I silenzi di Allegra

L'ex commissario di Milano e i misteri del caso Sofri

di GIUSEPPE D'AVANZO
da Repubblica, 19 dicembre 1997


 

ANTONINO Allegra era il capo dell'ufficio politico della Questura di Milano nei tristi anni della strage di piazza Fontana, del "malore attivo" di Giuseppe Pinelli, della morte di Giangiacomo Feltrinelli, dell'assassinio di Luigi Calabresi. Di Antonino Allegra si conosce qualche foto sbiadita dal tempo e la voce di oggi. Le fotografie di ieri dicono di uomo corpulento avvolto in un trench con capelli neri come la pece, lucidi di pomata e pesanti tratti del volto ora sussieguoso ora arcigno. La voce di oggi - al telefono o al citofono - racconta di un funzionario dello Stato che conserva intatta una traccia non rugginosa del potere che ha maneggiato nella non troppo lontana Italia dei misteri. Quel che sa, Antonino Allegra, preferisce tacerlo perché ci si può difendere (o minacciare) anche con il silenzio.

AL citofono di un grigio palazzo alla periferia di Milano, gli dici: il testimone oculare dell'assassinio del commissario Calabresi - "degno di fede" per i giudici - ha spiegato come, due giorni dopo il delitto, avesse riconosciuto l'assassino in una foto mostratagli da "sedicenti poliziotti della Questura di Milano". A questo punto, scandisci bene le parole: quel testimone, che si chiama Luciano Gnappi, ha ricordato e messo per iscritto che riferì a lei - lei, Antonino Allegra - questa circostanza raccogliendo curiosamente il suo esplicito disinteresse. Perché? Perché lei fece finta di nulla? Quell'uomo le stava dicendo che era in grado di dare un nome all' assassino di un suo funzionario, del migliore e più sfortunato dei suoi poliziotti, morto come un cane con una pistolettata alla testa lasciando, senza marito e padre, una giovane donna e tre bambini, e lei non trova di meglio che "fingere di non sentire"? Al citofono, Allegra ascolta con distratta impazienza, spiega che "stava dormendo", aggiunge che "non vuole parlare per ora, forse tra qualche giorno". Consiglia di pensare ad altro perché "tanto è passato tanto tempo". Qualche giorno dopo, al telefono, la voce di Antonino Allegra è ancora più annoiata e come distante. Eppure, ostinata. Dice: "A me non interessa quel che dice quello lì perché non intendo rispondergli". E ancora: "Questo Gnappi, davvero l'ho mai conosciuto? Chi può dirlo? Gli interrogatori li facevano i sottufficiali... Eppoi, mi stia a sentire, non ho deciso ancora di parlare. Forse tra qualche giorno. Passate le feste". C'è da scommettere un nichelino che passeranno anche le feste e Allegra non si sarà deciso ancora a parlare confidando nel silenzio che, con soffocante pesantezza, sta schiacciando le circostanze raccolte dall'avvocato di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per chiedere la revisione del processo. Testimoni mai ascoltati che confermano l' alibi di Bompressi: non poteva essere a Milano alle 9 del 17 maggio 1972. Un proiettile aggiunto - chi lo sa a quale scopo - al proiettile del delitto e distrutti, l'uno e l'altro, dopo l'arresto di Sofri e dei suoi compagni... Sono circostanze - prove - che già da sole dovrebbero dar speranza a chi ha a cuore che tre uomini siano stati condannati definitivamente a 22 anni di carcere per un delitto che dicono di non aver commesso, ma anche far rizzare le orecchie a chi oggi pensa che quel delitto sia stato da loro commesso.

Qui si vuole parlare di una sola di quelle circostanze. Della testimonianza di Luciano Gnappi. E non perché le altre prove raccolte non abbiano peso e spessore, ma perché con tutta evidenza le rivelazioni di Luciano Gnappi ripropongono non soltanto le contraddizioni, la superficialità, le incongruenze e i trucchi del processo a Sofri, Bompressi e Pietrostefani, ma rilanciano una questione che sembrava risolta con la loro condanna: la verità sulla morte di Luigi Calabresi. Il racconto di Luciano Gnappi dimostra come fin dal primo momento gli apparati dello Stato e gli stessi superiori di Luigi Calabresi s'impegnarono ad annebbiare le indagini. Chi erano quei "due uomini in borghese" che il 18 maggio del 1972 mostrarono a Luciano Gnappi cinque fototessere chiedendo se, tra queste, ci fosse l'immagine dell'assassino del commissario? "Forse, erano uomini dell' Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto d'Amato", ipotizza l'avvocato di Sofri, Sandro Gamberini. Chiunque fossero, perché, quando Gnappi riferisce della loro visita a Antonino Allegra, il poliziotto non salta dalla sedia? Perché non chiede alcun particolare della "strana visita"? Perché non esclude che quei due fossero poliziotti e nemmeno lo conferma? E, soprattutto, perché a quel punto non mostra a Gnappi l'intero archivio fotografico della Questura di Milano, ammesso che la foto dell'assas sino di Calabresi fosse anche in quell'archivio e non soltanto nelle mani dei "sedicenti poliziotti"? C'è soltanto una ragionevole e inquietante ipotesi da proporre: nessuno, nemmeno il superiore diretto di Calabresi, aveva intenzione di dare un volto all'assassino del commissario. Se questa risposta è ragionevole, è legittimo pensare che quella morte doveva restare nel mistero, doveva far pencolare ogni responsabilità morale e politica sulla sinistra che aveva sempre incrociato - anche odiosamente - il nome del commissario con la fine dell'anarchico Giuseppe Pinelli; doveva alimentare il fuoco sotto il caldo pentolone che era l' Italia dei primi Anni Settanta. Soltanto un anno prima della morte di Calabresi, in quell'Italia, gli "Amici della Forze Armate", con in testa il generale De Lorenzo, avevano raggiunto l' Altare della Patria al grido "Basta con i bordelli, vogliamo i colonnelli". E qualche mese dopo l'assassinio del commissario - in ottobre - un ordigno era esploso sul treno speciale che dal Nord trasportava un migliaio di metalmeccanici verso Reggio Calabria. In quella stessa notte - era il 21, il 21 ottobre - altri dieci ordigni danneggiavano le linee ferroviarie che collegavano il Sud al resto del paese.

Era un'Italia, quella del 1972, attraversata da un inquietante scirocco politico. Che il 5 novembre, in un discorso a La Spezia, così il segretario della Dc Forlani rappresentò: "E' stato operato il tentativo più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione a oggi. Questo tentativo disgregante è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, ha trovato solidarietà non soltanto interne ma anche internazionali. Questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso". Questi erano i tempi e chi li ricorda non fa una gran fatica a vedere la faccia di Antonino Allegra che "finge di non ascoltare" lo spaventatissimo Luciano Gnappi che gli dice: "Ho riconosciuto l'assassino del commissario Calabresi". Perché Allegra non vide e non sentì non può riguardare soltanto chi oggi crede nell'innocenza di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Riguarda anche chi vuole rendere il giusto onore al sacrificio di Luigi Calabresi. Da oggi non c'è soltanto un "caso Sofri" che riguarda la giustizia italiana. Esiste anche un "caso Calabresi". E riguarda la storia recente di questo Paese. Nonostante i minacciosi silenzi - per ora - di Antonino Allegra.