi. Gli anni di piombo sono cominciati con Piazza Fontana e fin che non sarà accertata la verità su quell'inizio, anche quella sul commissario Calabresi, sarà comunque parziale". Marco Nozza è un cronista giudiziario tra i più preparati. Segue le piste buie dell'eversione dagli inizi della sua carriera, sulle pagine del Giorno. Possiede memoria di ferro. "A distanza di anni, bisogna tuttavia riconoscere che questo linciaggio non era imputabile in esclusiva a chi accusava direttamente Calabresi per il salto di Pinelli. Responsabili erano coloro che impedivano che avvenisse il chiarimento più ampio, e meno sbrigativo, sulla posizione del commissario Calabresi nello scabroso affare Pinelli. Invece abbandonato a se stesso dai suoi superiori, Calabresi entrò in tribunale come accusatore e ne uscì accusato. Pagando, infine, per tutti".

Rina Gagliardi, sulle pagine del Manifesto del 29 luglio '88, traccia la storia di Lotta Continua. "Nacque ufficialmente, il 1 novembre del 1969 come un giornale che vuole essere lo strumento di collegamento delle lotte e l'unificazione dell'organizzazione di base. Si sciolse, ufficialmente, a Rimini, il 5 novembre 1976. Per circa sette anni, Lotta Continua fu il gruppo più autoidentificato, nella nuova costellazione politica nata dal '68. Nuova Sinistra, sinistra extraparlamentare, sinistra rivoluzionaria, denominazioni più o meno efficaci a rappresentare quella che fu soprattutto una nuova generazione politica, cresciuta nel corso di una grande stagione conflittuale". Claudio Martelli, allora vicesegretario socialista, conosce Sofri nel 1984, con la vicenda del quotidiano "Reporter". Apprende la notizia dell'arresto e afferma. "Sorprende non c'è dubbio. Ma stupisce anche l'iniziativa del magistrato:perché a sedici anni da quel delitto non si capisce bene di cosa si abbia timore. Che necessità c'era di arrestarlo?Lui non è certo il tipo che scappa. Certamente non è più in condizione di occultare chissà quali prove. Non si capisce perché non sia stato convocato a Palazzo di Giustizia e non gli siano stati chiesti chiarimenti. L'arresto di Sofri si può giustificare solo nel caso che gli inquirenti abbiano raggiunto un grado assoluto di nitidezza e di certezza:prove materiali e circostanziate".

Da destra, intanto, giungono le prime bordate. Gianfranco Fini, oggi presidente di Alleanza Nazionale, detta al suo giornale, "Il Secolo d'Italia", la posizione del partito. "Molti anni dopo il fatto, apprendiamo che l'assassinio del commissario Calabresi non fu nero, come si disse e ridisse fino alla nausea, ma fu rosso, rossissimo. La rilettura degli anni di piombo svela un'altra verità celata da anni di conformismo e di bugie. Sofri fu leader indiscusso dei gruppi più attivi dell'estremismo comunista e prebrigatista e fu uno dei tanti cattivi maestri di quegli anni di intimidazione e di paura". Indro Montanelli prende carta e penna e formula alcune considerazioni sul caso Sofri. Sul "Giornale", parla di occasioni perdute. "Di tutte le argomentazioni messe in campo contro l'arresto di Sofri e dei suoi presunti complici, la più singolare è anche quella più largamente condivisa:l'inopportunità di rivangare un delitto di molti anni fa. A parte il fatto che non vediamo come dei magistrati seri, quali sono, di chiara fama, Lombardi e Pomarici, possano porsi dei problemi di opportunità, ci chiediamo se gli stessi termini di prescrizione non dovrebbero, se fossero validi, venire applicati anche per la bomba di piazza Fontana e quelle della stazione di Bologna e dell'Italicus, che seguiamo invece alimentare processi su processi:ogni volta che se ne conclude uno senza o con pochi ergastoli, si dice e si scrive che la sete di giustizia del popolo è rimasta ancora una volta inappagata e si ricomincia da capo".

