Memoria di Adriano Sofri
ai signori giudici della Corte d'Appello di Venezia

18 gennaio 2000.


 

Mi scuso della forma composita delle note che seguono.
C'è una prima parte che ripercorre, a volte quasi letteralmente (meno prolissamente), la falsariga della mia dichiarazione spontanea (23 novembre 1999), allo scopo di riportare più esattamente le citazioni, i riferimenti ai passi degli atti precedenti, eccetera. Ha dunque il fine limitato di facilitare la verifica dei rimandi. Per questo è anche divisa in paragrafi e sottotitoli. (Purtroppo, almeno nella copia che ho nelle mani, il verbale del mio esame del 23 novembre non ha una numerazione delle pagine). Non vi aggiungo alcuna considerazione sulle deposizioni dei testimoni chiamati in rapporto col diario nè degli altri testi: loro giudici li hanno ascoltati come li ho ascoltati io, e dunque sapranno come valutarli.
Questa prima parte va da pag.2 a pag.27.
C'è una seconda parte di osservazioni originate dal processo, dalle sue risultanze e dalle cose dette dalle varie parti. E' anch'essa divisa in paragrafi e sottotitoli. Va da pag.28 a pag.82.
Allego alcuni documenti di volta in volta menzionati nel testo. Alla pag.83 ce n'è una lista, col numero delle pagine cui sono riferiti.

Ripercorro le accuse che mi sono state mosse, e i motivi per cui le condanne le hanno accreditate, alla luce di argomenti nuovi.

Il diario della Bistolfi

Lo chiamo diario per l'ovvia ragione che contiene annotazioni personali disposte nella successione dei giorni: un diario è esattamente questo. Ma l'attribuzione del quaderno a un particolare genere letterario è del tutto indifferente. Vale il contenuto. Qui si tratta di un contenuto connotato dalla datazione quotidiana. Con interessanti variazioni.

Come l'ho avuto

Me lo consegnò Sandro Annoni. Posso dire anche in quale data esatta: il 28 maggio del 1989. Andai a Torino per una pubblica manifestazione sul nostro caso giudiziario, che si tenne in un teatro, con vasta partecipazione (e varia: fra gli intervenuti ci furono Bobbio, Quazza, Galante Garrone, Caselli, Violante). In quell'occasione passai da casa di Annoni, che mi consegnò il diario, dicendomi di vedere io che uso farne. Immagino che lo avesse da prima della cosiddetta confessione di Marino, e immagino che ad Annoni fosse arrivato da Antonia Bistolfi stessa: ma non lo so. Conosco da altri corrispondenti passivi della Bistolfi la sua abitudine a spedire quaderni interi di annotazioni personali. Per esempio ora quel dottor Silvano Calzi che nel diario trovate spesso citato, come del resto Annoni.

Quando ho deciso di utilizzare il diario

Dunque, io sono in possesso di questo diario da più di dieci anni. Ne erano a conoscenza fin dal primo processo gli avvocati miei e dei miei coimputati. Non avevo deciso di farne uso, per la semplice ragione che era un diario privato, oltretutto di una donna. Ho rinunciato alla discrezione quando definitivamente siamo stati condannati, e definitivamente una sentenza ha scritto che Antonia Bistolfi era teste indipendente, attendibile e disinteressata, e dunque principale riscontro alla accusa di Marino. Opinione che a me sembrava offendere fin da principio l'intelligenza, e che il diario (e le altre carte ora emerse) dimostrano insostenibile.

Perchè la Bistolfi andò dall'avv.Zolezzi

Loro giudici avranno trovato quanto rilievo abbia assunto nel dibattimento di primo grado, e poi nelle sentenze, l'indagine sulle ragioni che spinsero la Bistolfi, nel giugno del 1987, a recarsi da un avvocato (e uomo politico locale) spezzino, Zolezzi. La Bistolfi sostenne di versare in uno stato di angoscia e di disperazione per effetto di minacce che le pesavano addosso. A lungo interrogata, lasciò cadere questa tesi, spiegando che le minacce erano quelle ricevute a suo dire da due militanti di Lotta Continua a Torino: episodio avvenuto però, sempre a suo dire, ben sei anni prima. Aveva prima dichiarato, la Bistolfi, di essere stata gettata in preda a un'angoscia vicina al panico dall'incontro inaspettato con Ovidio Bompressi in un ufficio comunale di Sarzana. Ma si appurò che l'incontro era avvenuto in realtà almeno un anno prima della data riferita dalla Bistolfi; e che nel corso di quell'anno, e del resto prima, la Bistolfi aveva incontrato e perfino cercato lei Bompressi senza provarne alcun panico. Crollate queste spiegazioni, restava da dire perchè avesse sentito l'urgenza (urgenza fatale, mortale: leggete il suo racconto; era quasi una confidenza a futura memoria quella che era ansiosa di fare, prima che l'ammazzassero) di rivolgersi all'avvocato Zolezzi. Allora la Bistolfi disse delle cose incredibili sul suo stato d'animo, di straniera in una terra ostile: la terra ostile era Sarzana e Bocca di Magra, lei era straniera benchè nell'87 vi risiedesse da tre anni.
Così finì l'indagine sulla visita della Bistolfi a Zolezzi (pendant, nella mia ragionevole opinione, di quella successiva di Marino a Bertone: Zolezzi e Bertone erano peraltro non solo ottimi conoscenti, ma membri ambedue del consiglio comunale di La Spezia, per partiti diversi). Quanto alla data della visita di Bistolfi a Zolezzi, che l'avvocato dice di non poter ricostruire esattamente dall'agenda (comunque: "all'inizio dell'estate '87"), è la Bistolfi stessa a riferirla al giugno 1987. Interrogatorio, p.816: "Giugno è il periodo in cui sono andata da questo avvocato". (Cfr. la sentenza Della Torre, p.277: "Nel giugno 1987").

Le nefandezze

Vediamo ora il Diario alla pagina datata al 5 giugno 1988 (è la quartultima pagina). Dopo una serie di citazioni bibliche, la Bistolfi scrive: "L'anno scorso, il 3 giugno (non sapevo che fosse il tuo compleanno nè che mi stessero succedendo una serie di nefandezze) sul treno, mi sedetti nel posto 38 e sentivo "NON NEGLIGERMI" te lo dissi, nella seduta. Io non sapevo che il 10 non sarei potuta venire, che il 17 sarebbe "uscito" Sandro e che il 24 ­S.Giovanni!- mi avresti detto: "Cominciamo l'8 luglio". Però, ORA, sento che dici CON RAGIONE "Torna a me, perchè ti ho redento". "Biri biri" sulla testa, Antonia".
La lettera (la pseudolettera: non sappiamo se fosse mai copiata e spedita) è indirizzata al "Beppe", anche lui copiosamente citato nel diario, che è il dottor Giuseppe Garofalo, identificato per tale anche da Barbara Dolza.
Ma, a parte l'immaginario interlocutore, Antonia parla qui proprio del giugno del 1987: e dice due cose rilevanti. Che (per il momento a sua insaputa) le stavano succedendo "delle nefandezze"; e che questo avveniva addirittura in un momento puntuale, il 3 giugno. Capite bene quale rilievo abbia questa menzione rispetto all'oggetto dell'indagine a vuoto sulla visita di Antonia a Zolezzi; e dunque quale elemento di conoscenza e di apprezzamento abbia sottratto l'astensione della Bistolfi dal testimoniare.
"Nefandezze" vuol dire una cosa precisa, diversa dal parlare di guai, o preoccupazioni, o disgrazie: e la Bistolfi impiega le parole con una buona proprietà. Nefandezze vuol dire qualcosa di specialmente grave, con un autore, con degli autori. C'è la nefandezza, e qualcuno che la commette. Chi? Quali nefandezze? E che cosa vuol dire che non sapeva che le stessero succedendo? E come l'ha saputo, poi? E perchè ne ha taciuto al processo di primo grado?
Ci si può chiedere se potesse riferirsi alle preoccupazioni per quello che capitava ai suoi figli, i due più grandi. Ma, come si ricava dal suo stesso Diario, loro erano stati arrestati per questioni di droga nel 1985, dunque due anni prima. (Al 26 aprile 1988, p.IV, sui figli, Francesca e Paolo, arrestati per spaccio di marijuana nell'85, lui a luglio, lei a settembre). Nel 1988 i guai dei figli sembravano risolti, o in via di soluzione. E poi come si possono chiamare "nefandezze che succedevano a lei" le disgrazie di altri, anche se dei suoi cari?
Congetturalmente, si può dire poco. Si può però dire senz'altro che le "nefandezze" del 3 giugno non riguardano un incontro con Bompressi (perchè non era avvenuto, e perchè non poteva passare per una nefandezza insaputa), nè minacce torinesi di anni prima (ammesso che fossero avvenute, mentre, come vedremo fra poco, non avvennero).

In questa luce, rispetto al fatidico giugno delle angosce mortali, si deve rileggere l'interrogatorio: p.815, a proposito del giugno '87, "una situazione abbastanza grave dal punto di vista economico", "eravamo proprio disperati", fino all'acquisto del pullmino; p.816, "Sì, era la situazione economica che mi metteva in questo stato di assoluta disperazione"; ancora, p.866: "Io andai dall'avvocato nel giugno dell'87, perchè non ce la facevo più intendo non sapere se riuscivo a tenere insieme i pezzi della mia esistenza in un modo sopportabile". E le nefandezze?

 

Una cartolina postuma

Il Diario dunque è rilevante anche per altre pagine oltre a quella peculiare intitolata alla "Purificazione della verga e dell'utero", e non solo per fornire un quadro dell'equilibrio psicologico della Bistolfi.
Vorrei lasciarlo per un momento, e passare ­per connessione, diciamo- a una delle cartoline ora in modo nuovo prodotte, dalla Bistolfi indirizzate a Sandro Annoni nel corso dei primi anni '80, e ritrovate da poco, insieme ad altra corrispondenza privata, nello sgombero dello studio torinese di Annoni. E' senza indirizzo, ma faceva inequivocabilmente parte del lotto di cartoline e cartoncini allegati: è probabile che sia stata spedita in busta, contenendo, piuttosto che espressioni di affetto e di saluto, una comunicazione più specifica. Benchè non sia che una cartolina, è molto importante, e in particolare è importante la associazione fra testo e data di pugno della Bistolfi. La quale, come sapete, aveva riferito di aver incontrato a Torino, in una ricorrente piola, due ex militanti di Lotta Continua, Gianni Olivero e Giorgio Dell'Amico, di aver lamentato con loro l'abbandono umano e il mancato sostegno economico verso Marino. In seguito, aveva saputo da Marino che i due erano venuti a cercarlo e gli avevano intimato con le brutte di farla tacere, e di astenersi da attività illegali per non mettere in pericolo il passato. Da allora la paura si era insediata nell'animo suo e di Marino eccetera. Interrogati al dibattimento, i due negarono quell'incontro e ancor più la visita intimidatrice. (Olivero aveva un buon argomento clinico per escludere la gita in montagna). Quanto alla data di quell'incontro presunto, la sentenza di primo grado sbagliando la riferisce all'82, mentre la Bistolfi aveva parlato dell'autunno 1981. Interrog., p.851: "Sì, Dell'Amico, l'ho rivisto, una sera, con Gianni Olivero, perchè io, quando eravamo Credo fosse l'autunno dell'81, ma non ho una data precisa." Quando le viene chiesto che cosa avesse detto ai due per metterli in allarme, risponde: "No, guardi, li ha messi solo in allarme il fatto che una donna (vede, Lei, che mi chiede le cose del servizio d'ordine) cioè le donne non cioè solo parlargli era una trasgressione, ha capito? Ecco". (E si veda il seguito, sullo stesso tono, pp.854-855).
La autunno dell'81") coincide esattamente con quella che la Bistolfi appone alla cartolina per Annoni: "24 ottobre 1981". Il testo è assai difficilmente riferibile a un colloquio fortuito il cui motivo essenziale era stato di lamentare l'impressione di abbandono, in Marino, da parte dei suoi amici di un tempo, e la "tristezza" che gliene derivava. Non si dice, di una persona amica cui si rimprovera di esser diventata meno assidua e fedele all'amicizia: "Non dimenticare di premere ai fianchi Piergiorgio Dell'Amico". La frase piuttosto, con qualunque intonazione la si legga, suona appunto come una pressione, come una raccomandazione per insistere su una richiesta. Di denaro? (E di che altro se no?)
Questa cartolina, che viene casualmente fuori ­postuma, per così dire- a distanza di undici anni dall'inizio di questa storia, mi ha molto colpito. Quando, il 3 agosto del 1988, fui per l'unica volta interrogato dal Giudice Istruttore Lombardi, integrai la mia deposizione, al ritorno, nella camera di sicurezza in cui ero seppellito, con alcune pagine di appunti destinati al giudice. (Furono poi pubblicati su Panorama). Dicevo fra l'altro: "Più volte Antonia venne a chiedere del denaro all'amministrazione del giornale Lotta Continua a Roma, e a me personalmente ­che feci sempre il possibile, ma il possibile era molto poco, per aiutarla. Più di recente ­voglio dire, ma tutte le date che cito qui sono all'ingrosso, quattro o cinque anni fa- qualcuno riferì, al giornale a Roma (forse era l'ultima versione di Lotta Continua, quella che si intitolò "LC") che, in qualche circostanza piemontese, Antonia aveva dato in escandescenze minacciando di rivelare gravi segreti se non le fosse stato dato un aiuto economico. Io espressi il mio parere: che Antonia era matta e che non si facesse alcuna concessione di fronte a qualsiasi cosa che somigliasse a una minaccia, o a un ricatto". (Si tratta fra l'altro di un brano citato già qui da una parte civile, sia pure storpiandolo a suo comodo, come le succede spesso). Nel mio interrogatorio in aula (19 gennaio 1990, p.547) il presidente mi interrogò sul punto:
"P. Quando lei si riferisce 'in qualche occasione piemontese', nel suo interrogatorio, in relazione alla Bistolfi, si riferisce a quale episodio specifico?
I. Mi riferisco al fatto che l'avvocato Sandro Annoni una volta venne a Roma per altre ragioni naturalmente, e passò dal giornale. Io lo incontrai insieme a Deaglio, al giornale dove noi eravamo. Immagino che sia il 1982, o '83, a mio parere era l'ultima fase di questa appendice di Lotta Continua che si chiamava "LC". Si chiacchierò di persone di Torino e lui raccontò questo episodio di Antonia Bistolfi, dicendo che era matta come al solito, e che ad un certo punto aveva dato i numeri e aveva minacciato allusivamente cose riguardanti segreti eccetera. Questa è l'origine di questo
P. Quindi, aveva minacciato di rivelare dei segreti?
I. Non so se l'espressione sia stata così precisa, insomma, perchè il carattere enigmatico delle frasi forse prevale sull'interpretazione così univoca, però io ricordo una cosa del genere, ecco. Alla quale commentammo semplicemente che Antonia era sempre Antonia e senza nessuna altra Non ebbe alcun seguito tutto ciò".
Bene: nove anni dopo, la cartolina di Antonia Bistolfi ad Alessandro Annoni conferma in modo del tutto imprevedibile il ricordo che io avevo riferito. Minacciando rivelazioni, Antonia aveva chiesto soldi, come ha altre volte fatto; Annoni, come mostra la cartolina, era stato fra gli interlocutori della sua richiesta, come sarebbe stato per le faccende ereditarie e il lucro supplementare che la Bistolfi contava di cavarne, e che fu la causa della loro rottura. Il minacciatore Dell'Amico, la cui ombra nefasta si sarebbe proiettata per anni sull'esistenza spaventata di Antonia e Marino, era in realtà uno da "premere ai fianchi". Dell'Amico negò il colloquio nella piola, forse non ricordandolo davvero, forse per difendersi in una sede che lo vedeva imputato: certo, la versione che la Bistolfi ne aveva dato non aveva niente a che fare con qualunque possibile realtà. Di questa conferma naturalmente non avrei mai potuto avere idea.
L'appetito vien mangiando. Strada facendo, Marino è arrivato a sostenere che dovetti essere io, nel 1981, a mandargli Olivero e Dell'Amico per minacciarlo, che facesse tacere Antonia. Un grande appetito. Io non vidi Dell'Amico e Olivero dopo la fine di Lotta Continua, se non al processo cui Marino convocò tutti. Quella infamia l'ha appena ribadita nel suo, o di chi per lui, libro dal titolo riveduto.

