Giovanni Aliquò
Vice Questore della Polizia di Stato
Segretario Nazionale dell'Associazione Funzionari di Polizia

Il caso Calabresi: giustizia, vittime e pregiudizi

da "Forze Civili", agosto 1997


Il "caso Calabresi", nonostante siano passati più di 25 anni dal giorno dell'omicidio, continua a suscitare, anche tra i più giovani Funzionari di Polizia, l'esigenza di capire, di conoscere la verità. Gli anni della lotta studentesca e della contestazione violenta sulle piazze che, senza soluzione di continuità, si legano agli anni di piombo, sono stati, per molti versi, "formidabili" ma, a mio modesto parere, costituiscono solo un'occasione di progresso e di rinnovamento che non abbiamo saputo sfruttare. Con l'infame stragismo, coloro che hanno orchestrato la "strategia della tensione", infatti, sono "mirabilmente" riusciti a dividere il Paese, ponendo su fronti opposti coloro che ben avrebbero potuto combattere per la stessa causa: il rinnovamento politico e morale. Le diverse energie, invece, sono state accuratamente distratte dall'obiettivo comune innescando una spirale nella quale, da una parte e dall'altra, prevalevano le assurde schematizzazioni, il cieco dogmatismo e la sterile violenza.

Chiunque, in quel periodo, abbia trasformato "l'avversario" in "nemico" e, violando le leggi, abbia calpestato i diritti fondamentali dell'uomo ha sbagliato, al pari di coloro che, da una parte e dall'altra, hanno incoraggiato o anche solo tollerato tali comportamenti. Calabresi, come Pinelli, prima ancora che protagonisti involontari - poi diventati, sempre loro malgrado, simboli - di una tragedia che altri hanno voluto portare in scena, erano uomini. Il dolore delle loro famiglie (pochi se lo ricordano, ma anche "l'anarchico" aveva una moglie e due figlie in tenera età), come quello dei familiari di tutte le altre vittime di quel periodo lungo ed oscuro della storia dell'Italia repubblicana, dovrebbe spingerci a pretendere la verità storica, oltre quella giudiziaria, sugli anni della "strategia della tensione". Il sistema che, eliminate le garanzie di difesa, ha trasformato un commissario di P.S. e un anarchico in agnelli sacrificali da immolare sull'altare di una giustizia deviata - in quanto fondata su assiomatiche ed inaccettabili generalizzazioni quali: i commissari sono, necessariamente, servi del potere o gli anarchici sono, per antonomasia, bombaroli - ha, tuttavia, precise radici che è bene individuare per evitare che errori tanto tragici possano riprodursi in futuro.

Alla base di tutto, oltre al pregiudizio, vi era l'errato convincimento che, con la violenza e con la violazione delle regole che tutelano i diritti fondamentali dell'uomo, si potessero conseguire risultati (politici, sociali, professionali, ecc.) altrimenti non ottenibili o, comunque, accelerare i processi di maturazione degli sforzi ad essi tendenti. La storia contemporanea ha dimostrato quanto possano essere pericolosi e disgreganti tutti i metodi e le ideologie che fondino la loro affermazione sul metodo della violenza. Una violenza che, in quegli anni, è stata anche di Stato, incoraggiata da un sistema che pretendeva il "risultato a tutti i costi" (magari pronto per essere opportunamente venduto alla pubblica opinione) e che, attraverso le logiche del "ricatto", teneva (ed, in parte, tiene ancora) Funzionari e Poliziotti "al guinzaglio", emarginando qualsiasi forma di "libero pensiero" ed eliminando, senza esitazioni, gli elementi scomodi e non allineati. Pochi, tra i protagonisti di quegli anni, hanno avuto il coraggio di ammettere pubblicamente, con forza e senza mezze parole, di avere sbagliato.