Ma il dibattito divide anche il quotidiano "L'Unità". A Michele Serra, colpisce l'arresto di Sofri. "Dico subito che ciò che mi sconvolge, nell'arresto dei quattro di Lotta Continua, non è l'attuale rispettabilità, ma è proprio la passata disperazione. Poco mi importa che i quattro accusati di aver freddato un uomo alle spalle siano sottratti, oggi, a una vita normale. Anche se, umanamente, mi dispiace. Molto mi importa sottolineare come Sofri e compagni, colpevoli o non colpevoli che siano, paghino oggi la loro debolezza di ieri, la non normalità di uno spicchio di generazione falcidiato dall'impotenza politica, del velleitarismo umano, della fragilità culturale". Il cronista giudiziario dell'Unità, Ibio Paolucci, non si trova nelle parole di Serra. "Ma che cosa c'entrano gli anni?Si preferirebbe che per questo delitto permanesse un buco nero?Molto semplicemente, a me pare che per uno che si riconosca nello stato di diritto, l'accertamento della verità, se tale è, naturalmente, anche a molti anni di stanza, non può che essere motivo di soddisfazione".

Eugenio Scalfari, allora direttore de "La Repubblica" decide un'apertura. "Ora Sofri è accusato di un assassinio. Consumato gelidamente, in forza di quella demonizzazione oggettiva dell'avversario che è stata uno dei frutti più tossici di una cultura marxista mal digerita. Che atteggiamento si deve prendere nei suoi confronti?Per noi, come impone la Costituzione, Sofri è innocente fino a sentenza. Ha diritto al rispetto di tutte le garanzie in suo favore. Il giudice dirà, il collegio giudicante vaglierà le prove, i difensori faranno l'opera loro. Se ha commesso il delitto che gli viene imputato, meglio farebbe a confessarlo lui stesso se vuol restare fedele a quella cultura del "beau geste" che ne ha finora caratterizzato i comportamenti. Ma non si dica che il tempo trascorso cancella la responsabilità, nè l'ubriacatura di massa giustifica il delitto. Tra il partecipare ai cortei di piazza e uccidere a sangue freddo c'è di mezzo un oceano. Se Adriano Sofri risultasse colpevole, saranno lui e la sua coscienza a presentarsi, da soli, dinanzi alla legge. La legge di Socrate, la legge della città, che alla lunga vince su quella di Antigone". Sempre sullo stesso giornale, Paolo Flores D'Arcais chiede l'innocenza di Sofri. "Sofri preferì addirittura di imporre lo scioglimento di Lotta Continua, quando più agevolmente poteva, con quella organizzazione, entrare in Parlamento, proprio perché preoccupato della nuova stagione di violenza politica che si profilava e deciso a contrastarla. Più ragiono sui fatti che conosciamo, insomma, e più mi convinco dell'innocenza di Adriano Sofri".

Giorgio Bocca parla sull'Espresso del caso Sofri come una sorta di roulette russa del '68. "Il commissario Calabresi merita giustizia. Era un funzionario di polizia onesto e capace su cui la sinistra estrema ma anche quella progressista hanno scritto e detto un sacco di sciocchezze e calunnie:qualcuno lo ha ucciso e se si trovano le prove è giusto che paghi. Resta il fatto che questa giustizia a distanza di anni assomiglia maledettamente a una roulette russa, gira a vuoto per anni e poi colpisce nel mucchio. Ce li siamo già dimenticati quegli anni?". Sul "Corriere della Sera", Giuliano Ferrara è convinto che il caso Sofri non diventerà come Tortora, ma che la detenzione ingiusta è già uno scandalo. "Il caso potrebbe incamminarsi su tutt'altri binari. Finora la stampa sembra più riflessiva e prudente;i giudici meno chiacchieroni e arroganti;le stesse dichiarazioni degli avvocati difensori e degli amici degli imputati paiono riflettere la consapevolezza del nuovo clima. Tuttavia gli ingredienti fondamentali sono gli stessi. C'è la gente in carcere, con accuse da ergastolo, sulla base di un pentimento che, privo di riscontri, appare estremamente labile. L'impressione è che, se si arriverà mai a un processo, si tratterà di un processo indiziario, con molte complicazioni riguardanti la personalità dell'accusatore, le origini vere della confessione e della chiamata in correità, i modi e le radici dell'inchiesta di polizia giudiziaria, i termini della eventuale prescrizione del reato. In un quadro simile, una lunga e ingiustificata carcerazione perventiva, condurrebbe tutto al disastro giuridico e civile".