Un ragionamento che non fa una grinza

Veniamo così al libro aggiornato. Al passo già letto in aula in cui Marino trova che il ragionamento dei giudici di Milano che respinsero la revisione non fa una grinza. Il ragionamento era che Antonia aveva mentito a proposito della reciproca mancata comunicazione circa l'omicidio Calabresi, e che era del tutto ovvio che i due si fossero consultati, e che anzi proprio in questa comunicazione domestica fosse nata la decisione di confessare. Osservo di passaggio che questa era esattamente la mia argomentata opinione da sempre, accanitamente negata da accuse e condanne: salvo che i giudici milanesi della revisione non se ne sono accorti, e hanno dato per scontato che, tolta Antonia dalle fondamenta, la fabbrica di Marino sarebbe restata in piedi intatta. Era anche, ed è, un cardine della nostra richiesta di revisione. Ed ecco che, alla calcolatissima vigilia della sua audizione in aula, Marino stampa il suo ennesimo capovolgimento di fronte, tranquillo come un'alzata di spalle. "Il ragionamento dei giudici non fa una grinza". In aula ha corretto la correzione. Intendeva dire che il ragionamento dei giudici non faceva una grinza benchè fosse sbagliato e falso: lui la grinza la continua a fare. Per prendere sul serio questa ennesima bufala occorre una buona volontà in grado eroico, e mi pare che bisognerebbe smettere di massaggiare le parole a piacere, tanto più quando si firmano libri. (Una piccina digressione: andai alla prima presentazione del libro di Marino a Milano, così, per una viva curiosità, e vi si insistette parecchio sulla destinazione in beneficenza del ricavato. L'altro ieri ho appreso che nella ridda di milioni che Marino ha intascato nel dopopentimento ce ne sono stati anche dieci di ricavato del libro. Devo figurarmi che si tratti di autobeneficenza: dopotutto ne aveva bisogno. Aspetto ora che l'editore spedisca per posta una apposita correzione anche sul punto).
E' curioso: a Marino scappa detto, tramite Maris, in un'intervista a "Panorama" (ma anche a Paolo Longanesi del "Giornale", l'ho prodotta) che è ovvio che lui e sua moglie si confidassero, poi arriva il contrordine; ora a Marino riscappa detto, a firma propria e in un libro, che era ovvio che sua moglie e lui si confidassero, e poi da questa sedia arriva il contrordine. Ci trovo un certo disprezzo, non so se della Corte, certo della decenza. Proverò però a insinuare una possibile spiegazione di questo nuovissimo infortunio. Marino ha detto qui ripetutamente, e in apparenza superfluamente, che quando ha scritto quelle pagine non aveva letto il contenuto esatto del diario (che peraltro era disponibile fra le carte allegate all'istanza di revisione). Se è vero, vuol dire una sola cosa: che non ricordando esattamente che cosa contenesse il diario, e per la preoccupazione che contenesse riferimenti inequivocabili alla mutua conoscenza della storia legata all'omicidio Calabresi, Marino (o chi per lui) ha sposato nel libro la tesi senza grinze dei giudici milanesi: certo che Antonia era al corrente e ha mentito, la "confessione" è nata in famiglia, l'attendibilità di Marino non ne è incrinata. Arrivato in aula, Marino si è convinto, o è stato convinto, della possibilità di obiettare qualcosa alla interpretazione della pagina che parla del Commissario e del testimone oculare eccetera, e ha di nuovo cambiato versione, sconfessando se stesso, come undici anni fa sconfessò Maris. Non è andata così?

Questioni di date

L'interpretazione autentica del diario? La Bistolfi ha rifiutato di rispondere, e Marino ha detto di chiedere a lei. L'interpretazione è data peraltro per evidente, oltre che dalla Cassazione, dagli stessi giudici che ritennero di rigettare l'istanza di revisione, come abbiamo visto. Un pretesto all'elusione fu la distinzione fra fotocopie e originale: un incidente.
Vediamo la singolare caratteristica della datazione della pagina.
Il diario ha una numerazione stranamente ordinata. Comincia con la data "Bocca di Magra, martedì 26 aprile 1988", al foglio segnato col numero I romano. Di norma sono fogli scritti solo sul recto. La numerazione continua progressivamente in numeri romani, fino al numero XII. Sul verso della pagina XII è scritto il brano "Purificazione della verga e dell'utero", con accanto un eccentrico VII romano. Dal prossimo foglio, che è il tredicesimo, la numerazione ricomincia (alla data "Bocca, martedì 10 maggio '88") con un nuovo numero I romano. Segue il II romano, sul cui retro c'è una pagina scritta, ma senza numero. Si continua con la numerazione romana, fino alla pagina XIV. (Anche le pagine XIII e XIV sono scritte sul retro). Di qui la numerazione ricomincia, ma alla rovescia, e in cifre arabe: si va dalla pagina 10 alla 1, che è l'ultima (cioè il 35° foglio del quaderno). Cioè queste pagine sono state numerate evidentemente a partire dall'ultima. L'ordine è comunque indubbio, oltre che per la legatura del quaderno, per la sequenza delle date.
Ora: perchè la pagina con la "Purificazione", cioè il verso del foglio XII, ha una numerazione stravagante? Essa è segnata col VII romano. Prendete la pagina col VII romano della seconda sequenza di numerazione, cioè il foglio 19°. In basso, con una correzione, si legge la data: "Martedì 17 V '88 Bocca di Magra". Il 17 maggio 1988. Ma il 17 maggio è la data dell'omicidio di Calabresi. Dunque la Bistolfi ha trascritto la pagina sulla "Purificazione" sul retro di un foglio distante, ma le ha dato il numero VII, cioè lo stesso numero del foglio che porta la data dell'omicidio Calabresi, con ciò dissimulando e al tempo stesso segnando il legame fra le due. Salvo che si voglia invocare un caso piuttosto incredibile, questo legame ­il dettaglio in cui il diavolo ha messo la coda- mostra che il Commissario di cui parla la "Purificazione" è senz'altro Calabresi, e che la data cui l'appunto si riferisce è quella anniversaria del suo omicidio. Qualunque filologo sarà pronto a confermarlo.
Ultimo punto. Proveranno a dire (ci hanno già provato): ma che la Bistolfi fosse a conoscenza dell'omicidio di Calabresi è certo, anzi è un caposaldo dell'accusa. Quello che lei non ha mai saputo è che Marino c'entrasse, e poi che avesse intenzione di confessarlo. I fautori di questo tentativo dovranno spiegare come mai una persona che ha detto: "Non mi ha mai sfiorato l'idea che il mio convivente potesse avere a che fare in qualsiasi modo con l'omicidio Calabresi" (al G.I., f.4), descriva una scena in cui Marino e il Commissario sono, passo per passo, i protagonisti, e figura "il testimone oculare". (Abbiamo sentito la soluzione: c'è il punto interrogativo).

La mia Memoria

Chiederei, alla luce di questi nuovi elementi, di rileggere in particolare, dalla mia Memoria al primo grado (p.139 del volume Sellerio, p.107 del fascicolo consegnato in aula) il capitolo intitolato "Quattro reticenze". Argomentavo là, in modo che mi pareva inconfutabilmente evidente, l'intreccio fra le intenzioni e i comportamenti di Marino e Antonia.
Vorrei ricordare quale peso la questione abbia assunto così per le condanne, quanto per le obiezioni.
Si confronti il ruolo di Antonia secondo la sentenza Della Torre, cioè quella finora definitiva. P.139: "La moglie di una persona introversa e taciturna quale il confitente, ossia Antonia Bistolfi, che ha vissuto per proprio conto sempre nascondendo al marito, sia le proprie angosce, sia il ricorso al conforto dell'avv.Zolezzi di La Spezia" P.140: "Rancore della Bistolfi, per quanto riguarda Sofri, smentito dalla stessa cartolina esibita dall'imputato inviatagli dalla teste il 30 aprile 1987 da Marina di Cecina, sulla quale a lui si rivolgeva come ad "Adrianus Imperator" e contenente una frase letteraria (Shakespeare) rivelante profonda stima, grande simpatia, se non addirittura affetto, o propensione sentimentale"!! 160: "Se anche fosse vero che siano stati i carabinieri ad avvicinare Marino, ciò avrebbero fatto dopo che egli si era presentato spontaneamente a Don Vincenzi e al Senatore Bertone, mentre la moglie separatamente si era già recata dall'avv.Zolezzi, per cui non muta il carattere di spontaneità delle rivelazioni del Marino.Se si fosse trattato di una calunnia, egli avrebbe avuto tutte le possibilità di allearsi con la propria moglie Antonia Bistolfi, facendole raccontare, in modo del tutto credibile, che ella sapeva, da sempre, della responsabilità del marito in ordine all'omicidio Calabresi, della paternità della decisione di sopprimerlo, di Sofri e Pietrostefani. In tal caso la donna non avrebbe avuto paura solo del Bompressi, ma avrebbe accennato all'avv.Zolezzi, anche agli altri due coimputati. Ripetesi, ancora nell'aprile 1987 la Bistolfi aveva invece scritto a Sofri la famosa cartolina da Cecina Marina, dimostrandogli tutto il suo apprezzamento. La separazione netta fra il comportamento del Marino con Don Regolo e il Senatore Bertone e della Bistolfi con l'avv.Zolezzi, smentisce clamorosamente il sospetto dell'orditura di un piano d'azione di un 'contrappunto' fra il Marino e la moglie. Smentisce altresì la tesi del 'complotto', del resto abbandonata dagli stessi difensori dei coimputati". /Si noti questo brano della sentenza, particolarmente chiaro, nel suo estremismo/.
P.186: "Se vi fosse stato accordo tra Marino e Bistolfi costei non avrebbe accennato solo a Bompressi, ma avrebbe parlato apertamente anche di Sofri e Pietrostefani. Il sospetto di un 'contrappunto' suonato dalla Bistolfi sullo spartito di Marino risulta chiaramente smentito dall'esame delle loro stesse deposizioni, rese in istruttoria e al dibattimento di primo grado".
P.286: "La donna non ha mai rivolto richieste di denaro ai coimputati, tanto meno a Sofri, verso il quale aveva conservato sentimenti di simpatia, affetto e stima, come si desume dalle lettere a lui spedite, ultima la cartolina prodotta nel corso della presente fase di giudizio (da Marina di Cecina nell'aprile 1987 ad 'Adrianus Imperator")". (Terza menzione per la cartolina; ne arriverà una quarta a p.460! Sulla quale cartolina la Bistolfi non è mai stata interpellata). P.287: "Assoluta e totale credibilità della Bistolfi, sia per quanto autonomamente dichiarato, sia per quanto costituisce riscontro alle dichiarazioni di Marino".

Vediamo come già la sentenza Minale valutasse l'indipendenza della Bistolfi.

P.220 della sentenza di primo grado. "Tutti questi accadimenti invece dimostrano come fra Marino e la Bistolfi non vi fosse alcun accordo e come ognuno abbia agito autonomamente.// e chissà se Marino avrebbe avuto ugualmente la necessità di confidarsi con don Regolo se avesse parlato dell'omicidio con la moglie" /Si confronti questa frase, e l'ipotesi psicologica che la chiude, con il giudizio dei giudici milanesi che rifiutarono la revisione, sostenendo che fosse pressochè ovvio che la Bistolfi avesse mentito, e che la "confessione" fosse maturata nella confidenza domestica fra i due!/
P.221: "La Bistolfi ad avviso della Corte è una teste attendibile e disinteressata, ed anzi avrebbe avuto l'interesse a che Marino non fosse mai andato dai carabinieri, perchè quando questo procedimento si concluderà con una sentenza definitiva, o Marino sarà indicato pubblicamente come un calunniatore o dovrà scontare le pene che gli saranno inflitte per l'omicidio e per gli altri delitti: in entrambi i casi alla Bistolfi non potrà che derivarne uno svantaggio". /Si confronti anche questo brano con i fatti compiuti/.
P.634: la corrispondenza fra Antonia e Marino, "corrispondenza che attribuisce alle dichiarazioni della Bistolfi un'idoneità verificatrice dell'attendibilità della chiamata in correità nei confronti del Bompressi. Peraltro, le dichiarazioni della Bistolfi, come si è visto, riscontrano Marino su altre due circostanze: il fatto che il Bompressi dopo il 17 maggio si era schiarito i capelli e la partecipazione di Vigliardi Paravia al comizio di Massa".

All'opposto, si veda come le Sezioni Unite giudichino l'accreditamento della Bistolfi come primo "riscontro esterno".

"Il primo approccio con il tema della verifica esterna delle dichiarazioni del Marino avrebbe dovuto richiamare innanzi tutto l'esigenza della verifica della credibilità della sua compagna, Antonia Bistolfi, i cui comportamenti singolarmente paralleli e contrappuntistici rispetto a quelli del Marino nella vicenda precedente alle rivelazioni di quest'ultimo, ponevano alcuni rilevanti interrogativi che i giudici di merito non hanno colto o ai quali hanno dato una risposta unidimensionale". (Lo traggo dalla p.39 del volume Sellerio "Sentenze", che allego). E poi da pag.44: "Il parallelismo tra le iniziative del Marino e quelle della sua compagna è stato ritenuto dai giudici di merito del tutto casuale, inidoneo a dare credito alle illazioni tratte dalla difesa su una possibile intesa. La conclusione sarebbe incensurabile in questa sede di legittimità se, oltre a dare una congrua risposta (che, come si è ora detto, non è stata data) al perchè il Marino avesse manifestato non spiegabili paure al parroco, i giudici di merito avessero parimenti risolto l'interrogativo del perchè la Bistolfi avvertì il bisogno di confidarsi con l'avv.Zolezzi." Cioè, la pretesa angoscia suscitata in Antonia dall'incontro con Ovidio all'assessorato, e dalla preoccupazione che succedesse qualcosa a lei o alla sua famiglia, "cioè una preoccupazione molto simile a quella espressa dal marito al sacerdote". "Ma la spiegazione trascura l'esame critico del comportamento della Bistolfi, che nella sua versione non dà un ragionevole senso alla sua iniziativa". Tanto più che ancora nel gennaio 1988 Bompressi viene chiamato a sostenere le ragioni di Marino nella causa con Deichmann.
Bene: si noti oltretutto che, dichiarando l'implausibilità della spiegazione di Antonia, le Sezioni Unite non curano di rilevare un'ulteriore contraddizione enorme: che l'incontro con Bompressi all'assessorato, addotto come causa scatenante dell'angoscia, era avvenuto l'anno prima!
Dunque, negando che il parallelismo fra Bistolfi e Marino fosse significativo di alcunchè, e tramutandolo in una svagata coincidenza, le accuse e le sentenze di condanna hanno fatto della Bistolfi una teste indipendente, e il principale riscontro a Marino. Conclusione che suona ulteriormente paradossale nel momento in cui la Bistolfi si avvale della (sacrosanta) facoltà di astenersi dal testimoniare.
Si può obiettare all'eccesso di peso che la Bistolfi assume in questa discussione. Per me, si tratta di una convinzione antica e anticamente dichiarata; di fatto, si tratta però ora del ricorso a documenti nuovi come il Diario, l'altra corrispondenza della Bistolfi eccetera. Si tratta, d'altra parte, del peso che le sentenze hanno voluto assegnare alla pretesa indipendenza della Bistolfi. Ma lasciatemi ricordare anche che fu Antonia Bistolfi a insediarsi al centro della scena. P.875 dell'interrogatorio in primo grado: "Io avevo la sensazione che fosse con me che avessero dei problemi, e che, poi, è una sensazione così esatta, perchè pensi un po' a cosa è stato scritto in questi anni Ecco, non ho mai avuto l'impressione che i rapporti fra Marino e i suoi vecchi amici avessero qualsiasi tipo di incrinatura, se non questo disinteresse o disattenzione ecco, disattenzione, neanche disinteresse; mentre c'era questa cosa nei miei confronti, oppure io supponevo che ci fosse, oppure erano state dette queste cose a Marino, insomma queste cose qua".

