LA PROTESTA

Le buone ragioni di una riforma del diritto penale

Tre detenuti tra gli altri cinquantamila, che si ribellano a una vergogna. Giacché le carceri, in questi anni, si sono gonfiate in modo abnorme di detenuti, impoverite invece di fondi finanziari. Ne risulta, con l'effetto di massima degradazione dell'individuo, una funzione di discarica sociale. Dove chi è povero, lo è ancor di più

Stefano Anastasia, dal Manifesto 25 ottobre 1997


Sbaglia il ministro Flick a sottovalutare la protesta che sale dalle carceri in questi giorni. Sbaglia a considerare le forme della protesta (sciopero del "carrello" e non "della fame") e la sua entità (ancora limitata ad una minoranza di detenuti e degli Istituti) come segni di una sua irrilevanza. Sbaglia perché non coglie la possibilità che - attraverso la protesta nonviolenta dei detenuti - ci viene offerta per intraprendere una strada di riforme profonde nel campo della giustizia penale.

Cosa chiedono i detenuti in mobilitazione? Poche elementari cose per rendere meno afflittive le loro condizioni di detenzione, alcune delle quali da tempo in discussione in Parlamento, altre ricorrenti nei "cahiers des doleances" penitenziari.

Innanzitutto si chiede l'approvazione della proposta di legge Simeone, che consentirebbe un più facile accesso all'affidamento in prova al servizio sociale senza passare per il carcere e che il Senato ha arricchito soprattutto sul punto della detenzione domiciliare, estendendone ampiamente l'ambito di applicabilità (il limite di pena per accedervi è stato portato da tre a quattro anni; vi può accedere la madre che abbia un figlio di età inferiore ai dieci anni, ma anche il padre, quando la madre sia deceduta o impossibilitata a dare assistenza alla prole; al di fuori dei casi specificamente previsti, vi si può generalmente accedere negli ultimi due anni di pena; infine, senza limiti di pena vi può accedere chi avrebbe diritto al rinvio della esecuzione di pena).

Quindi si chiede l'approvazione del disegno di legge per la depenalizzazione dei reati minori, già approvato dalla Camera ed ora all'esame del Senato, ed alcuni altri provvedimenti "ad hoc", come la scarcerazione dei detenuti afflitti da malattie incompatibili con la detenzione e un indulto di tre anni. In un documento redatto in vista dell'incontro di lunedì prossimo con il Presidente del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, i parlamentari e i rappresentanti delle associazioni, i detenuti di Rebibbia Nuovo complesso chiedono la soppressione dell'articolo "4 bis" dell'ordinamento penitenziario che, in piena emergenza anti-mafia, ha stretto le maglie della Gozzini fino a far parlare di un suo sostanziale svuotamento.

Certamente non tutte le richieste avanzate dai detenuti sono condivisibili, ma anche quelle che non lo sono testimoniano di un sistema che non funziona. E nei documenti della protesta le ragioni ci sono. L'aumento della popolazione detenuta, a cui va sommata l'area della esecuzione penale esterna al carcere; il gran numero di tossicodipendenti e la detenzione di persone gravemente malate, e via elencando. Nessuno può pretendere che il governo o il parlamento assumano come propria la piattaforma rivendicativa di Rebibbia, ma con le loro ragioni devono fare i conti e tradurle in una spinta per le riforme.

L'approvazione della Simeone è solo un primo passaggio, per alleviare - a bocce ferme - la pressione del sistema di giustizia penale sul penitenziario. Il passo successivo non può che essere a monte delle disfunzioni, con la riduzione dei massimi di pena, a partire dall'abolizione dell'ergastolo, e la depenalizzazione dei reati minori (comprensiva della depenalizzazione completa del consumo di droghe, che alimenta incessantemente e immotivatamente il circuito penale e penitenziario e su cui in questi mesi un arco vasto di associazioni e movimenti sta raccogliendo le sottoscrizioni per una legge di iniziativa popolare). Ma la sfida che è in campo, e di cui un governo con una prospettiva di azione di medio periodo dovrebbe avere la forza di farsi interprete, è la riforma del codice penale, la riclassificazione dei beni protetti dalle sanzioni penali, la loro articolazione in pene detentive e non, la loro limitazione temporale. Se non ora, quando?