Corrado Augias conosce la nera . Scrittore, autore di fortunate trasmissioni televisive su casi giudiziari ancora irrisolti, traccia il suo percorso critico. "Quando Snerviakov confessa a Ivan Karamazov il suo delitto, quest'ultimo inorridisce. Ma l'hai detto tu di farlo, osserva Snerviakov di fronte allo sgomento dell'altro. Io?obietta Ivan. E quando?Io, precisa Snerviakov, ho capito dalle tue parole che tu ritenevi opportuno che qualcuno lo facesse. Poichè non ti muovevi, l'ho fatto io. Ma tu, balbetta Ivan, mi hai frainteso, io non ho mai detto così. L'assassino Snerviakov resta un attimo in silenzio poi fissa il suo interlocutore e lancia una frase terribile:allora, sibila, sei solo un parolaio. Questo non vuol dire affatto che Sofri sia il mandante dell'omicidio Calabresi, nel senso tecnico-giuridico previsto dal codice penale. Significa solo che, quando si invoca la violenza per fini che si pretendono giusti, si trova sempre qualcuno disposto a passare dalle parole ai fatti. Criminalizzare?Diciamo che si tratta di dare a ciascuno il suo. In un gruppo che si pretendeva politico, esistono anche le responsabilità politiche, e per allontanarle c'è solo un mezzo:dimostrare che Marino si è autocalunniato".

La discussione si fa animata. E sui giornali prende posizione uno scrittore illustre come Alberto Moravia. Sulle pagine del "Corriere della Sera", scrive. "Nel pentimento di Marino c'è un'altra anomalia. Non si tratta di un pentimento a caldo, messo in atto poco dopo il delitto:il pentimento di Marino è andato avanti, con gli alti e i bassi che si possono facilmente immaginare, ben sedici anni. Perché non dieci o cinque?E' quasi impossibile non rispondere:perché all'epoca dell'assassinio di Calabresi, Marino non avrebbe potuto usufruire delle recenti leggi che beneficano i pentiti. Ma non si manda all'ergastolo qualcuno che per giunta è stato più che un amico, addirittura un mito così, tutto ad un tratto, per la promulgazione di una legge. Non si può fare a meno di pensare che Marino abbia cominciato a odiare Sofri molto prima di denunziarlo. Già, perchè ci vuole molto odio per desiderare di distruggere qualcuno così totalmente come ha cercato di fare Marino con Sofri".

Lo scrittore Franco Fortini manda una lettera al "Manifesto" . "Sofri è oggi in galera ad opera di forze non troppo lontane da quelle che, sebbene il suo e il mio fossero linguaggi diversi, ci erano ugualmente nemiche venti anni fa e avevano lasciato uccidere Pinelli e Serantini e imprigionare Valpreda. Ne io sono di pietra, ne egli è di giunco. Quale importanza può avere che le sue ragioni di essere nemico dell'assassinio politico, non siano ne possano essere le mie?E che io abbia orrore delle confusioni tra morale e politica?Lessi alcuni dei nomi di intellettuali che prendevano le difese di Sofri su un giornale torinese insieme ad uno scritto di Galli della Loggia che dichiarava di firmare anch'egli quel documento per amicizia e stima personale, ma deplorava il periodico ricostituirsi delle solidarietà di casta intellettuale in nome dell'intelligenza, della fine sensibilità e di simili virtù".