Quanti parallelismi che non si incontrano mai

Bisogna rileggere i molti passaggi in cui gli intrecci fra Marino e Antonia, sempre negati, emergono vistosamente.
Per esempio, decidendo di occultare tempi e modi veri del suo rapporto coi carabinieri, Marino risolve di dire che ha aspettato, per andare a confessare, che Antonia e figli siano partiti per la vacanza in Val d'Aosta (p.17).
"P. E con sua moglie non ha mai parlato di questo stato d'animo?
I.No. Mai. Ho programmato, diciamo così sapevo che loro andavano in Val d'Aosta e in quel periodo, per cui mi sono presentato dai Carabinieri quando loro sono partiti". Dunque non c'è solo la bugia, ma il saporito condimento della bugia; cui Antonia si adegua. Lei parte per la Val d'Aosta senza nulla aver notato eccetera. Quando l'incontro fra Marino e i carabinieri deve essere retrodatato di almeno tre settimane, frana, con la bugia, il condimento comune.
Subito dopo, stessa pag., dice di aver detto al primo incontro al Maresciallo di voler parlare "per un fatto veramente grave avvenuto a Milano anni prima". Per cui viene portato dal capitano. "Nello stesso giorno". Poi viene accompagnato a Milano. "In quello stesso giorno?" "Credo di no. Il giorno dopo, credo. Adesso non mi ricordo esattamente".
Vediamo un altro esempio, ancora più eloquente. Nel suo interrogatorio in aula, Marino dice che nell'estate del 1987 Antonia partì per la Val d'Aosta senza dirgli niente, nè di timori, nè della visita all'avvocato: gli dice invece di aver incontrato Bompressi, ma glielo dicono anche "altre persone". L'aveva incontrato a Sarzana, dalla segretaria comunale eccetera ("qualche mese prima, evidentemente", della partenza per la Val d'Aosta, cioé della fine di luglio, cioè in maggio). Questo sì che gliel'ha detto e lo conferma: ma non è vero niente. L'incontro, come sappiamo, era avvenuto un anno prima! Bugia, o errore di Antonia, confermato da Marino !
Stabilita la falsità, come la mettiamo con il condimento della risposta di Marino? "Ah, sì, questo sì! Era una cosa tipica, sapevo Sapevo che aveva incontrato Bompressi anche perché mi era stato detto da altre persone" (Interrog.Marino, p.8). Attenzione: non era vero ­era successo un anno prima. E allora, le "altre persone" che gliel'avevano detto?
Queste bugie ­dimostrate tali- vengono dette da Marino una dietro l'altra dall'esordio del suo interrogatorio in aula. Marino infila di seguito: 1a bugia, "confermo tempi e modalità" degli interrogatori; 2a bugia, gli hanno detto che Antonia ha incontrato Bompressi; 3a bugia, non ha detto al parroco di essere pedinato, minacciato ecc. Quando poi deve rattoppare, parla (p.12) della minaccia "che mi era stata fatta prima": cioè ­se fosse vera- sette anni prima! E Minale: "E quindi questo episodio di Dell'Amico, nel racconto fatto al parroco si è trasformato in pedinamenti, minacce continue di morte e".
Il giudice Minale, che non può fare a meno di notare l'incongruenza, dice (p.11):
"Perchè coincidono le due cose, Marino! Lei, va dal parroco la moglie impaurita va dall'avvocato e poi in Val d'Aosta". E oltre (p.14):
"Lei dice che non ne sapeva niente, ma aveva una moglie impaurita. Questo è pacifico. Lei a sua volta dice di essere in pericolo e sua moglie non ne sapeva niente. Va beh! Cose così!" Alle "cose così" la sentenza poi fece buon viso, buonissimo.

Le angosce sarzanesi della Bistolfi

Per esempio, il carattere grottesco di tutta la descrizione che Antonia Bistolfi fa delle sue angosce sarzanesi, e delle loro ragioni. A cominciare dalla descrizione iniziale di Ovidio da parte di Antonia a Lombardi. Persona che ha frequentato in mille modi, e che introduce dicendo: "Costui era un personaggio slegato da qualsiasi assetto logico" e via in questo tono grottescamente losco.
Foglio 4: "Io l'ho incontrato una sola volta".
F.5: "La presenza dell'Ovidio nella zona dove io e Marino ci eravamo stabiliti divenne per me fonte di inquietudine e mi riportò alla memoria la confidenza della Laura che ormai avevo sepolto in me" Cose da pazzi.
P.817, la demenziale descrizione degli effetti dell'incontro con Bompressi al comune di Sarzana, "che non ho mai visto da sola e che non ho mai visto dentro una struttura come può essere un Comune" Per spiegare l'andata da Zolezzi: e l'incontro era avvenuto l'anno prima! (Due pagg. dopo, 819: "Certamente, lui e la moglie sono stati ospiti a casa mia a Morgex; certamente, una sera, mi pare, sono stati a cena da noi, a Bocca di Magra; mi pare anche che siamo stati ospiti loro, un giorno, forse, a cena da loro". Poi in un'occasione gli ha letto le carte al bar (892), poi qualche caffè insieme, poi: "Io sono andata forse una volta o due, con mio marito passata dalla libreria a salutare Ovidio" 820: "Cosa c'entra? Non è mica vedere Bompressi che mi mette in agitazione". Il brano pazzesco a p.821 ("non c'era nessuna possibilità di vivere e non sapevo come fare ad andare avanti con la mia famiglia e questo che sta lì, in Comune, e poi scende e poi sale e dato che avevo i nervi a pezzi perchè non sapevo come dar da mangiare ai miei figli"). Poi 822: "Stavo in un paese che non era il mio, fra gente che non conoscevo e che aveva un modo di muoversi che io non conoscevo, non potevo capire, nessuno mi diceva niente e io non sapevo neanche che cosa chiedere perchè vede che non so spiegarlo nemmeno a lei. ­Presidente: No, no, lei si spiega molto bene."! Era l'87, e si trovava in quel paese straniero ­Bocca di Magra!- dall'84
E poi, p.891: "Ma non mi fa nessuna impressione abitare a Bocca di Magra e che il resto del mondo abiti a Massa, e non vedo perchè"
E l'interrog.di Antonia in aula, p.816: "Sì, era la situazione economica, che mi metteva proprio in questo stato di assoluta disperazione, perchè non sapevo assolutamente che cosa avevo davanti".

La negazione congiunta della notizia su Mathias Deichmann

Ancora, il parallelismo tra Marino e Antonia che, ambedue, negano di aver ascoltato dai Deichmann la storia dei sospetti sul giovane Mathias. V.Memoria, p.116. Cfr. Antonia in aula, p.879: "Gentili- Ha mai saputo dell'accusa, falsa e ridicola, avanzata nei confronti di Mathias Deichmann, cioè il figlio del signor Deichmann? T.- No, e non ho neanche idea che sia stato inquisito per qualcosa". Quanto a Marino, dice di ignorare che Mathias Deichmann fosse stato sospettato, interrogato da Gentili, p.301.

 

 

Torniamo al piede sull'acceleratore.

Su cui oggi si deve ritornare: perchè non è solo una bugia, sulla quale i due resistono a lungo, finchè, smascherati, rispondono ­è Marino che risponde-: ma certo, che c'è di strano, ci siamo messi d'accordo che lei dicesse di esser stata lei alla guida dell'auto, per risparmiarmi la sanzione sulla patente! Dunque, un episodio minore, nel quale i due "si sono messi d'accordo" per dire una "piccola" bugia. Episodio minore, e piccola bugia, ai quali, come si ricorderà, è comunque legato un rapporto iniziale, e anch'esso negato, fra i due e la locale stazione dei carabinieri.
(La visita della Bistolfi ai carabinieri è del 24 giugno 1988: manca una settimana all'inizio degli incontri fra Marino e gli stessi carabinieri, se si vuole accontentarsi della data su cui si sono attestati dopo lo svelamento della bugia sull'esordio dei rapporti. Quanto alla "capacità di mentire", si riveda la risposta della Bistolfi in aula, quando doveva spiegare come mai avesse superato con la Panda il limite di velocità a 50 km di 64 km, arrivando cioè a 114 km all'ora: " in una curva a Lerici, in cui, evidentemente, come al solito, invece di schiacciare il freno, ho schiacciato l'acceleratore: questa è la ragione per cui non guido, normalmente". Antonia aveva detto così il 29 gennaio 1990, e il 21 marzo 1990 Marino "si ricorda" una cosa e spontaneamente la dichiara: era in auto con il figlio, "per cui eravamo un po' in ritardo e sono andato più veloce del solito e mi hanno fatto questa multa. Questa multa non essendo stata contestata diciamo dai verbalizzanti, ma è una multa fatta con il fotofinish o con la foto insomma, per cui non ricordavo". Si noti che è, come lo stesso Marino dice, "questa multa, di cui tanto si è discusso". Un paio d'ore dopo, quando un avvocato fa notare che la Bistolfi sostiene di aver preso lei la multa, e dopo che il P.M. ha generosamente interceduto ("Può darsi che non parlino della stessa multa"), Marino, indignato, taglia la testa al toro: "Okay, allora// Ora, il fatto è questo: che i Carabinieri mandarono a chiamare la signora Bistolfi dicendo:
"Vogliamo sapere chi era alla guida di questa macchina perchè c'è la segnalazione sulla patente". Ora, indipendentemente da chi guidava quella mattina la macchina, siccome non è una cosa, diciamo così, fiscale, nel senso che devi essere per forza, abbiamo deciso di dire che era lei che guidava: nel senso che a me, la patente serve, e a lei serve meno; per cui, questo non vuol dire che io abbia smentito cosa ha detto la signora Bistolfi, perchè lei può aver preso un'altra multa in quello stesso periodo, e questo cioè non vedo quale contraddizione ci sia. //
Presidente: Quante contravvenzioni sono arrivate?
Marino: Una.
Presidente: Una"
In un'intervista a Leo Sisti, per l'Espresso, del 16 agosto 1988,
Antonia aveva parlato così della multa: "Sulla stranezza della guida
dell'auto: una volta ho preso una multa da 200.000, per eccesso di
velocità, qualche mese fa, quando una domenica accompagnavo il
bambino alla partita di calcio. Multa non contestata e i carabinieri
chiedevano chi era alla guida".

Dunque: "Abbiamo deciso di dire che era lei che guidava". E che altro abbiamo deciso di dire?

Cfr. la mia Memoria, a p.74: "Della storiella della multa stradale scambiata nella coppia Marino-Bistolfi, Pomarici dice: "Quanti italiani non fanno la stessa cosa?" Be', spero che almeno lui non lo faccia; ma soprattutto quanti italiani, dopo che la loro consorte si è appena accollata un eccesso di velocità presso il maresciallo Rossi, vanno dal maresciallo Rossi a confessargli un omicidio, e il giorno dopo il maresciallo Rossi dichiara al superiore di non sapere neanche se esista una consorte?"

ll 20 maggio a Massa

La sentenza di primo grado (e sulla sua scia le altre di condanna, con un appetito crescente) asserisce che la Bistolfi riscontra Marino, oltre che sulla chiamata in correità di Bompressi, sui capelli schiariti e sulla partecipazione di Vigliardi Paravia al comizio di Massa. Rileggiamo (p.634): la corrispondenza fra Antonia e Marino, "attribuisce alle dichiarazioni della Bistolfi un'idoneità verificatrice dell'attendibilità della chiamata in correità nei confronti del Bompressi. Peraltro, le dichiarazioni della Bistolfi, come si è visto, riscontrano Marino su altre due circostanze: il fatto che il Bompressi dopo il 17 maggio si era schiarito i capelli e la partecipazione di Vigliardi Paravia al comizio di Massa".
Nel caso dei capelli schiariti, succede a mio parere questo: che la Bistolfi, cioè la fonte di una notizia (falsa) data a Marino, diventa il riscontro di Marino che ripete quella notizia (falsa). Quanto a Bistolfi e il comizio di Massa, lì la sua falsità incide direttamente sulla mia posizione.
Non ripeto il racconto del 20 maggio, l'assurdità delle dichiarazioni di Marino, il loro plateale aggiustarsi sulle mie, il loro contraddire tutti i testimoni. Mi fermo alla mia forte opinione (non una certezza, perchè si può esser certi di una presenza, non di un'assenza) che Marino non fosse quel giorno fisicamente presente al mio comizio di Massa. Le mie argomentazioni, corroborate dai rapporti di polizia sulle auto venute da fuori città, e dalle dichiarazioni di Laura Vigliardi Paravia, sono nella mia Memoria e nelle mie ulteriori difese. Qui mi interessa solo mostrare l'inverosimiglianza della versione di Bistolfi e Marino, e il carattere concertato di quella inverosimiglianza. Allora. La Bistolfi già nella deposizione resa al G.I. Lombardi ricorda addirittura il nome della piazza in cui si tenne il comizio di Massa, piazza Garibaldi. La quale non è Time Square e nemmeno piazza Navona. "Lessi poi sul giornale che il comizio era avvenuto in piazza Garibaldi a Massa". Già: l'ha letto poi sul giornale. Interrogato da Lombardi (foglio 14, 21 luglio) poi in aula (p.122) anche Marino ha questa strepitosa memoria toponomastica: "La manifestazione era programmata per il pomeriggio in Piazza Garibaldi, se non sbaglio". (Ma già in istruttoria, senza "se non sbaglio").
Ho ragionato così: la Bistolfi non conosceva Massa, e dice di esser rimasta a Torino. Eppure, più di sedici anni dopo, ricorda il nome della piazza Garibaldi, che lesse su un trafiletto di giornale. Prodigio di memoria che si ripete con Marino. Invece io ero quello che tenne il comizio. Inoltre, avevo abitato e insegnato a Massa per qualche anno, e ci erano nati i miei figli. Eppure, per ricordare il nome della piazza, avrei dovuto fare uno sforzo. C'è bensì a Massa una piazza principale dal nome indimenticabile, perchè si chiama Piazza Aranci, e perchè Giacomo Leopardi ne scrisse in modo favoloso, tant'è vero che le sue parole venivano ristampate sull'etichetta di una locale acqua minerale, accanto alle notizie sulle sue proprietà diuretiche. Piazza Aranci: ma piazza Garibaldi? Poi ho continuato a ragionare. Interrogatorio in aula della Bistolfi, pagina 828: "Io non ricordo in che giorno della settimana è avvenuta questa cosa di Calabresi, però so che alla domenica successiva c'è stato un comizio a Massa; e lo so, perchè la Laura e Marino sono andati e io sono rimasta a casa coi bimbi (a guardarli), quindi questa non era una cosa che succedesse normalmente e me ne ricordo; poi, perchè c'era, come dire?, una tensione su che cosa avrebbe detto Adriano, al comizio immediatamente successivo a questa cosa qua; difatti, ricordo che, poi, sul giornale c'era scritto che lui disse che non intendeva fare commenti// quindi, questo, ce l'ho molto preciso, e io sono rimasta a casa coi bambini". Prego di tornare sul passo: "alla domenica successiva c'è stato un comizio a Massa". Il comizio a Massa si tenne il sabato, sabato 20 maggio. Esattamente una settimana dopo la manifestazione pisana del sabato 13 maggio. La Bistolfi si è sbagliata.
Ma prendiamo ora appunto l'interrogatorio di Marino a Lombardi del 21 luglio 1988 (foglio 14): "A.D.R.: la domenica successiva all'attentato vi fu a Massa un comizio tenuto da Sofri // Incontrai anche lo stesso Sofri mentre si avviava in piazza Garibaldi per tenere il comizio". Dunque anche Marino si era sbagliato. Lo stesso sbaglio commesso dalla Bistolfi: la domenica per il sabato. La sentenza Della Torre, p.198, deve provvedere: "Il 21 luglio 1988 il Marino aveva riferito di essersi recato a Massa la Domenica successiva all'attentato, mentre il successivo 29 luglio dichiarava di non essere sicuro che il comizio fosse stato tenuto il pomeriggio di domenica o di sabato, dopo il delitto". Marino si corresse, o fu corretto, la Bistolfi no. Ma lo stesso errore compiuto dai due rientra difficilmente nel novero delle coincidenze statistiche. Offrirò, anche qui, la mia congettura: che sta nella lettura del giornale. Il giornale che parla del comizio di Massa è infatti il giornale di domenica. Lettura recente, intendo. Quanto alla lettura d'epoca, invano fu chiesto alla Bistolfi su quale giornale avesse letto la cronaca del comizio di Massa. Non lo ricordava. Il fatto è che il giornale poteva essere solo La Nazione o il Telegrafo del 21, cioè della domenica. La Nazione non arrivava a Torino, se non in un paio di copie alla stazione. Il Telegrafo non ci arrivava affatto. La Bistolfi lasciò i bambini per andare a comprare la Nazione alla stazione? Ma: avrebbe potuto comprarlo Marino a Massa, prima di tornare. Ma Marino ha escluso tassativamente di essere rientrato dopo la notte del sabato. Ahi. A proposito, il giornale (titolo: "Sofri ha accettato i 'consigli' della questura" , è agli atti, ma lo riproduco) cita la piazza in cui si svolse il comizio: piazza Garibaldi.
La mia congettura è piuttosto drastica: i due hanno consultato la Nazione, inducendosi allo stesso errore. Se sembrasse una congettura troppo complottista, se ne suggerisca una migliore. Ma non abbiamo finito con la coda del diavolo. Che fosse sabato o domenica non era irrilevante per la Bistolfi, che doveva restare a casa a badare ai bambini suo e della Vigliardi Paravia: se fosse stata domenica, si poneva il problema del lavoro all'indomani, lunedì. Tant'è vero che la Bistolfi sottolinea che il suo ricordo è nitido per questo. Se fosse stato il sabato, il problema si sarebbe posto alla rovescia: perchè allora alla Sip il sabato era lavorativo. Adesso rileggiamo la Bistolfi (p.828): "Però so che alla domenica suvccessiva c'è stato un comizio a Massa; e lo so, perchè la Laura e Marino sono andati e io sono rimasta a casa coi bimbi (a guardarli) quindi questa non era una cosa che succedesse normalmente e me la ricordo". Ma no!