E' questo il motivo per il quale siamo rimasti molto colpiti, nonostante sapessimo che certe affermazioni erano state fatte in passato dagli interessati, di vedere pubblicato, sul "Manifesto", un comunicato di ex appartenenti al movimento "Lotta Continua". Gli autori sono usciti dal ristretto circolo delle pubblicazioni per gli "addetti ai lavori" per compiere, con modalità tali da assicurare un ampio risalto all'iniziativa, una profonda autocritica. E' stato condannato quel clima di odio che il loro movimento aveva alimentato contro Calabresi e nel quale il Commissario ha trovato la morte. E' un importante segnale di riconciliazione che non può essere lasciato cadere nel vuoto. Sentiamo la necessità di superare gli steccati e di diventare, con le altre "forze sane", i protagonisti del cambiamento del Paese, individuando e respingendo ogni nuova tendenza all'odio ed alla disgregazione. Chiudere il capitolo degli "anni di piombo", senza con ciò dimenticarne le vittime, potrà costituire un'opportunità di ulteriore crescita civile per il nostro Paese.

Quanto a Sofri, Bompressi e Pietrostefani, sappiamo che, a breve, potremo trovare in libreria il testo della sentenza che li ha condannati. Fino ad ora delle motivazioni conosciamo solo gli stralci che sono stati pubblicati in allegato alle note di critica. Molti ed importanti personaggi del mondo della cultura e del diritto, non necessariamente "vicini" ai condannati, hanno criticato duramente la sentenza sul "caso Calabresi", ritenendo del tutto insufficienti (se non addirittura contraddittorie) le motivazioni sulla quale essa si sorregge. L'opinione pubblica è stata coinvolta in un ampio dibattito nel quale, da una parte e dall'altra, sovente si sono utilizzati argomenti poco razionali per sostenere le rispettive tesi. Alle "simpatie" di chi è vicino ai tre per la pregressa comune militanza politica si sono contrapposte le "antipatie" di chi li ritiene solo i coccolati esponenti di una "lobby" ben radicata nel mondo politico ed in quello dell'informazione per i quali, al momento della condanna, èscattata la solidarietà di casta. Si sono registrati, inoltre, anche troppi tentativi di mera speculazione politica. Personalmente ho molto apprezzato il fatto che Sofri, Bompressi e Pietrostefani, invece di imitare i più noti ladri di Stato, subito dopo la pesante condanna si sono regolarmente costituiti.

Il problema, tuttavia, non è registrare e misurare le passioni che le figure o le vicende dei condannati riescono a suscitarci, ma valutare se essi siano stati riconosciuti colpevoli sulla base di prove sufficienti e di ragionamenti validi. Né, peraltro, ci è possibile rinunciare al diritto di criticare liberamente una sentenza sol perché su di essa si è formato il giudicato: nessuno, invero, può aver interesse a che, sulla base di una sentenza ingiusta, ancorché definitiva, "di riffa o di raffa" stiano in carcere degli innocenti, invece che i veri mandanti e gli assassini del commissario Calabresi. Tra ciò che è legittimo e ciò che è "giusto" può, avolte, esserci un grande divario, come insegnano il caso Dreyfus, quello di Sacco e Vanzetti, quello di Enzo Tortora e molti altri. C'è chi afferma che i vizi logici della sentenza di condanna siano insanabili e che "Sofri sia stato condannato per le ragioni sbagliate" (U. Eco). Ciò dovrebbe impensierire, in un paese civile, anche chi ritiene chei tre siano colpevoli, in quanto non è ammissibile giungere ad una condanna "in base a ragionamenti sbagliati".

La questione è aperta. Riconoscere, sulla base di una minuziosa analisi critica e di ogni nuovo elemento, che si può arrivare alla revisione del processo non significa certo delegittimare la magistratura, disconoscere il ruolo dei "pentiti" e, men che mai, ammettere a priori che i tre condannati siano innocenti. Si stabilirebbero "solo" i confini inviolabili oltre i quali la teratologia giudiziaria non può spingersi. Si affermerebbe, in altre parole, un consolidato principio di civiltà: nessuno può essere privato del diritto alla libertà se non sulla base diuna sentenza la cui motivazione possa effettivamente sostenere il vaglio della ragione. E' importante, perciò, che le spinte ideali che hanno portato alla mobilitazione per Sofri e compagni non debbano esaurirsi per il caso di specie. Comunque vadano le cose, le si potrebbe orientare per sostenere la causa di quanti, condannati o sottoposti ad interminabili processi sulla base di elementi insussistenti, di dichiarazioni prive di adeguati riscontri e di assurdi teoremi, non hanno la fortuna di ricevere dai media altrettanta attenzione Tra questi sfortunati vi sono, oggi, anche molti Funzionari di Polizia e Poliziotti.

Roma, 9 luglio 1997