Gian Carlo Caselli, ora procuratore della Repubblica di Palermo, interviene sul "Messaggero". "Chiusa l'esperienza del Sessantotto, vi era stato chi aveva preferito strade diverse. Coloro che erano riusciti a respingere le tentazioni della militanza clandestina, si erano posti a lavorare dentro la crisi sociale. Con lo scopo preciso di cercare di dare una base di massa ad una strategia di violenza destinata ad abbattere lo Stato. Di qui la ricerca di collegamenti con i movimenti spontanei nascenti dal disagio e dal malessere di tanti giovani emarginati delle zone più disgregate delle grandi città. Di qui il tentativo di strumentalizzare varie strutture politiche della periferia urbana come circoli giovanili, movimenti per l'autoriduzione. Per cercare alla fine, attraverso l'incredibile parola d'ordine dell'esproprio proletario, un concreto e fattivo momento di propaganda sovversiva. Questa illegalità di massa, che forse nelle intenzioni dei suoi promotori doveva restare solo una forma di organizzazione di intellettuali e di giovani in dissenso, nella realtà si trasformò in proiezione semilegale, cassa di risonanza e serbatoio di reclutamento dei gruppi armati clandestini. Gli anni di piombo, in questo modo erano ormai prefigurati".

Alla fine del processo, dopo le sentenze, il dibattito si sposta nei palazzi della politica e, quelle divisioni di allora, si fanno meno evidenti . In molti chiedono la grazia per Sofri, Bompressi e Pietrostefani:si muovono da subito Dario Fo, Norberto Bobbio, don Luigi Ciotti, Gianna Nannini, Reinholdt Messner. Il 22 ottobre 1997, 105 senatori di varia provenienza politica scrivono al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. "Quelli che fra noi hanno potuto conoscere i punti salienti di questa vicenda giudiziaria hanno maturato la convinzione della innocenza di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, innocenza da loro proclamata fin dall'inizio e in tutte le fasi del processo. Ma anche quelli che fra noi che non sono in grado di condividere documentalmente questa affermazione d'innocenza, sono comunque profondamente turbati dall'esito opposto delle diverse pronunzie giudiziarie che hanno fatto emergere ben più di un ragionevole dubbio su una giustizia così labile e contraddittoria, ma anche spietata nella sua tardiva definitività"

Dall'estero, dove Sofri è corrispondente per diversi giornali, giungono appelli in suo favore. Il presidente della Cecenia, Aslan Maskhadov, si rivolge a Scalfaro per chiederne la liberazione:proprio in Cecenia, durante la guerra, Sofri aiuta alcuni ostaggi italiani. Dalla Polonia lo storico Adam Michnik, uno dei leader dell'opposizione democratica degli anni ottanta, si appella a Scalfaro in favore di Sofri e ricorda il suo impegno "pro Solidarnosc". Da Sarajievo, una delegazione di cittadini tra i quali una bimba di dieci anni, Amra, aiutati da Sofri durante la guerra balcanica, si recano nel carcere di Pisa per salutarlo. Dalle colonne del quotidiano francese "Le Monde", arrivano le firme di alcuni intellettuali come Hector Bianciotti e Etienne Balibar per la libertà dei tre detenuti. Iniziano gli scioperi della fame del giornalista di Italia 1, Carlo Panella, e di Selma Dell'Olio, moglie di Giuliano Ferrara. Il settimanale "Vita", raccoglie firme per la grazia. Vengono organizzate manifestazioni davanti al Don Bosco;nei teatri c'è chi lascia tre posti vuoti con un fiocco giallo, simbolo di libertà;

Passano i giorni e Scalfaro, da Sofia, invia il suo parere sulla grazia ai tre del Don Bosco, attraverso una lunga missiva. Le oltre 160 mila firme raccolte dal Comitato "Liberi, liberi" e l'iniziativa di molti parlamentari inpongono al Presidente una presa di posizione ufficiale. Per Scalfaro, non spetta al Quirinale un provvedimento di clemenza ispirato"sulla base di criteri generali predeterminati", perchè sarebbe "di fatto un indulto improprio". La missiva del Presidente viene inviata alle Camere, non a caso:Scalfaro ricorda e sottolinea che la Costituzione attribuisce al Parlamento "specifici poteri in materia". Cosa intende dire Scalfaro?Che avendo studiato molti casi e avendo constatato l'omogeneità di molti situazioni, un provvedimento di grazia solo ad alcune persone "costituirebbe una violazione grave del principio di uguaglianza".