Ma era successa il sabato prima!

Ma era successa il sabato prima! A Pisa! L'impegno di badare ai bambini l'avrebbe messa in una situazione, come lei dice, 'insolita', ma assolutamente identica a quella verificatasi la settimana precedente. Al comizio di Pisa del 13, quello del preteso conferimento del mandato. Senza dubbio allora la Bistolfi era stata costretta a rimanere in casa a badare ai bambini, essendo Marino partito, con altri, e con la Vigliardi Paravia. Dunque la Bistolfi avrebbe dovuto rilevare il particolare più insolito che per due sabati consecutivi non si sarebbe recata al lavoro. Ma vediamo l'interrogatorio di Laura Vigliardi in aula (p.640):
"Fuori Torino ci sono andata una volta sola (quando ero a Torino), con la bambina; e non sono andata più, perchè appunto, c'era la bambina piccola.
P.Non ho capito.
I.Io sono andata a Pîsa una volta (e ho ricostruito dopo che era Pisa), per una manifestazione.
P.Era andata altre volte
I.No, non sono andata altre volte.//Fuori Torino no.
P.Una sola volta?
I.Sì."
Si tratta della famosa disputa sulla piazza alberata, conclusa dopo il primo processo di appello con la conta dei pini marittimi in piazza San Silvestro (ben cinquantaquattro!) e l'invio alla Cassazione da parte del Consiglio Comunale pisano di apposito e unanime certificato. La prima Corte d'appello aveva ritenuto di stabilire perentoriamente che la "piazza alberata" nominata dalla Vigliardi Paravia in istruttoria era piazza Garibaldi a Massa, e non piazza San Silvestro a Pisa, di cui si proclamava il carattere non alberato: era una pineta! (Ed è: ci sono tornato, in compagnia della stampa, all'uscita dal carcere quest'estate. I pini sono sempre lì, solo cresciuti).
Eppure, per la sentenza di primo grado (p.563) Antonia è la prova della presenza di Marino a Massa il 20 maggio: "A tale comizio Marino c'era, come è provato nonostante le inattendibili dichiarazioni sul punto di Laura Vigliardi Paravia, da quelle rese da Maria Antonietta Bistolfi al g.i. il 7.8.88". (E v. anche a p.642, su Antonia che riscontra Marino a Massa).
All'altro capo dell'iter dei processi, la sentenza Della Torre, quella finora definitiva, è assai più spericolata, e stabilisce che Marino era a Massa non "nonostante" ma "grazie" alla Vigliardi! P.268: "Rilevante è appurare la presenza contemporanea di Marino e Sofri a Massa per il Comizio del 20 maggio, presenza riferita dagli stessi interessati, e clamorosamente provata da documenti ineccepibili e da testi di assoluta fede (Commissario Costantino-Giornali dell'epoca) per quanto riguarda Sofri, testimonianze Bistolfi Vigliardi Paravia, per quanto riguarda Marino". Di questo bestiale passo, si noti: a)che io ero presente al mio comizio, perchè lo dicono testi e giornali; b)che Marino c'era perchè lo dicono Bistolfi e Vigliardi Paravia; solo che Vigliardi Paravia lo nega, dunque lo dice solo Bistolfi, e nel modo che sappiamo. Quanto all'auto forestiera non identificata dalla polizia, la sentenza dice che la Polizia controllò solo le adiacenze della piazza . Non è vero. Del resto, é dove Marino dice che avevano parcheggiato.
L'avv.Volo interroga Marino, su Massa. (P.197).
"Avv. La signora Bistolfi dice una cosa precisa e Marino ne dice un'altra. Marino dice che andarono a Massa e ritornarono in giornata. Invece la signora Bistolfi nel suo interrogatorio dice: "Ricordo uno in particolare di questi movimenti di Marino con la Vigliardi. Si tratta del comizio di Massa di cui non ricordo la data, ma la circostanza è sicura, avvenne dopo poco l'omicidio Calabresi. La Laura e il Marino andarono con la Simca della donna. Ricordo in particolare, con esattezza, in quanto Laura stette lontano da casa per circa un giorno e mezzo ed io rimasi da sola ad occuparmi dei bambini. Mentre Marino aveva detto che dopo essere stati al comizio, ritornando c'era stata la conversazione relativa ai capelli di Bompressi.
P. La notte, comunque Ha sentito la domanda?
I. Sì.
P. Allora? A che ora siete tornati a Torino?
I.Siamo tornati alla sera stessa.
P. Verso che ora?
I.Evidentemente, siamo rientrati molto tardi Comunque, sono sicuro che siamo rientrati lo stesso giorno".
E si veda l'interrogatorio del Presidente a Marino, p.127:
"P. Aveva il giornale in mano la Laura?
I. Non lo ricordo, questo particolare.
P. Quando siete venuti, avevate comprato i giornali?
I.Al mattino, sì, senz'altro.
P. Quindi, siete tornati a Torino?
I. Sì, siamo tornati a Torino".
Si noti ancora: mentre il ritorno a Torino in giornata è incompatibile col racconto della Bistolfi, non lo è il ritorno all'indomani, o a notte fonda, da Pisa. (Su cui, v.interrog.Marino, p.316: "P.E lei, ricorda se ha chiesto o ha manifestato l'intenzione o il desiderio di fermarsi a Pisa e di dormire lì? I.No, non ricordo. P.Non lo ricorda o lo esclude? I.Non lo ricordo". Dunque, non lo esclude: benchè all'indomani dovesse andare in sede e aspettare la telefonata fatale; e prima aveva detto di esser ripartito per Torino alla fine del comizio!)

Gli aggiustamenti progressivi

Solo la sentenza delle Sezioni Unite riconosce, e lo fa drasticamente, che i cambiamenti nelle versioni di Marino sono risposte "all'evolversi delle acquisizioni processuali introdotte dalle difese dei coimputati".
Dice che il convincimento della genuinità del pentimento di Marino "ha finito per spingere i giudici verso uno sforzo costante diretto a dimostrare la verità della versione dei fatti resa dal Marino, superando sia i discordanti risultati delle indagini svolte prima delle sue rivelazioni, sia le contrarie acquisizioni successive".
Si provi a rileggere in questa chiave la sequenza delle rettifiche di Marino in rapporto alle mie ricostruzioni, a proposito del 20 maggio a Massa. (Cfr. per es. "Memoria", "Qualche postilla sul 20 maggio a Massa", p.102 segg.).
Per il 20 maggio a Massa, Marino non è stato in grado di indicare un solo testimone che abbia visto, o da cui sia stato visto.

L'identikit di tre giorni dopo

Si confronti ora tutto ciò con la storia dei capelli schiariti nel preteso viaggio a Massa di Marino e della Vigliardi: in particolare con l'impossibilità del paragone con un identikit uscito 3 giorni dopo! Episodio cruciale nella sua falsità, che è il calco esatto della versione di Antonia sulla Laura Vigliardi che le fa notare la somiglianza, e in particolare i capelli schiariti. Ma di questo hanno parlato esaurientemente i difensori.

Le bugie ripetute cento volte

Quando si ammetterà che Antonia Bistolfi ha mentito quando ha detto di non aver saputo niente delle intenzioni di Marino (e viceversa: ma l'hanno già ammesso i giudici della revisione, sia pure per dichiararlo irrilevante; e lo stesso Marino, apprezzando il loro ragionamento che non fa una grinza) bisognerà pur rileggere le decine di luoghi in cui i due hanno mentito, rotondamente e solennemente e lacrimosamente mentito.
Domanda dell'avv. Gentili alla Bistolfi sull'intervista di Marino a Panorama del 25 sett. '88, p.886. "Ne ho parlato tante volte con mia moglie. Non si può vivere anni e anni con una donna senza confidarle un segreto così tremendo. Quando mi sono costituito, lei ha detto ai giornalisti". Il Presidente fa in modo che lei non risponda, se non ribadendo: "No, Marino non mi ha mai parlato dell'omicidio". Le interviste, dice, non le ha lette
Poi Gentili ci torna su, p.329 interrog.Marino: "E' sicuro di non aver mai parlato dell'omicidio a sua moglie Antonia Bistolfi? Un'ultima volta e in modo, se possibile solenne. Lo esclude? Imputato- Mi alzo in piedi e lo dico così: Lo escludo. L'ho già detto".
Antonia in televisione, Rai 3, che piange e nega di aver saputo alcunchè e dice frasi patetiche dopo il nostro arresto. Strappava il cuore. La replicarono. "Solo adesso ho saputo che Marino ha fatto questo. E' andato ad ammazzare perchè gliel'ha detto Adriano Sofri lasciando qui questo Adriano bambino cagionevole".
Antonia all'interrogatorio con il G.I.Lombardi, 7 agosto 88:
"Effettivamente non mi ha mai parlato della sua partecipazione all'omicidio Calabresi e a rapine. Bisognerebbe conoscerlo a fondo per capire, che non gli sarebbe mai venuto in mente di parlare con qualsiasi donna, compresa la sua convivente, non solo di gravi fatti eventualmente commessi ma anche di piccoli reati. In effetti è vero che sono rimasta sorpresa dalla sua confessione, ma conoscendolo bene capisco che mai e poi mai mi avrebbe parlato di fatti del genere".
"Non mi ha mai sfiorato l'idea che il mio convivente potesse avere a che fare in qualsiasi modo con l'omicidio Calabresi". (Lombardi,f.4)
Si ricordi tutta l'argomentazione intorno a Marino che non direbbe mai segreti a donna, il maschilismo di LC, ecc. Anche dai carabinieri, Marino va perchè sono uomini! P.869: "E Marino non si è chiarito con me, ma con altri, perchè, evidentemente, i suoi referenti sono maschi: questo mi pare chiaro".
"Escludo anche di aver mai riferito l'episodio dello sfogo al Marino.
Non mi ha mai sfiorato l'idea che il mio convivente potesse aver a che fare in qualsiasi modo con l'omicidio Calabresi".
"Gli dissi /a Zolezzi/ che durante la coabitazione Laura Buffo mi disse che l'omicida di Calabresi era un giovane che vedevamo spesso che si faceva chiamare Enrico ma il cui vero nome era Ovidio Bompressi Uscii rasserenata dal colloquio. Ribadisco che non avrei mai immaginato che il Marino era coinvolto nell'episodio".
Interrogatorio Antonia in aula, p.810: "Mio marito, di giorno, non è che stava in casa, perchè stava fuori a lavorare però, la notte, è stato sempre a casa". (Questo sembra ora smentito, almeno per la notte del 18 luglio).
"P. E non le risulta che suo marito sia venuto a Milano in quei giorni? T. Non lo so; a me non risulta".
826: "E' successo questo fatto di Calabresi ed era una cosa nella quale io mai ho immaginato di entrarci in una qualsivoglia maniera".
Antonia piange, sempre. Nell'agosto '88, un anno e mezzo dopo, in televisione, in aula, dovunque. Piange.

 

 

Credibilità astratta e bugie concrete: il mio mandato

Io credetti di dover essere giudicato sulle circostanze di fatto e le loro prove. Tutte le circostanze di fatto dell'accusa contro di me sono state, nonchè non provate, contraddette da Marino stesso o smentite da testi e documenti. Nessuna manipolazione, nessun gioco verbale (per giunta: di una grana così grossa) può intaccare questo risultato, a chiunque legga le cose senza partito preso.
Dunque: se è stato possibile condannarmi, è stato perchè ha prevalso il partito preso. E, per prevalere, ha dovuto rifiutare di giudicare secondo le concrete e particolari circostanze di fatto e le loro prove, bensì secondo un criterio indipendente da quelle, e anzi contrastante coi loro esiti. E' il criterio di volta in volta chiamato dell'attendibilità generale di Marino, e dalla sua appendice, la logica presunta della domanda: "Perchè avrebbe dovuto mentire?" Della quale domanda ripeterò di passaggio come sia inintelligente rispetto alle cose umane e indebita rispetto alle cose giudiziarie: bastando, alle une e alle altre, la domanda gemella: "Perchè non avrebbe dovuto mentire?" E, soprattutto, la domanda che essa serve a rimuovere e sostituire: "Ha o no mentito?"
Se si fa giocare una asserita attendibilità (o credibilità ecc.) generale di Marino contro la sua smentita particolare e concreta ­ciò che non dovrebbe essere pensabile- bisogna argomentarne le ragioni. Fra queste le bugie di Marino­non intendo gli errori o le inesattezze, ma le bugie provate e deliberate e difese a oltranza- devono avere un peso. Non so che cosa significhino formule come "la capacità di mentire", o "l'attitudine alla menzogna" e altre simili, e forse non sono così importanti. Salvi casi clinicamente definiti, una capacità di dire bugie appartiene a ciascun essere umano, e la definizione di "bugiardo", fuori appunto da una singolare patologia, non ritrae una volta per tutte una persona, ma la definisce nel momento in cui ricorre alla bugia. Non si tratta di decidere se Marino sia una volta per tutto un bugiardo, o, all'opposto, un riuscito allievo salesiano. Una sequela di bugie, costruite di proposito, aggiustate all'occorrenza, ribadite pervicacemente,
influiscono sulla sua pretesa attendibilità generale di accusatore nella vicenda in cui siamo coinvolti.

