Caso Sofri, la verità di Allegra
"Quel teste è inattendibile"
dalla nostra redazione
Repubblica, 28 dicembre 1997



MILANO - Parla l'ex dirigente dell'ufficio politico della questura di Milano, Antonio Allegra, il funzionario che era il capo del commissario Luigi Calabresi e che - secondo il testimone che regge la richiesta di revisione del processo che ha condannato per quel delitto Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani - non si diede affatto da fare per scoprire i veri colpevoli di quell'omicidio che segnò, a Milano, l'avvio della stagione del terrorismo. Parla, Allegra, per contestare Luciano Gnappi, l'uomo che a 25 anni dai fatti ha rispolverato i suoi ricordi affermando di essere stato, per 25 anni, appunto, paralizzato dalla paura, terrorizzato dalla sensazione che i primi atti di indagine, in quel lontano '72, avessero messo le basi per il depistaggio dell'inchiesta. E mentre la Procura generale di Milano sta valutando, per dare il suo parere, le 213 pagine presentate dall'avvocato Sandro Gamberini, che spiegano perché il processo agli ex leader di Lotta Continua va rifatto, Allegra demolisce la ricostruzione di Gnappi.
E' sul divano della sua casa, Allegra, 73 anni, in pensione dall'89. E da lì ripete al Tg3 quello che ha detto in una lunga intervista a Il Giornale. Primo: Luciano Gnappi non è il testimone più importante; vide sì, in quel terribile giorno di maggio, l'assassino con la pistola in mano, ma lo vide di spalle e solo fugacemente di profilo. Secondo: i due uomini che si presentarono da lui, alle 10 di sera, per proporgli il riconoscimento di una foto, non erano due ceffi", ma due agenti di polizia, Antonio Sgro e Sandro Atzeri. Terzo: a Gnappi fu mostrata una foto soltanto, non due. Quarto: già allora Gnappi rispose agli agenti di non essere in grado di riconoscere il killer che lui aveva potuto vedere solo di spalle. Quinto: non è vero che gli agenti si presentarono a casa di Gnappi tre giorni dopo il delitto, ma la sera dopo quella dell'omicidio. Sesto: Allegra assicura di non aver mai incontrato Gnappi nel suo ufficio in questura. "Può essere - aggiunge l'ex capo della squadra politica - che sia stato convocato in questura e che abbia parlato con qualcuno dei ragazzi e che gli abbiano fatto vedere delle foto". "Ma di sicuro - dice Allegra - non ha avuto un colloquio con me".
A palazzo di giustizia di Milano, entro il mese di gennaio, la quinta sezione penale dovrà decidere se, sulla base del racconto di Luciano Gnappi, raccolto nell'ottobre scorso dai difensori di Sofri, è necessario riaprire il processo Calabresi, già definito dalla Cassazione. Gnappi agli avvocati ha dato una versione inquietante: tre giorni dopo l'omicidio - ha ricordato - due tizi che sembravano dei servizi segreti, gli hanno mostrato due foto e in una di queste lui ha riconosciuto il volto dell'assassino (la questura non aveva nessuna foto di Ovidio Bompressi, condannato come killer). Ma Gnappi non lo disse agli agenti perché era spaventato; si ripromise di identificare l'omicida il giorno dopo, davanti ad Allegra. Invece, quando fu nell'ufficio di Allegra e chiese di vedere le foto già visionate la sera prima, questi lasciò cadere il discorso, gli consigliò di farsi un giro nei corridoi e di guardare se là riconosceva qualcuno. Gnappi era stato sentito anche nell'aula dei numerosi processi per l'omicidio Calabresi e, fino ad ora, non aveva mai rivelato questi retroscena.