I palazzi sono in subbuglio. Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, dice:"Mi dispiace molto". Giuliano Pisapia, presidente della Commissione Giustizia della Camera afferma:"Ho il triste presentimento che non riusciremo a evitare che alla disperazione segua altra disperazione, e che a una tragedia segua un'altra tragedia". Per il responsabile giustizia del Pds, Pietro Folena, "la lettera di Scalfaro è un invito per il Parlamento a affrontare il problema della chiusura degli anni di piombo". Nel Polo delle Libertà i commenti sono favorevoli alla decisione di Scalfaro. Ma ci sono voci dissenzienti. Marcello Pera, di Forza Italia è convinto che "Il presidente dela Repubblica non ha avuto coraggio". Marco Taradash pensa che "la motivazione del Presidente Scalfaro è del tutto pretestuosa".

Il 30 ottobre il Comitato "Liberi, liberi", consegna le firme al Quirinale. Al termine del breve colloquio, Mimmo Pinto dice che "Il Presidente parlerà della vicenda con Prodi e si augura che si apra al più presto un dibattito parlamentare". Lo scrittore Antonio Tabucchi, che fa parte della delegazione, è convinto che "in uno Stato di diritto, le condanne devono essere basate su prove concrete e in questo processo non ci sono, c'è solo una confessione tardiva e zoppicante". Il Comitato fa sapere che la regione che più contribuisce alla raccolta delle firme è il Lazio con 39256 sottoscrizioni. Seguono la Lombardia e la Toscana. Poi vengono allegati nomi importanti del mondo della cultura, dello spettacolo, dello sport.

La vedova Calabresi, Gemma Capra, andrebbe di persona a chiedere la grazia al Presidente della Repubblica, se Sofri ammettesse i fatti mentre per l'avvocato di Marino, Gianfranco Maris, "non c'è nulla di nuovo nella posizione di grazia a Sofri espressa da Scalfaro, perché è sempre stato richiesto che passasse un certo lasso di tempo tra la sentenza e la richiesta di grazia, per evitare che la eventuale concessione suonasse come una revisione critica della sentenza". Poche ore dopo la sentenza della Cassazione, chiamo Gemma Capra al telefono della sua abitazione milanese. L'intervista viene trasmessa da Italia Radio. "Sono stati lunghi anni dolorosi. La nostra famiglia ha sempre cercato la verità e oggi la giustizia ha avuto la parola definitiva. Avevamo bisogno di chiarezza, che ci fosse questo coraggio da parte della magistratura. Non voglio parlare di gioia o soddisfazione quando altre famiglie soffrono. La giustizia è un percorso della magistratura e dello Stato. Anche noi siamo spettatori delle decisioni che sono state prese dalla legge".

L'avvocato Alessandro Gamberini, difensore di Sofri, cerca la via più rapida, quella di una revisione del processo. "Il ricorso contiene alcuni elementi nuovi, altri invece che non sono stati sufficientemente considerati". Ci sono vari articoli del codice di procedura penale che regolano la richiesta di revisione. L'articolo 630 indica i casi in cui può essere richiesta:se la sentenza è in contrasto con altre, se si scoprono nuove prove che dimostrano l'innocenza del condannato, se la sentenza di condanna è basata su atti giudiziari e su altri fatti previsti dalla legge come reato, che si rivelano poi falsi. Negli ultimi vent'anni sono stati pochi i processi per i quali è stata disposta la revisione:I casi di Paolo Gallo, nel 1965, di Massimo Carlotto nel 1992 e Domenico Papalia, nel 1993.