La cucina domestica

Alla fine, di un attentato che, fra preparazione e attuazione, implica la partecipazione di un numero elevato di persone, Marino sa indicare, oltre al proprio, un solo altro nome: ed è lo stesso nome che la Bistolfi dice di aver conosciuto (o immaginato di conoscere) fin da sùbito come quello dell'autore dell'omicidio, il nome di Ovidio Bompressi. Ecco fino a qual punto è rilevante la bugia di Marino e della Bistolfi sulla reciproca mancata comunicazione di tutto ciò che riguardasse l'omicidio di Calabresi.
(Cfr.la mia Memoria, p.116: "E la Bistolfi, che più di un anno prima sarebbe stata così esplicita con un estraneo, per la metà della storia che Marino tarderà tanto a inserire nel proprio racconto? La Bistolfi, si dirà, non è Marino: certo, a condizione che non si ecceda sul reciproco silenzio").
Il diario della Bistolfi incide sulla questione: se Marino sia andato dai carabinieri, o i carabinieri da lui. L'intera, e grottesca costruzione sui motivi che portarono Marino alla confessione (le multe per divieto di sosta, l'assessore Giannarelli) è inficiata dalla dimostrazione di quale fosse lo stato d'animo della Bistolfi alla vigilia dell'estate '88, quali le occupazioni e le ossessioni dei suoi pensieri.

Il telefono di Marino non intercettato.

Avevo sollevato nella Memoria la mia (scandalizzata) sorpresa per la mancata intercettazione del telefono di Marino e Bistolfi, dopo l'inizio degli incontri coi carabinieri, e anche dopo che i nostri telefoni, il mio e di Pietrostefani e Bompressi, erano stati messi sotto controllo dal magistrato.
E' ora evidente che il controllo telefonico sarebbe bastato a dimostrare insostenibile la pretesa che la Bistolfi fosse ignara del racconto di Marino e dei suoi rapporti coi carabinieri. Dunque questa inconcepibile omissione è almeno la condizione per tramutare, nelle sentenze di condanna , la Bistolfi in una testimone indipendente a conferma di Marino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario di errori più grossolani della sentenza Della Torre

La sentenza Della Torre contiene una quantità di errori grossolani.
A p.29, Marino "non seppe riferire il percorso di Enrico e, non avendolo visto arrivare all'appuntamento fissato, decise di prendere il treno per Torino"!
A p.165 si parla di "una contravvenzione per guida con eccesso di velocità di una Renault 4, non si sa se da parte del Marino o della Bistolfi". Era una Panda, e si sa perfettamente da chi guidata!
P.286: "La donna non ha mai rivolto richieste di denaro ai coimputati, tanto meno a Sofri, verso il quale aveva conservato sentimenti di simpatia, affetto e stima, come si desume dalle lettere a lui spedite, ultima la cartolina prodotta nel corso della presente fase di giudizio (da Marina di Cecina nell'aprile 1987 ad 'Adrianus Imperator")". Terza menzione per la cartolina; ne arriverà una quarta a p.460! /Sulla quale la Bistolfi non è mai stata interpellata/ Cfr. p.287: "Assoluta e totale credibilità della Bistolfi, sia per quanto autonomamente dichiarato, sia per quanto costituisce riscontro alle dichiarazioni di Marino".
P.277 La Bistolfi "aveva poi /dopo il 1972, n.mia/rivisto l'Enrico soltanto nel 1987 a Sarzana"
P.284: "Poco tempo prima" della visita a Zolezzi la Bistolfi era stata minacciata da Olivero e Dell'Amico. In realtà: sei anni prima (ammesso e tutt'altro che concesso che).
P.300, strafalcione (ripetuto) sullo scioglimento dell'Esecutivo "il 6 settembre 1976" (invece che 1973!).
P.309, "Sofri e Pietrostefani" vengono dati come avvicinatori delle BR secondo il libro di Curcio e le dichiarazioni di Franceschini (mai il mio nome figura nè nell'uno nè nelle altre).Poi lo ripete a pag.314.
A p.333 pretende di correggere la mia correzione sul viaggio a Reggio Calabria, nel 1970 (invece che nel 1971, citando alla rovescia il doc. di polizia, esistente, datato al 1970).
P.335, strafalcione sul tempo di uscita dal carcere di Fiorentino Conti.
A p.376 si dà per accertato peritalmente ­"assolutamente ineccepibile"- che a sparare fosse stata una Smith and Wesson 38 Special a canna lunga, ciò che è del tutto falso.
P.397, la Vigliardi viene data come confermatrice dello pseudonimo Enrico.
La sosta dei carabinieri alla canonica, riferita da don Regolo come una bomba, era dovuta ad "attività di normale pattugliamento"!
A p.472, come noto altrove, fa passare la frase di Ceccanti "dopo il funerale di Serantini" come riferita allo stesso giorno del 13 maggio, concludendo "il 13 maggio non vi è stato alcun funerale di Serantini". Poi dice che Ceccanti non precisò "neppure approssimativamente nè quanto tempo prima, nè a quale ora del giorno" si era allontanato dalla piazza!
P.475, nessun teste "sfollando dal comizio ha dichiarato di averlo /Sofri/ seguito pedissequamente, minuto per minuto" Ignorando i testi, e specificamente Guelfi e Moretti.

La sentenza contiene anche argomentazioni di grossolanità pari a quella degli errori di fatto.
A p.411: "E' quindi più aderente alla realtà dei fatti accettare il racconto della permanenza di Bompressi a Milano dopo l'attentato, ospite di Luigi". Altro che alibi. Ma vedi già la sentenza Minale, p.638: i testi di Massa sono falsi non riguardo all'ora di pranzo del 17 maggio, ma per i tre giorni di cui viene dato per accertato che Bompressi sia rimasto a Milano. Anzi, a questa certezza viene ancorata la "spiegazione" dei capelli schiariti di Bompressi."Il racconto di Marino dà conto di quello schiarimento (se Bompressi non fosse rimasto a Milano in quei tre giorni e avesse invece lasciato la città immediatamente, prima delle misure adottate dalla polizia, non vi sarebbe stato alcun motivo per schiarirsi i capelli)". Come ha minutamente argomentato l'avv.Menzione, la testimonianza del dott.Torre abbatte definitivamente questa costruzione.
Pp.141-142, del tutto tranquillamente si spiega che Marino venne a chiedermi aiuto economico e che io feci una colletta pubblica per lui. Senza trarne conseguenze.
P.147: Marino non poteva prevedere di non andare in galera
P.149: "significativa la sua /di Marino/ prudente obbiettività verso Luigi Noia, da lui scagionato"!
Per non parlare dell'abuso di concetti religiosi e confessionali.
P.131. "I sentimenti di rimorso, e il desiderio di emenda, sono radicati nelle coscienze della nostra gente da duemila anni di pratica religiosa cristiana. Non si dimentichi che egli è stato educato quale interno in un Istituto dei Salesiani di Torino". Ancora su Salesiani e loro tracce indelebili a p.136. P.137, "irreprensibile per otto anni", rapina Rai a parte. Fin da adolescente, "non ha mai smesso di lavorare con le proprie mani"! (P.137)P.188, "presso i Salesiani, con costante consuetudine alla confessione" "riavvicinamento di carattere mistico". E così via.

 

 

La parte che segue non corrisponde più alla
traccia delle cose da me dette nell'esame-
dichiarazione del 23 novembre. Tiene invece
conto, sia pure in modo incompleto e frammentario,
di alcune risultanze del processo e delle cose
dette dalle varie parti.

 

 

 

I "riscontri" personali a mio carico

Qualcuno, in particolare l'avvocato dello stato, ha fatto un conto quasi
aritmetico sui "riscontri" e l'incidenza delle "prove nuove":
aritmetico e calcistico. A mio carico i riscontri vincevano comunque per
sei a due, se ho capito bene. Esaminerò a mia volta i "riscontri" a mio
carico. Li ricavo dalle pagine 450-484 della sentenza Della Torre
("Responsabilità di Adriano Sofri e valutazione delle sue censure").

Telefonate

Al primo punto, e "in primo luogo", la sentenza prende stravagantemente in esame le telefonate a casa mia dopo il mio arresto. In conclusione, dirà che le telefonate "non possono seriamente costituire un riscontro obbiettivo al racconto di Marino, nè concretare un autonomo indizio di colpevolezza a carico di Sofri" per due motivi: "I) Marino non poteva assolutamente averle conosciute /sic!/ II) Non sono risultate in esse indicazioni o espliciti riferimenti all'esecuzione dell'omicidio Calabresi". (Quanto al punto II, vedremo che non è vero). Tuttavia, la sentenza dice, le telefonate provano tre cose: a) che io, Sofri, ero "al corrente del possibile emergere delle accuse e del conseguente promovimento dell'azione penale, con tutte le drammatiche emergenze"; b) che Marco Boato è molto mio amico, ciò che "correttamente ha indotto i primi Giudici, e questa Corte, a dubitare della sua testimonianza"; c) che da New York, dove si trovava, Enrico Deaglio, altro mio grande amico, "aveva spontaneamente pensato a Marino e alle sue rivelazioni (è Marino che ha parlato) in relazione all'arresto di Sofri Ciò lascia adito a molte considerazioni, che tuttavia non assurgono ad elemento probatorio".
Vediamo. Che io fossi "al corrente del possibile emergere" ecc., a parte il linguaggio in cui è detto, è una mera ovvietà, dal momento che simili accuse erano già più volte emerse nel corso degli anni, e che io ne avevo pubblicamente trattato. (Cfr. fra gli altri il mio articolo al momento della falsa e illecitamente divulgata accusa contro Marco Fossati, sul Manifesto. Esso è allegato, in più punti, agli atti, e comunque lo riproduco. Vi scrivevo fra l'altro: "Non è di una vicenda personale che si tratta, bensì della responsabilità di un'intera organizzazione, quale è stata Lotta Continua fino a tutto il 1976, e più precisamente di chi l'ha diretta, a cominciare da me. Escludo con assoluta certezza che questa accusa abbia un qualsiasi fondamento, e la considero esattamente come la considererei se fosse rivolta a me").
Più clamoroso e inaccettabile è che la sentenza ignori l'episodio, ampiamente documentato negli atti, della notizia giunta a Boato nell'estate del 1984, di una voce secondo cui lui e io saremmo stati arrestati per l'omicidio Calabresi. (Cfr.la deposizione di Boato in primo grado, pp.1807 segg., in particolare p.1847). Anteriore e priva di ogni nesso con le "confessioni" di Marino, quella voce era stata oggetto di una telefonata di Boato a me, il cui tenore è riferito agli atti ("Che cosa pensi di fare?" "Di andarmene a dormire tranquillo". "E anch'io"). Non solo: nel 1986, Boato fu informato che in interrogatori a "pentiti" ex terroristi era stato fatto fuori verbale il suo nome da parte di un magistrato milanese. In quella circostanza Boato non aveva denunciato il magistrato, anche per non esporre la persona che lo aveva avvertito, ma gli aveva scritto privatamente, riferendo in modo condizionale la notizia di cui era venuto a sapere e chiedendo chiarimenti. Ancora privatamente, comunicò il testo della lettera all'allora presidente della Repubblica Cossiga e agli allora ministri della Giustizia Martinazzoli e degli Interni Scalfaro. Quel magistrato telefonò privatamente a Boato scusandosi. Boato ne avrebbe fatto il nome nell'aula del primo dibattimento a nostro carico: ne derivò una causa che ancora si trascina.
Tali i precedenti. Dunque, "evincere" dalle telefonate successive al mio arresto la scoperta che io potessi figurarmi un coinvolgimento di Lotta Continua e mio nell'omicidio Calabresi è una pura e strumentale boutade. Ma vediamo in particolare la telefonata che, se non nella sentenza, è stata citata cento volte nei processi, e ancora una dozzina di volte in questa revisione dalle varie accuse, cioè quella di Carlo Panella. Il quale dice: "Povero Adriano ecc. Se è per Calabresi va bene, ma" Ligotti, a voce, lo taglia. (L'ha sempre fatto, cfr.Memoria, p.67: "Solo che Ligotti, che ripete per due volte il brano, omette tutte e due le volte ­pp.1923-24 della trascr.- l'ultima frase: 'Se è per Calabresi va bene, ma', la quale esclude di fatto che l'osservazione precedente possa riferirsi all'omicidio Calabresi". In questa revisione, Ligotti l'ha riletto più volte, accontentandosi di togliere il "va bene, ma": riascoltate, prego. Per iscritto l'ha inserito, salvo rovesciarne il senso).
Dunque l'omicidio Calabresi è esplicitamente citato ­al contrario di quanto sostiene la sentenza- nella telefonata, e per escludere che potesse preoccuparmi. Allora che cos'è la "mania" evocata dai due interlocutori (ammesso, ma nient'affatto concesso, che bisogni trattare la lingua casuale o sbrigativa o evasiva di una telefonata, e per giunta in un momento simile, come un testo degno di esegesi letterale)? Lo spiego un'altra volta (ma: cfr.Memoria, p.68).

La mia posizione sulla critica del passato estremismo politico

Ho sempre avuto la convinzione che la critica nei confronti di errori e malefatte del nostro passato politico dovesse essere franca e piena; e al tempo stesso che bisognasse dichiararsi corresponsabili di quegli errori e malefatte, senza permettere che il tempo e la chiusura di una stagione lasciassero soli coloro che di volta in volta di quegli errori o di quelle malefatte venissero a ragione o a torto additati come autori personali. Questa convinzione, che conservo salda, valeva per me non solo nei riguardi di Lotta Continua, ma anche di altri gruppi e movimenti dai quali potevamo essere stati separati da aspre e perfino violente divergenze.
Ne avete avuto un esempio attraverso l'impropria lettura che il G.I. Lombardi fece del mio intervento all'assemblea milanese sull'omicidio del giovane Ramelli e i suoi accusati (1985), traendolo da una cronaca del Corriere della Sera e infilandolo senz'altro nel mio mandato di cattura come una prova a carico; e nell'altrettanto impropria lettura che ne ha fatto qui l'avvocato Maris a conclusione della sua arringa, tramutando le mie parole in una confessione anticipata e "erga omnes", bontà sua.
Su questo testo dovrò tornare, ma intanto vi sottopongo un altro esempio, del tutto indipendente, ma originato anch'esso da un'iniziativa della magistratura contro un gruppo da cui eravamo stati duramente divisi: si tratta dell'inchiesta famosa col nome del "7 aprile". Lotta Continua non era chiamata in causa in alcun modo. Io scrissi, a lato della più impegnata riflessione sulla violenza che mi sia successo di pubblicare (la allego: " 'Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica'- la vicenda Moro un anno dopo"-, LC 10 maggio 1979: sulla scorta di quel lungo saggio scrissi nel 1991 un libro, "L'ombra di Moro", Sellerio): "Fatte salve le imputazioni specifiche riguardanti le organizzazioni clandestine e i loro atti, Lotta Continua sarebbe perseguibile più o meno quanto Potere Operaio, sulla vergognosa base di buona parte degli addebiti che, a leggere i verbali, vengono oggi mossi ai dirigenti di Potere Operaio".
Questo era dunque, ed è, il mio atteggiamento, benevolmente criticato da qualche mio amico, come donchisciottesco, credo.