La richiesta viene presentata per davvero, in una affollata conferenza stampa, il 15 dicembre 1997. Sono duecento pagine, fitte di dichiarazioni, eleborazioni computerizzate di perizie balistiche, nuove testimonianze, comparazioni con verbali di polizia giudiziaria dell'epoca. C'è il racconto di Luciano Gnappi, quello del vigile urbano di Massa Roberto Torre, un'analisi dettagliata dei rapporti tra Marino e i carabinieri, il diario di Antonia Bistolfi, la nuova perizia balistica sui due proiettili. C'è anche un particolare che Adriano Sofri mi rivela il giorno dopo la presentazione dell'istanza di revisione, nel carcere Don Bosco. Dice che ci sono prove documentali di "una combutta tra l'avvocato dei familiari del commissario, Luigi Ligotti e alcuni carabinieri sleali". Sofri entra nei particolari. "Nel '93 un capitano dei Ros di Trapani, che era stato incaricato dalla Procura delle indagini sull'omicidio Rostagno, inserì nelle carte processuali un documento ufficiale nel quale sosteneva di aver parlato con il giudice istruttore del processo Calabresi a Milano, Antonio Lombardi e che questi gli aveva confidato che risultava con sicurezza la responsabilità di Lotta Continua nell'omicidio di Mauro Rostagno. Gli atti erano coperti dal segreto istruttorio. Nello stesso periodo l'avvocato Ligotti nel secondo processo d'appello disse un giorno in aula che noi non eravamo solo responsabili dell'omicidio Calabresi, ma di una quantità di altri assassini e citò esplicitamente il mio nome come responsabile dell'omicidio Rostagno. Nel '96, dopo la pubblicazione di quel documento da parte di alcune testate come Panorama e Espresso, Lombardi smentì immediatamente di aver mai detto quelle cose ai carabinieri. Si dimostrava così che un alto ufficiale dei carabinieri, forse in contatto con un alto magistrato milanese, forse usurpandone il nome, aveva inserito un documento ufficiale di questa gravità dentro il processo di Trapani. Si dimostra anche che un avvocato difensore, che non avrebbe potuto essere a conoscenza delle carte perché coperte dal segreto istruttorio, le aveva usate per calunniarmi. L'avvocato Ligotti dovrà ora rendere conto della sua partecipazione, in qualunque forma, a questa fabbricazione di un documento falso in atto giudiziario".

La risposta a questa intervista da parte dell'avvocato Luigi Ligotti, non si fa attendere. "Sofri fa confusione sui tempi delle vicende. Fu nel '94 che durante il processo Calabresi dissi che a mio parere Rostagno non era morto di lupara ma che il suo caso faceva parte delle morti misteriose che sono nella storia di Lotta Continua. In ogni caso io non conosco il documento di cui lui parla e non ho mai avuto rapporti con i carabinieri".

Ci sono i palazzi della politica, dei media, della giustizia. Poi ci sono le migliaia di abitazioni dove il caso Sofri viene discusso:quelle dei familiari del commissario Calabresi, di Marino, dei parenti stretti dei tre del Don Bosco, degli avvocati, dei testimoni. C'è il palazzo dove vivono quei due funzionari di polizia che, tre giorni dopo l'omicidio, si recano a casa di Luciano Gnappi, oggi dirigente d'azienda, testimone oculare della morte del commissario Luigi Calabresi. Venticinque anni dopo, mi racconta quello che ha visto, in quei giorni del 1972. "Ero uscito dalla mia abitazione in via Cherubini 4. Mi sono recato alla macchina, il commissario ha attraversato la strada. Ho visto una persona che gli si avvicinava alle spalle e lo uccideva. Stavo a sei, dieci metri dal luogo dell'omicidio. All'inizio pensavo ad uno scherzo, poi ho capito che si trattava della morte di Calabresi. Subito dopo, andai a telefonare e vidi la Fiat 125 blu che si stava allontanando. Dissi allora di aver visto una donna al volante della macchina. Penso che se avessi visto una cosa diversa l'avrei raccontata subito. E' andata proprio così. Sono stato un testimone mai ascoltato. Dopo il primo racconto, agli uomini di polizia giudiziaria, venni ascoltato nel '90, quando mi chiesero poche cose e di sfuggita. Tre giorni dopo quell'omicidio, di sera, si sono presentati due persone in borghese, spacciandosi per poliziotti. Mi hanno chiesto di vedere delle fotografie formato tessera. Non erano siglate dalla magistratura, ne dalla polizia. Erano foto piccole, normali. Ero stato convocato dal capo dell'ufficio politico della Questura di Milano, Antonino Allegra per fare una cosa simile. Rimasi un pò sconcertato dalla presenza di questi due soggetti che avevano un'aria losca e sinistra e mettevano inquietudine. Erano le nove, dieci di sera. Loro hanno insistito, volevano che io riconoscessi tra quelle cinque fotografie quella che ritraeva il killer del commissario. Il tesserino che mi mostrarono era apparentemente quello della polizia, io non lo avevo mai visto prima. Non so se era vero e falso. Nella terza foto ho riconosciuto la persone che uccise Calabresi. Ne sono sicuro al cento per cento. Quei due, però, non mi sembravano molto affidabili così non dissi niente. Quella persona che riconobbi non corrispondeva poi ai fotofit che oggi vengono pubblicati dai giornali. Per niente e per nessun motivo:ne a quello che assomiglia a Bompressi, neppure quello diffuso da polizia e carabinieri. Il giorno dopo andai da Allegra. Gli raccontai due volte quello che era successo la sera prima, la presenza di quei due poliziotti. Lui fece finta di niente. Mi fece vedere foto di cortei, manifestazioni di sinistra. Ho capito che ero in braghe di tela. Il killer di Calabresi non era un ragazzetto qualsiasi. Si trattava di un serio professionista, uno che sapeva quello che faceva. Quando vidi quelle due persone a casa del mio collega di lavoro pensai subito a gente che non c'entrava nulla con la polizia. Pensai ai servizi segreti, gente simile. Non dissi niente perché temevo che se avessi rivelato il particolare della foto, qualcuno mi avrebbe fatto del male. "

 

PROLOGO SUL '68

L'omicidio del commissario Luigi Calabresi avviene quattro, cinque anni dopo lo scoppio della contestazione giovanile e studentesca nei principali atenei europei e statunitensi. E' un atto di lotta armata come sostengono molti protagonisti di questo libro o una manovra di apparati dello Stato ed esponenti della destra eversiva?E' certo che Lotta Continua, nata nel '69, si organizza come un movimento politico. E sta nelle piazze delle città fino a quando si scioglie, per sua stessa scelta, proprio nel momento di maggiore scontro interno, dopo l'uscita di gruppi che confluiscono nel Partito Armato. Nel '72, però, LC agisce alla luce del sole. Magari discutendo sull'uso della violenza, su come organizzare la resistenza nel caso di un colpo di Stato, sul ruolo dei servizi d'ordine. Come ogni gruppo della sinistra istituzionale ed extraparlamentare . Ma fa politica attiva. Nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. I leader dell'organizzazione sono conosciuti, scrivono documenti, prendono posizione sui giornali.