L'omicidio messo ai voti

Un atteggiamento analogo, di paladino fino all'invadenza, ha contraddistinto a suo modo le posizioni di Marco Boato, cioè della persona che non dopo, ma durante l'esistenza politica di Lotta Continua, si era sempre impegnato a un rispetto della legalità perfino deriso o scherzosamente preso in giro; della persona, anche, di cui solo dei pazzi furiosi possono immaginare che partecipi alla votazione di un omicidio, anche se per votargli contro! Sia detto a ininfluente risarcimento dell'avversione specialmente accanita che Boato si è attirato, anche in quest'aula, per chissà quali interposte ragioni. Del resto, bisogna esser pazzi anche per credere che qualunque altro componente di un comitato esecutivo di Lotta Continua voti sì o no a un omicidio. Nel dibattimento di primo grado il presidente prese cavillosamente le distanze da questa demenza: "Ma l'ipotesi della riunione a tavolino e con i voti, l'Accusa non l'ha mai fatta, perchè il procedimento non nasce da quello, e il capo di imputazione" (p.1835). Poi, nelle sentenze di condanna, si è scritto che l'Esecutivo aveva votato, a maggioranza

Tutti complici in omicidio

Tornando al punto, non solo la lettura delle telefonate successive al mio arresto "non può costituire riscontro", ma non può neanche "lasciare adito a molte considerazioni", se non sugli estensori della sentenza. Deaglio poi non aveva "spontaneamente pensato a Marino", ma era stato informato, come Toni Capuozzo ha riferito, e tanti altri potevano confermare. Con tanta tranquillità si insinuano dubbi sulla connivenza delle persone con un omicidio. (Avendo fermamente deciso di non parlare durante il processo se non nell'aula, quando a me toccasse, ho derogato solo un giorno, di fronte alla impudenza con cui sentivo imputare, a piacere, i nomi di persone nè indagate nè presenti).
Che cosa è successo nella discussione di questa revisione? Che i dubbi slealmente insinuati sono stati presentati come certezze, e non solo nel difensore di parte civile, in ciò recidivo, ma anche nel sostituto procuratore generale. Il quale, scagliandosi con un'animosità personale singolare contro Marco Boato, ne ha fatto un complice di omicidio, mostrando oltretutto di ignorare grossolanamente i precedenti del coinvolgimento di Boato e mio nelle voci sulle indagini, che spiegano nitidamente le frasi telefoniche di Boato stesso.

Se il P.G. avesse letto meglio gli atti

Se il Procuratore avesse letto gli atti, si sarebbe accorto che nel dibattimento di primo grado é il presidente Minale a dare atto a Boato che le stesse intercettazioni dimostrano che non conosce Marino e che ne storpia il nome. (P.1808: "Minale: -Perchè lei parla di Marino Leonardi; e quindi, così, si può immaginare che Lei non lo conoscesse. Teste: -No, io non ho mai saputo dell'esistenza di questo Marino, fino a quel giorno"; e anche a p.1813).
Il Procuratore generale, nella prima parte della sua perorazione (la seconda si è bruscamente alzata all'ottava savonaroliana), ha tranquillamente dichiarato complici in omicidio tutti i bei nomi già di Lotta Continua che gli capitavano a portata, e altrettanto tranquillamente dichiarato la medesima Lotta Continua banda armata. Continuo a pensare che dovrebbe essere vietato.

Primo riscontro: il colloquio con Bertone

"Valido riscontro obbiettivo" a mio carico la sentenza Della Torre trova invece nel fatto che Marino aveva fatto il mio nome (e di Pietrostefani) nel colloquio con Flavio Bertone. Io ritengo fermamente insensato un simile ragionamento. Per esso Marino che nel maggio '88 va da Bertone a chiedergli aiuto e gli fa il mio nome, che a luglio ripeterà ai carabinieri, diventa riscontro di se stesso. La sentenza pretende di sorreggersi su una pronuncia della Cassazione, per cui "la chiamata di correo 'de relato' può trovare riscontro anche nelle dichiarazioni di un soggetto che affermi di aver ricevuto dal chiamante la medesima confidenza" (p.455). La chiamata di correo 'de relato' non c'entra niente, come ognuno vede. Di più: nessun oltranzismo accusatorio può scalfire la persuasione (certo non la mia) che Bertone abbia senz'altro consigliato a Marino di andare dai carabinieri, ma abbia molto più probabilmente consigliato o fatto consigliare ai carabinieri di andare da Marino. Le falsità e le reticenze che hanno accompagnato questo capitolo restano insuperabili da ogni altra ricostruzione. Non le ripeto: i giudici le trovano agli atti.
Cito infine la conclusione della sentenza Della Torre: " La deposizione del Senatore Flavio Bertone, degno della massima fede e che ha parlato di un tempo (Maggio 1988) apprezzabilmente anteriore alla fine di luglio 1988, quando Marino ha reso la sua confessione. Il riscontro appare assolutamente valido". Quanto all'apprezzabilità dell'intervallo, la sentenza non la guadagna neanche spostando, come fa, la "confessione" dall'inizio di luglio (almeno) alla fine.
Questo dunque era il primo riscontro a mio carico. Lo dichiaro, modestamente, assolutamente nullo e anzi contrario al fine che si propone.

Secondo riscontro: la frase di Paolo Buffo

Nuovo riscontro: il primo interrogatorio di Paolo Buffo secondo cui la mattina del 17 maggio 1972 eravamo nella redazione romana di Lotta Continua sia io che Pietrostefani, come Marino aveva raccontato di aver saputo da Pietrostefani. Di che genere di riscontro si tratterebbe è evidente a prima vista. E per accreditarlo, la sentenza deve dichiarare falsi perchè tardivi e affezionati tutti i testimoni presenti alla redazione del giornale quella mattina (era difficile che la redazione di Lotta Continua fosse frequentata da disaffezionati; quanto alla tardività, furono testimoni al dibattimento, dove dovevano esserlo); deve dichiarare falso Marco Liggini, quanto all'ora in cui arrivai al giornale e al modo in cui appresi dell'omicidio Calabresi (e per farlo deve sostenere che Liggini ebbe sempre cinquant'anni); e deve lodare come "spontanee e veritorie" /sic! P.456/ le dichiarazioni di Buffo. Il quale, interrogato in istruttoria, parlando cioè di ricordi risalenti a 16 anni prima, aveva detto: "C'erano anche Sofri e Pietrostefani per quanto ricordi. Voglio dire che c'erano in molti, oltre Sofri e Pietrostefani" . Anche a voler dar per buono il trabocchetto piccino del "per quanto ricordi-voglio dire", Buffo può essere stato tradito dalla memoria, e in questo caso la sua correzione successiva si spiega a sufficienza con il ricorso a quei riferimenti contestuali grazie ai quali la memoria di episodi cancellati o attenuati si precisa in ciascuno. O può essersi indotto a riferire Pietrostefani presente, per difenderlo da chissà quali sospetti. Paolo Buffo (è morto anche lui, come Liggini e tanti altri passati per queste carte) era infatti, esattamente come gli altri, affezionato e, se valesse il pregiudizio della sentenza, "decisamente parziale". Naturalmente il pregiudizio, essendo tale, viene fatto valere a senso unico, divenendo così un pregiudizio doppio. (La spiegazione di Buffo in dibattimento, 22.1.90, p.684: "La formulazione della domanda, in istruttoria, abbinava i nomi di Sofri e Pietrostefani. Evidentemente io mi ricordavo che, poi Sofri stava in redazione, e quindi ho detto 'per quanto ricordi'. E', chiaramente, una formulazione Oltre Sofri e Pietrostefani, c'erano altri compagni E' una formulazione di verbale").
Il primo incerto ricordo di Buffo era comunque sbagliato. Pietrostefani non avrebbe frequentato la redazione di LC essendo latitante, e tanto meno l'avrebbe fatto nel giorno di un omicidio da lui ordito: osservai già che se davvero fosse stato lì, questa sarebbe una prova positiva a suo discarico. (Non: "nel giorno", ma "nei giorni". Perchè, a stare a Marino, "in spasmodica attesa" alle telescriventi di LC avremmo dovuto, io e Pietrostefani, restare sia il 16 maggio che il 17 ). Osservai anche che la sede di LC, in piena Trastevere ­sul retro del Ministero della Pubblica Istruzione- si trovava a pochi metri da una stazione dei carabinieri, coi quali condividevamo la frequentazione del caffè d'angolo. Postaccio per un latitante e per non dare nell'occhio il giorno di un attentato. Osservai anche, ad altro proposito, che l'usurato comunicato da me scritto il 17 maggio cominciava con la frase: "Ieri Wallace, oggi Calabresi". Dimostrazione della sua totale estemporaneità, dato che l'attentato contro Wallace era letteralmente del giorno prima. Potrei continuare, dato che ogni anello della ricostruzione porta al prossimo, tutti rendendo implausibile l'accusa.
Ma basti questo a rilevare la portata del "riscontro" numero 2: la mia presenza con Pietrostefani in redazione il 17 maggio, esattamente simmetrica, nella sua fabbricazione, alla presenza di Pietrostefani e mia al preteso colloquio pisano del 13 maggio dopo il mio comizio.

Terzo riscontro: Marino a Pisa

Siamo così al terzo riscontro "obbiettivo e sicuro": la presenza di Marino a Pisa e "l'incontro con Sofri al Comizio del 13 Maggio '72" (maiuscole della sentenza, per bisogno di ingrandimento). L'argomentazione ha un esordio ameno: "Non vi sono motivi per dubitare" della presenza di Marino a Pisa. In effetti non ve ne sono, avendo io stesso, oltre che smentito il falso incontro con me e Pietrostefani, e poi solo con me, riferito da Marino, fornito dettagli veri sulla sua visita serale a casa mia, da Marino negati prima e poi ricordati meravigliosamente.
Dopo questa superfluità, la sentenza invoca "la logica, alla quale sempre ci si deve attenere nella motivazione di una sentenza", per dire che la presenza di Marino a una manifestazione "regionale-toscana" non era "normale e di routine", "mentre non risulta provata la partecipazione di altri militanti piemontesi o lombardi". Quest'ultima circoscrizione geografica è divertente quanto bizzarra: semplicemente, l'estensore deve essersi ricordato almeno della presenza, con Boato, di militanti trentini, e ha dovuto perciò coniare una locuzione lombardo-piemontese. Così facendo ha però dimenticato, o occultato, platealmente il racconto di Marino stesso, che è venuto a Pisa prendendo un passaggio sull'auto della Vigliardi Paravia con altri militanti di Torino, i quali avevano deciso in precedenza di partecipare alla manifestazione pisana! Al ridicolo di questa contraddizione la sentenza si è esposta appunto dopo aver reso omaggio alla propria logica. Coronata dal paragrafo conclusivo: "Se poi si considera che Marino non aveva avuto alcun rapporto con Sofri da oltre un anno e che l'incontro è avvenuto a pochissimi giorni dall'omicidio Calabresi si dedurrà il significato di tale incontro e il suo valore probatorio quale riscontro". Ora: o l'incontro è avvenuto ed è stato provato ­il dialogo appartato, il mandato ecc.- o bisogna provare che sia avvenuto, prima di dedurre. Semplicemente, è stato provato che non è avvenuto. Tale dunque il terzo riscontro: presenza di Marino alla manifestazione pisana!

Quarto riscontro-conforto: Marino a Massa

Il punto successivo (p.459) non è chiamato "riscontro", benchè sembri dal contesto che sia passato per tale, e designato col sinonimo di "altro conforto obbiettivo alla confessione di Marino". E' la sua presenza a Massa il 20 maggio '72. "Per ricevere le congratulazioni di Sofri" /sic!/. Qui a riscontrare Marino è la Bistolfi. Se ne è parlato abbastanza. Tale è il quarto riscontro-conforto.

Quinto riscontro: leader massimo e imperatore romano

Il quinto "riscontro" è il più esemplare: "è rappresentato dal ruolo di Sofri indicato quale Leader massimo /qui la sentenza si fa cubana/ di Lotta Continua, ammirato, stimato e quasi idolatrato da Marino". In effetti fui leader senz'altro di Lotta Continua, e amato e stimato da molti. Riscontro non privo di grandiosità. Ribadito dalla sentenza attraverso la cartolina demenziale da me prodotta della Bistolfi, in cui divento Hadrianus Imperator" ("la famosa cartolina", così la sentenza). Prego rileggere. Tale è il quinto riscontro.

Sesto riscontro: gli articoli di giornale

Il sesto riscontro è negli articoli comparsi sul giornale Lotta Continua. I quali "valgono quale riscontro per tutti gli imputati, ma in particolar modo per Sofri". La sentenza sposa l'idea della "rivendicazione criptica", e la descrive come "significativa conferma dell'esistenza, dello spessore e dell'attualità del movente". Aggiungendo subito dopo la frase misteriosa: "Nessuna indagine appare pertanto utile in proposito".
Segue l'elenco degli articoli, che in questa revisione il P.G. Ferrari ha pedissequamente recitato, aggiungendoci di suo l'espressione "a firma di Sofri". Nessun articolo di LC fu mai firmato, per ragioni non di segretezza ma di ripudio della proprietà privata, per così dire: il P.G. non lo sa. Non importerebbe, se il P.G. non si fosse indotto a insultarmi, oltre che come peggiore di un assassino, come vigliacco e ipocrita. Gli articoli che vengono attribuiti a me possono esserlo per il solo fatto che sono stato io ad addebitarmene la paternità personale. Dunque il "riscontro" è questo, una lettura deliberatamente paranoica di articoli di giornale (che, guardacaso, allora, nel 1972, nessuno lesse come "rivendicazioni criptiche", nemmeno i nostri nemici) letteralmente calcata sulle tesi dell'accusa privata.