A trent'anni dal '68, nel pieno della discussione su quel periodo, mi affido alla memoria di Adriano Sofri, protagonista di un'utopia. Lo intervisto per Italia Radio, nel carcere di Pisa. Lui non vorrebbe parlarne, poi si lascia andare. "Nel 1968 ero dappertutto. Eravamo giovani, molto mobili e qualche volta addirittura in fuga. Proprio in quell'anno ebbi il mio primo mandato di cattura per una manifestazione a Pisa, culminata con scontri e l'occupazione dei binari della stazione. Me la squagliai, utilizzai cioè una sorta di latitanza. Andai in giro per l'Italia, per conoscere altri posti, dove sembrava covasse di più la capacità di ribellione e di lotta. Partecipai ad incontri di studenti e operai. Soprattutto seguì le lotte degli operai nel Nord. Il '68 fu molto importante per la Fiat. C'erano le avvisaglie della primavera del '69 e dell'autunno caldo. Alla Fiat di Torino ci fu la prima rottura forte, i primi scioperi erano per l'abolizione delle differenze salariali tra Nord e Sud, quelle che oggi qualcuno vorrebbe ripristinare. Nel '68 vivevo a Pisa, ero già laureato da quattro anni, avevo due figli, insegnavo. Ero un leader delle lotte studentesche, rispettoso e ammirato di questa ribellione giovanile così europea e cosmopolita. Forse ero avvantaggiato, rispetto ad altri, perchè guardavo con attenzione fin dal '67 al mondo operaio. Il mio ruolo diventò importante perché forse ero meno rigido di altri, meno ideologico. Raccontai in un saggio scritto, il rapporto tra avanguardia e masse, sul rapporto che si deve stabilire tra chi faceva politica per sua scelta nei movimenti spontanei, capace di non avere manie di protagonismo e sovrapposizione ai movimenti . Chi ha partecipato a quegli anni viene accomunato da uno stereotipo che non corrisponde assolutamente alla realtà. Io, ad esempio, non ho mai indossato un eskimo in vita mia. Le letture che ufficialmente vengono attribuite al '68 non le considerai importanti. C'era altro nel mondo. Gli anni cruciali della mia formazione politica sono stati il '67 e il '69:le occupazioni a Pisa e il movimento operaio di Torino. In queste sedi, il rapporto personale e politico con il Pci di allora, fu di estraneità e rottura spesso frontale. Avevo una storia di antistalinismo di sinistra, libertario, spontaneista. Con il Pci non ho avuto alcun rapporto di identificazione, anzi avevo una posizione critica a priori. Pensavo che il Pci avesse cancellato la prospettiva del comunismo, nelle parole e nei fatti. Per un giovane questo era un peccato mortale. Il mio scontro con Togliatti, negli anni precedenti, a Pisa, che diventò una sorta di leggenda, fu comunque insignificante . C'era una ribellione morale, una insofferenza assoluta nei confronti di quella doppiezza, la malizia macchiavellica. Nonostante tutto sono entrato ad un certo punto nel Pci, a Massa. Non perché avessi la minima intenzione e fiducia che si potesse fare politica nel Pci, ma perché l'indicazione di tutte le persone che mi stavano a fianco in quelle attività era quella di entrare nel Partito. Ne uscì rapidamente. Ne fui espulso dopo un congresso in cui avevo conquistato la sezione centrale del Pci di Massa, con una maggioranza schiacciante. Furono mandati degli ispettori da Roma e lessi sulla civetta del giornale locale che fui espulso. Appresi così la notizia. Cambiarono la serratura della sezione di cui avevo la chiave, in quanto segretario e fui espulso a mezzo stampa. A Torino intanto entrarono alla Fiat migliaia di giovani che provenivano da Sud. Si incontrarono con quei ragazzi della grande, media, piccola borghesia torinese che stavano nelle scuole e nelle università. Quello era il '68. Non mi mancava una pratica anticonformista, un vestiario molto spinto. Nella scrematura di quella trasformazione di costumi, Lotta Continua è stato il deposito più essenziale. Uno come Mauro Rostagno era un campione di queste. Guido Viale andava sempre a Londra e mi aveva insegnato a cantare le canzoni dei Beatles ma io lo facevo per non scontentarlo. Io ero innamorato degli chansonnier francesi, il mio versante era quello. Non sono mai stato capellone perché non mi sono mai pettinato in vita mia. Era un movimento che conservava fortissime diversità al suo interno. Allora non ci importavano queste differenze, perché eravamo così entusiasti di trovarci simili, uguali, di incontrarci. Noi siamo molto gelosi delle nostre diversità ma ce ne accorgiamo solo quando stiamo diventando troppo uguali. Da vecchi si è gelosi delle diversità perché si stanno perdendo:quando si è giovani si urta, si spinge, si tocca senza chiedere scusa".