Un paio di precisazioni sugli articoli

Devo rifare alcune precisazioni. Gli articoli della campagna contro Calabresi, compresi quelli più ignobili e in questa revisione riletti ad alta voce, con compiacimento e per ragioni che temo spettacolari, una ventina di volte, non furono scritti da me neanche in una riga, e risalgono ben in là nel tempo. Nella primavera del '72 la cosiddetta campagna contro Calabresi taceva da tempo. Ciò non è senza significato per sè, e figuriamoci di fronte alla pretesa non so se più folle o provocatoria di presentare la linea politica di LC nella primavera del '72 come una scommessa sulla rivoluzione imminente, da scatenare attraverso un omicidio politico. Questa oltraggiosa buffonata è stata appena urlata in questa revisione dall'avvocato Ligotti.
L'altra precisazione riguarda l'articolo sui "Quaderni Piacentini", anch'esso evocato a iosa. Ligotti, che legge in ogni articolo la rivendicazione criptica di un omicidio, inventò che io ne fossi autore, sotto pseudonimo. Era falso, e lo dissi: doveva bastare. Non bastò: anzi, la mia negazione era la prova della colpevolezza contenuta in quell'articolo. La sentenza Della Torre vi trova "motivi per interessanti deduzioni", al solito, ma, aggiunge, "difetta qualsiasi prova che Marcello Manconi sia lo stesso Sofri". Si sapeva benissimo che l'estensore di quell'articolo era stato Luigi Manconi, il quale vi aveva riassunto una discussione milanese: lo si sapeva prima di tutto da lui, che non solo non se ne era nascosto, ma si era subito proposto di testimoniarne al processo. Fui io a non volerlo, come ho ricordato, perchè il contenuto di un articolo pubblicato era manifestamente irrilevante, e perchè non doveva essere data risposta a chi, come Ligotti, avanzasse insinuazioni tanto false quanto impudenti. Ora qui Ligotti ha avuto l'ennesima impudenza di dire: "Sofri oggi ci ha detto che l'articolo era di Manconi". E' stato ripetutamente detto sui giornali da anni, e non da me. Nè l'ho detto io qui, nè è stato detto oggi. E questo valga per Ligotti, e per gli insulti del Procuratore Generale. (Si veda, per restare alle carte del processo, la lettera da me rivolta alla Corte del primo appello, al termine del dibattimento, in cui scrivevo fra l'altro: "Quando uscì la mia Memoria, in cui (p.90) riferivo della deliberata farneticazione dell'avv.Ligotti sul punto ­vedo che ora ha detto che nella Memoria avrei attenuato la mia reazione!- gli autori degli articoli sui Quaderni Piacentini mi cercarono per dirmi chi erano e che erano pronti a rivelarsi. Fui io a chieder loro di non farlo, per l'assoluta irrilevanza del merito, e perchè non dovrebbe essere consentito a nessuno di inventare il falso, come quell'attribuzione a me, per puro comodo e in pura irresponsabilità").
Valga anche per una sentenza, come quella definitiva, che negli articoli di giornale individuò "un ulteriore postumo indizio dell'esistenza di un movente del delitto" (p.468); "movente che risulta riscontrato a chiare lettere dai richiamati articoli del giornale di Lotta Continua" (p.469).

"Contenuti e toni" che furono solo di LC?

Nella stessa pagina, la sentenza Della Torre sostiene che i giudizi e le argomentazioni pubblicati su Lotta Continua all'indomani dell'omicidio di Calabresi furono assolutamente singolari, e contrastanti con quelli del resto della sinistra del tempo, così da caratterizzarne il significato di movente e rivendicazione criptica. Cfr. a p.469, dopo aver elencato gli articoli di LC: "Preme a questo riguardo sottolineare come siano state abissalmente diverse, per toni e contenuti, le prese di posizione della sinistra culturale e politica dell'epoca. Non è pertanto vero che l'atteggiamento assunto da Lotta Continua fosse comune". E a p.470: "Basta leggere a titolo comparativo i giornali e i periodici della sinistra politica dell'epoca per rilevare la grande differenza. (Vedi Unità, Manifesto, Vie Nuove ecc. In atti vol.XII)".
Avevo all'opposto sostenuto che non solo dedurre da articoli di giornale moventi e rivendicazioni omicide era ed è insensato e illecito, ma che era reso materialmente impossibile dall'esistenza di "toni e contenuti" analoghi da parte di altre organizzazioni e organi di stampa della sinistra estrema contemporanea. Argomento non bisognoso di prova, mi pareva.
Offro qui per la prima volta una sommaria recensione di posizioni assunte o ospitate fuori da Lotta Continua, e assolutamente consonanti con le sue, quando non più oltranziste. (Ne allego le fotocopie integrali, scusandomi del loro formato da giustapporre).
Dal settimanale Potere Operaio, 28 maggio 1972, "Morte di un poliziotto". E' il primo commento del gruppo. Scrive fra l'altro: "Gli operai nelle fabbriche, nei cantieri, non hanno certo pianto Calabresi; anche loro sanno distinguere le loro perdite da quelle del nemico di classe La storia di questo commissario rappresenta in modo esemplare, fuori da ogni caratteristica personale, la storia della violenza dispotica che i padroni hanno rovesciato contro le lotte operaie Gli operai capiscono cosa c'è dietro a ogni parola: Calabresi era il commissario che interrogava i compagni costringendoli sul davanzale della finestra, era colui che la voce popolare additava come l'assassino di Pinelli, era colui che grazie a questa fama aveva ottenuto una bella promozione Certo, terrorismo è quello che ha fatto cadere uno di loro, che ha rotto in modo così brusco il nostro equilibrio; e questa iniziativa terroristica costringe oggi tutti a prendere posizione. I padroni lo hanno fatto immediatamente, noi anche abbiamo il dovere di farlo sottraendoci a ogni tentazione opportunista. E allora, di fronte a questa iniziativa dobbiamo avere una sola obbiezione: e cioè che la sproporzione tra i nostri morti e i loro, non è colmabile con questi strumenti".
Dallo stesso settimanale, P.O., 4 giugno 1972, "Comunismo e terrorismo". Scrive fra l'altro: "E' noto che la violenza degli oppressi quando esplode è sempre proporzionale alla violenza a cui sono sottoposti La morte di Calabresi, un poliziotto indicato dalla voce popolare come un boia ed un assassino, rientra in questo quadro. Da questo punto di vista è politicamente secondario stabilire chi lo ha ucciso ­ se cioè è un atto di giustizia proletaria o un assassinio realizzato per torbidi scopi, da un killer prezzolato. Ciò che è determinante è che nessun operaio ha pianto sul cadavere di Calabresi. Anzi."
Nello stesso numero, si riportano citazioni di Lenin e Trotzky, come quella che segue: "Distinguete bene i vostri nemici coscienti dai vostri nemici inconsapevoli e casuali. Annientate i primi, risparmiate i secondi Nel combattimento contro la polizia agite così: in ogni circostanza favorevole uccidete tutti gli ufficiali fino al grado di commissario compreso; disarmate e arrestate i graduati".
Dal mensile "A -Rivista anarchica", giugno 1972, "Morte di un poliziotto". Scrive fra l'altro: "Vogliamo esprimere la nostra opinione con sincerità, seppure con minore lapidarietà e completezza di quanto vorremmo, ad evitare ­se pure è possibile coi tempi che corrono- di farci incriminare per apologia di reato Partiamo dal dato di fatto che Calabresi è stato ammazzato e che gli anarchici, i rivoluzionari, i proletari non hanno pianto. Hanno pianto i parenti di Calabresi e del loro dolore ci spiace, ma non più di quanto ci spiaccia il dolore dei parenti di tutte le vittime di incidenti stradali. .. Hanno finto di piangere, ed in realtà erano spaventati, i commissari, i questori, i prefetti, i ministri, i padroni, i quali hanno scoperto che, se il loro sistema può uccidere i sovversivi, loro, gli individui, non sono invulnerabili. Hanno constatato che già ora la singola rotella dell'ingranaggio repressivo può essere chiamata a rispondere dei suoi atti Comunque sia andata la faccenda dell'uccisione di Calabresi, provocazione o vendetta, essa ha avuto il valore di un monito Quello che è certo è che nessuna organizzazione rivoluzionaria, anarchica od extraparlamentare, ha progettato questa esecuzione del commissario. Ma non basta certo questo per qualificare di provocazione il fatto. Altro è dissentire sull'opportunità politica di un gesto altro è mettere subito avanti le mani impaurite gridando alla provocazione. Il che, oltretutto, non è nemmeno dignitoso, quando per due anni si è gridato nelle piazze 'Calabresi assassino' e 'Pinelli sarai vendicato'.".
Il settimanale della Federazione Anarchica Italiana, Umanità Nova, pubblica nel numero del 27 maggio 1972 il comunicato della Commissione di Corrispondenza della F.A.I., intitolato " Nè sdegno nè dolore": "La violenza terroristica dello Stato si ritorce contro i suoi strumenti. L'assassino di Pinelli è stato a sua volta assassinato. I detentori del potere, il presidente della repubblica, gli organi di propaganda del regime che nei giorni scorsi hanno passato sotto silenzio il bestiale assassinio dell'anarchico Franco Serantini a Pisa, gridano la loro esecrazione e simulano una indignazione popolare che non esiste. Mentre riaffermiamo che l'assassinio politico non rientra nella pratica del Movimento Anarchico, ma in quella degli Stati, ci guardiamo bene dall'associarci all'altrui ipocrisia manifestando uno sdegno e un dolore che non sentiamo".
Nello stesso numero, c'è un esempio impressionante di ferocia verbale satirica, per così chiamarla, condotta calcando le versioni della polizia dopo la morte di Pinelli. Titolo: "Morte accidentale di un commissario". "Secondo ambienti giornalistici molto vicini alla questura egli non sarebbe stato assassinato ma si sarebbe suicidato. I fatti si sarebbero svolti più o meno così. Mentre il prestigioso atleta a colpi di karaté si faceva largo tra la folla per raggiungere la sua macchina, veniva avvicinato da alcuni giovani che iniziavano con lui 'uno scambio leale di vedute'; all'improvviso uno dei giovani diceva: 'Un tuo collega ha confessato'. A quelle parole il commissario sbiancava in volto e gridando 'E' la fine della polizia!' afferrava la pistola d'ordinanza e si sparava. Vano il tentativo di fermarlo operato da uno dei giovani che rimaneva con la terza delle due pistole del commissario in mano. Appena appresa la notizia del suicidio un ex-questore ha dichiarato: 'Non lo abbiamo ucciso noi, è stata una fatalità, il suo alibi era crollato'."
Così fogli che non appartenevano a Lotta Continua. Poichè si sono citati anche i volantini, allego un esempio fra tanti: la cronaca (dalla pagina torinese della "Stampa") che riporta la fotocopia di un volantino di "Potere Operaio", e citazioni di manifesti di "P.O." e anarchici. I manifesti di P.O.: "La morte di Calabresi è vista da tutti i proletari come un atto di giustizia"; "Sallustro, Wallace, ora Calabresi". Dunque: o la rivendicazione era per un omicidio da "intergruppi", o, ovviamente, non era una rivendicazione. Allego anche la pagina dell' "Astrolabio", la rivista di Parri, sulla quale Giampiero Mughini, peraltro in aspra polemica politica con LC, fa la cronaca della morte di Serantini e delle reazioni. Occhiello e titolo ("Franco Serantini un altro compagno assassinato. Siamo in tanti gliela faremo pagare cara") riletti oggi e con l'occhio paranoico dell'accusa, sono una "rivendicazione anticipata"

Questa triste silloge basta e avanza a restituire la rimossa "aria del tempo", e a destituire di ogni fondamento la pretesa della sentenza di dichiarare "toni e contenuti" successivi alla morte di Calabresi esclusivi di Lotta Continua, e dunque valevoli come "movente postumo".

Questi i riscontri

Questi i "riscontri". Non esisteva nessun riscontro. Era vero prima, lo è ora, ancora più chiaramente.

La liquidazione sommaria delle obiezioni

Lo stesso capitolo della sentenza dedicato ai "riscontri" rispondeva alle obiezioni difensive. A p.470 affermava provata "la decisione dell'esecutivo, con il voto favorevole di Sofri e Pietrostefani, ed altri partecipanti, non potuti identificare". Provata quando, come e da chi? E "l'inchiesta compiuta a Milano dai militanti sulle abitudini del Commissario Calabresi": provata da chi? Forse ricavata dall'articolo, feroce quanto stupido, del 1970 in cui si dava un indirizzo sbagliato del commissario? Forse ricavata dall'appunto su Zambarbieri e Sangermano, militanti di una formazione locale, sconosciuti a Lotta Continua, e peraltro capaci di spiegare esaurientemente l'origine dell'episodio? (Interessante davvero solo per lo spunto eventuale offerto dal nome di uno dei due, Luigi, alla fabbricazione dell'introvato e introvabile "terzo uomo").

Gli strafalcioni: un funerale al giorno

Per invalidare l'insieme di testimonianze sul mio comizio pisano, la sentenza commetteva errori marchiani. Si rilegga la pag.472 (già citata sopra), a proposito della deposizione di Soriano Ceccanti, dove viene svolta un'argomentazione incredibile. Ceccanti aveva detto che la manifestazione del 13 si era svolta dopo il funerale di Serantini. La sentenza interpreta, o finge di interpretare, come se Ceccanti abbia inteso "dopo il funerale, nello stesso giorno", e ne conclude trionfalmente: "Ebbene il 13 Maggio non vi è stato alcun funerale di Serantini". Frase doppiamente da sottolineare, per lo svarione, e per l'italiano, che fa intendere che i funerali di Serantini fossero comunque numerosi. Chissà che cosa scriverebbe la sentenza della dizione: dopo Cristo.

I testimoni aboliti

La sentenza continua allegando falsamente che Ceccanti "ha poi sostenuto di essersi allontanato dalla piazza senza precisare, neppure approssimativamente nè quanto tempo prima, nè a quale ora del giorno". /Cfr. dib., "Io sono andato via un po' prima della fine del comizio", p.1534; "E' arrivato a casa verso che ora? ­Prima di cena. Cioè faceva già abbastanza buio e comunque fra le 7.00 e le 7.30", p.1535; "Dopo un quarto d'ora, venti minuti, un quarto d'ora di preciso non ricordo, comunque prima di cena è venuto Sofri con Guelfo a casa mia", p.1536/.
Passando ai testimoni della fine del comizio, la sentenza li ribadisce partigiani, procedendo in una tradizione di questo processo che ha voluto abolire la figura del testimone. Ancora: "Una conversazione di Sofri con un militante quale Marino non appariva particolarmente degna di attenzione, tanto da essere ricordata dopo diciotto anni"! Per escludere l'incontro (p.475) "costoro avrebbero dovuto tenere costantemente sotto controllo Adriano Sofri, mentre nessuno di loro, sfollando dal comizio ha dichiarato di averlo seguito pedissequamente, minuto per minuto. Anche questa obiezione non merita pertanto accoglimento". Falso: sia Guelfi che Moretti hanno detto esattamente di non avermi mai perduto di vista. /cfr.Guelfi, pp.1515-16; Moretti, pp.1501-1505/
Alla pagina seguente la sentenza, superando d'un balzo la vergognosa smentita di Marino in aula, e il pudore (chiamiamolo così) col quale la sentenza di primo grado aveva rimosso la questione, dichiara plausibile che fosse toccato a me, in attesa del colloquio pisano che non sapevo neanche di avere, sbrigare il "dettaglio operativo" del "contatto fra Marino e il basista di Milano chiamato Luigi".
Ancora, in questa colonna di manipolazioni, la sentenza deve aggiustare la visita serale a casa mia, da Marino prima esclusa ("Salutai Sofri e ripartii per Torino"), poi, su mia contestazione, ammessa, e finalmente ricordata con entusiasmo e false aggiunte. Dice la sentenza: per incontrare Sofri la sera Marino avrebbe dovuto prendere un appuntamento con lui, dunque lo vide e gli parlò. Peccato che Marino stesso abbia detto, al confronto con me, che sapeva che la mia casa era un porto di mare, e che non aveva certo bisogno di chiedermi il permesso per andarci. Si rilegga la prosa impudente con la quale la sentenza argomenta il contrario: "E' assurdo e fuori dalla realtà pensare che egli /Marino/ potesse aver presagito e indovinato /sic!/ il possibile incontro serale con il suo Capo nella casa ex Sofri, mentre è consentito dalla stringente logica dei fatti arguire anzi che proprio in conseguenza del colloquio in Piazza, sia avvenuto anche il secondo incontro, nell'abitazione della Peretti".
Guardate ora con che premura eufemistica la sentenza descrive il trapasso dal Marino che aveva raccontato di avermi cercato, negli anni '80, per effondere i suoi rimorsi, venendo da me respinto, al Marino che deve ammettere la provatissima circostanza che mi aveva cercato per chiedere aiuto finanziario. "Si sostiene che Marino non volesse parlare di politica ma di aiuti economici ed in effetti Marino dopo le precisazioni di Sofri, ha subito ammesso di averlo avvicinato due volte per ottenere un finanziamento L'argomento non merita particolare approfondimento e considerazione". (P.479). Comunque, secondo la sentenza, anche la "reticenza" di Marino sulle ragioni degli incontri recenti non avrebbe potuto scalfire la sua credibilità. "Le stesse difese neppure prospettano l'ipotesi di un ricatto". Ma non di "reticenza" si era trattato, bensì di una menzogna calunniosa, tesa a mostrarmi come un cinico ricacciatore dell'altrui rimorso ("i rimorsi devi seppellirli"; "visto il tenore delle risposte non lo cercai più") invece che come una persona benevola verso i bisogni di un antico compagno benchè non compiacente verso le sue bravate.
Infine, Liggini. Le sue dichiarazioni sono, per la sentenza, "vaghe sull'ora dell'asserito incontro": falso. Dato che non furono "dichiarazioni", ma risposte all'interrogazione del Presidente, Liggini non parlò dell'ora dell'incontro perchè non gli fu chiesto di parlarne. Ma l'ora si deduce dal suo racconto (aveva avuto la notizia per telefono a casa, aveva fatto altre conversazioni al telefono per discuterne e commentarla; dopo tutto ciò era sceso a portar fuori il cane). Per la sentenza, interrogato dal G.I. io avevo parlato di "un giovane di cui però non si ricordava nè il nome, nè le circostanze del colloquio": falso. Non dissi affatto di non ricordare il nome e le circostanze: si legga il verbale. Foglio 7: "Ricordo perfettamente come appresi la notizia. Arrivai alla sede di L.C. a via Dandolo n.10 ed un giovane mi comunicò subito fermandomi per strada la notizia dell'omicidio".
Della trovata sull'eterno cinquantenne non occorre dire più. (P.481) La sentenza dice che Liggini non ha ricordato una sola parola di commento di Sofri: falso. Liggini ha onestamente e ragionevolmente detto, a proposito delle mie parole: "Non ci potrei giurare 'Non dire stupidaggini': ecco, più o meno, il senso era questo, insomma" (pp.1687 e anche 1688). La sentenza dichiara Liggini inattendibile perchè della stessa area politica di Sofri, avendo appartenuto al gruppo di persone che raccoglievano informazioni su "quella che allora si chiamava strategia della tensione": si chiama ancora così. Liggini fu in realtà il principale autore della ricerca sulla "Strage di stato", che a distanza di trent'anni è diventata la dizione ufficiale, oltre che dei libri di storia, dei processi penali. Infine, la sentenza (p.482) trova inconcepibile che "il capo indiscusso di LC", "il Capo di un Movimento di importanza Nazionale", "un Uomo Politico un Giornalista-Direttore di un quotidiano di tanto rilievo" (maiuscole, al solito, sue) non fosse stato ancora, quella mattina, informato dell'accaduto. La sentenza ha in mente altri Capi Giornalisti e Uomini Politici: io ero uno senza telefono, ospitato da qualcuno, che usciva tranquillo di casa, non presto, e veniva a piedi in redazione, col cane, e ci tornava, a piedi, col cane, a tarda notte. Sul fatto che avessi un mastino napoletano il Presidente ritenne di fare una battuta, del genere: "Gli chiederemo dove lo metteva il mastino napoletano in redazione". Lo mettevo nella guardiola, insieme a una mastina napoletana: coppia per la quale la nostra sede era famosa. Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OSSERVAZIONI PROFANE SULLE PERIZIE

Sono inetto alla valutazione di questioni tecniche come quelle sollevate nelle perizie, e la mia conoscenza degli atti, inevitabilmente buona ­sono, se non altro, ripetente- si è deliberatamente fermata alla soglia di quegli argomenti. Per questo essa è senz'altro più facile di quella, universale, richiesta a chi giudichi. Desidero solo esporre alcune impressioni non tecniche. La prima riguarda l'intervento dei consulenti della polizia a proposito dell'incidente automobilistico e del problema balistico.

Le macchine incastrate: troppa grazia

Sul primo punto, l'incidente automobilistico, essi hanno presentato una ricostruzione insolita, hanno detto, rispetto all'uso consueto ­la ricostruzione della scena del delitto- ricorrendo a una tecnica e ad apparecchiature di cui hanno molto lodato l'estrema sofisticatezza. La loro elaborazione si è conclusa con quello che voleva essere un piccolo trionfo, presentato poi dall'avvocato dello stato come un colpo di scena, una rivelazione a trent'anni dal delitto, bastante da sola a riscontrare senz'altro il racconto di Marino. Essa consiste nella tesi del rostro dell'auto del Musicco che si incastra sotto il parafango della 125, tesi inedita e fatale, in quanto confermerebbe imprevedibilmente il racconto di Marino. Il quale, dopo l'urto, avrebbe fatto cenno al Musicco di fare spazio, in modo da poter uscire dal parcheggio ­e così sarebbe avvenuto. Già la parte civile aveva chiesto ai periti della corte se sulla base delle loro ricostruzioni risultasse necessaria la marcia indietro del Musicco riferita da Marino, ottenendone una risposta negativa. I consulenti del ministero dell'interno hanno ritenuto invece di darne una positiva: troppo positiva però. Troppa grazia sant'Antonio, cioè.
Se infatti le due auto fossero finite incastrate, così che una non potesse muoversi senza la marcia indietro dell'altra, bisognerebbe spiegare come mai proprio Marino non se ne fosse accorto: non era un dettaglio da poco. Chiedere spazio per fare una manovra è tutt'altra cosa che liberare un'auto incastrata nell'altra. I consulenti hanno confermato il dettaglio di Marino, ma l'hanno confermato troppo. Questo è un caso in cui l'ipotesi da cui si è mossi prende la mano, benchè così sofisticata, dei ricercatori.

Livelli di grigio

Sulla questione balistica, gli stessi consulenti hanno rovesciato, se ho ben capito, il loro orientamento preliminare. In una sequenza di discorsi dallo strano suono promozionale, hanno sostenuto l'inapplicabilità alla ricerca balistica di tecniche per essa troppo sofisticate. Dunque non la superfluità di una sofisticazione spinta, bensì la sua nocività. Come nell'eccesso di definizione, hanno detto, l'immagine finisce per risultarne sgranata e deformata, piuttosto che precisata. In particolare, hanno sostenuto, con un richiamo autoritario alle autorità internazionali, che in balistica resta in ultima istanza arbitro l'occhio dell'esperto.
Sono stato sconcertato da queste perorazioni. Vi ho sentito ­a torto, forse- una specie di gelosia professionale e quasi sindacale, un'intenzione di buttare alla svelta fuori dal proprio campo l'intruso dilettante che pretende di guardare alle cose con un occhio nuovo. Gli intrusi sono il professor Accardo e i suoi collaboratori. Essi hanno spiegato in primo luogo senza ombra di dubbio che la maggior raffinatezza tecnica del loro esame non ha possibilità di deformarne il risultato. La formula impiegata da Accardo ­mi è molto piaciuta- è stata chiara: "Possiamo non vedere cose che ci sono, non possiamo vedere cose che non ci sono". Questa assicurazione è stata esplicitamente confermata dai periti informatici affiancati al professor Compagnino come periti della corte. Questi ultimi hanno spiegato di aver adottato griglie o strumenti di esame a definizione assai più bassa, non perchè la più alta rischiasse di deformare i risultati dell'osservazione, ma perchè la più bassa appariva comunque sufficiente allo scopo proposto. Così almeno ho capito, in particolare riguardo all'affascinante questione dei livelli di grigio.

La distruzione e la perdita dei corpi di reato, e le nuove ricerche

Il punto è, per me, questo: che i consulenti di parte civile si sono impegnati a sostenere, in via preliminare e metodologica, l'impossibilità di ottenere risultati nuovi o più esatti dal riesame dei reperti balistici. Essi non hanno fatto proprio l'impegno e lo sforzo di cimentarsi nel trarne i risultati possibili, salvo dichiararne a posteriori l'impossibilità, o, in caso positivo, discuterne gli esiti. Si sono impegnati a negarla. Non riesco ad apprezzare questo atteggiamento in generale, e lo apprezzo ancora meno quando i mezzi di una ricerca ulteriore vengono imposti e limitati dalla distruzione di corpi di reato. Della qual distruzione, qualunque indulgenza si adotti per spiegarla, la difesa è la sola interamente irresponsabile. Ho ancora nell'orecchio la disinvolta indulgenza con cui l'ha qui spiegata il Procuratore generale, convinto, lui, che niente di anomalo sia avvenuto in questo processo. Vada a proporre in un tribunale anglosassone un processo in assenza di tutti i corpi di reato: anzi, non in assenza, ma in colposa ­almeno- loro distruzione. (Vada anche a proporre il "pentimento" di Marino come un unicum per ragioni religiose, in un sistema giuridico fondato sui precedenti).
Questa era la situazione prima della revisione. Le varie voci dell'accusa (in questo processo così moltiplicate: in modo, posso dirlo?, anomalo) avevano fatto a gara nel sostenere che la perdita dei reperti fosse irrilevante, che ogni ulteriore accertamento balistico fosse superfluo, che ogni esame fosse stato fatto, col maggiore scrupolo e con i risultati più certi. La nostra difesa sosteneva che così non fosse. Questa revisione ha detto, per bocca dei periti della corte, che così non era. Io non sono in grado di valutare se lo spazio a un nuovo accertamento sia stato verificato, come ritengono i periti della difesa, o no, come certificano quelli d'ufficio (del resto, ancorandosi a un "ancora no": i nuovi metodi informatici, hanno detto i consulenti della corte, non sono ancora in grado di risolvere l'incomparabilità di "vuoti e pieni"). Ma, all'unanimità, hanno detto che a suo tempo, quando i reperti erano disponibili, la comparazione era possibile, e non venne fatta. Dunque è del tutto insostenibile che la distruzione dei reperti sia stata ininfluente ­come recitano le sentenze a nostro carico- bastando e avanzando i risultati delle perizie d'epoca e le eventuali verifiche sulla documentazione fotografica. Questa è la situazione dopo la revisione.

Provando e riprovando

Se dipendesse da me, correggerei lievemente, per sobrietà, il principio inscritto nelle aule dei nostri tribunali. Scriverei che la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Se dipendesse da me, ancora, ci aggiungerei un motto sottoscritto: "Provando e riprovando". E' il motto che passò da Dante a Galileo all'Accademia del Cimento. Quel motto dà esempio del metodo sperimentale nella scienza, e vuol dire che "non bisogna mai fidarsi della prima e unica prova, ma bisogna tornar più volte a ripeterla". Ma vuol dire anche, benchè in genere sfugga, "approvando e confutando". Riprovare significa tanto provare di nuovo, quanto respingere, confutare, dimostrar falso. In questa seconda accezione, il motto anticipa la divisa epistemologica di Karl Popper, che esige, per il controllo scientifico, le condizioni della verifica e ancora più della falsificazione. Scientifico è l'esperimento che indichi le condizioni alle quali essere riconosciuto falso o erroneo. Un processo di revisione ha molto a che fare con questo principio.
Ho pensato a Galileo Galilei, in qualche udienza di questa revisione, e in qualche altra a Paolo Sarpi. Era inevitabile, a Venezia. Ho pensato a Galilei, fornitore di cannocchiali alla Serenissima, buoni a guardare le stelle e ancora di più le navi dei nemici, e alle avversioni scolastiche e dogmatiche che le sue scoperte suscitavano. Quando gli antichi lodavano la verità delle cose "vegiute con gli ochi e tochate con mano", facevano un gran passo fuori dalla superstizione e dal pensiero magico. Quando allungarono la vista d'occhio con dei sistemi di lenti, fecero un gran passo verso il molto grande e il molto piccolo. Oggi, un astronomo sta seduto in una sala senza finestre, a ricevere una trasmissione ininterrotta di dati matematici che formidabili occhi di macchine e di satelliti vedono e traducono per lui. L'apologia dell'"occhio del perito balistico" fatta in quest'aula è forse una resistenza antica, benchè rivestita di assicurazioni moderniste? Dice l'occhio, e vuol dire naturalmente il microscopio: a suo tempo sospetto e osteggiato più dei 4096 livelli di grigio distinti oggi dall'Istituto centrale per il restauro. Feci in tempo a sentire l'ultima eco del racconto triestino sulle innovazioni teresiane nella burocrazia: fu introdotta la carta copiativa, e gli impiegati amanuensi ma disciplinati vi si piegarono, ma dopo aver scritto ogni pagina su quella diavoleria ne rileggevano da capo a fondo la copia, per sincerarsi che fosse proprio uguale all'originale.
Quando si è chiesto ad Accardo e ai suoi se fossero alla prima esperienza di balistica, si voleva probabilmente sottolinearne l'inaffidabilità. Naturalmente era la prima ­l'ultima, immagino che sperino- così come lo era per i periti informatici d'ufficio: e proprio qui stava l'interesse e l'efficacia potenziale della loro applicazione. Di tutto il capitolo, per me purtroppo farraginoso e pressochè incomprensibile, delle perizie, questo è stato l'aspetto più coinvolgente e appassionante. Su chi ami l'arte e tragga dalla frequentazione di mostre e musei e cataloghi qualche nozione sul restauro ­che so, sul "rigatino", o sui gradi di non finito in Michelangelo- fa una forte impressione vederne trasferita la tecnica all'esame delle "microstrie" di un proiettile. Parentela antica, del resto: fra il Morelli attribuzionista in pittura attraverso la comparazione dei lobi delle orecchie e il Lombroso criminologo c'era una derivazione stretta. Tenuto a dire le sue referenze, Accardo ha citato: i bronzi di Riace, il Marc'Aurelio, e ora la Pietà Rondanini Ecco un bel capitolo italiano e veneziano in un processo tetro e angoscioso, mi sono detto. Rimasti limitati al rango di ausiliari dei balisti professionali, questi studiosi hanno provato a dire che anche da quei simulacri maldestri di reperti andati distrutti si poteva cavare qualche conclusione, e con quale probabilità.

Anatema

Ho nominato Sarpi. Perchè abbia pensato anche a lui non è difficile da dire. Perchè ­agnosco stilum- ho risentito suonare nella discussione parole e toni che tengo per estranee, improprie e pressochè sacrileghe per un processo giudiziario, in cui si tratta di provare e riprovare, sull'esistenza di reati e non di peccati, secondo le regole della procedura e non i riti confessionali di qualunque confessione. Questi toni sono risuonati, per me senza sorpresa, nelle arringhe degli avvocati della parte civile ­ad eccezione dell'avvocato dello stato- ed era l'ennesima volta. Ma anche, meno ovviamente, nelle conclusioni del Procuratore generale, il quale ritiene che si svolga in quest'aula il tempo supplementare di una battaglia eterna fra la luce e le tenebre, fra il bene e il male. Ho sentito nelle parole del Procuratore Ferrari vibrare una sincerità e perfino una commozione, ciò che mi ha ancora più allarmato. La sua intimidazione finale ­se non ribadirete la condanna ucciderete il commissario Calabresi una seconda volta- può essere ritenuta poco più che un luogo comune. E' una frase invalsa in tante vertenze morali e giudiziarie in Italia, e da ogni versante. Ma sarebbe far torto al Procuratore. Essa va letta alla lettera, come il Procuratore ha preteso di leggere alla lettera, con fraintendimenti micidiali, la lingua della politica estremista di trent'anni fa (confondendo, per dirne una, il servizio d'ordine con l'organizzazione clandestina o illegale, e sostenendo che noi abbiamo negato l'esistenza di un servizio d'ordine in Lotta Continua, freddura immeritevole di commento). Alla lettera, quel pensiero finale vuol dire che una Corte che ci assolva sarebbe moralmente colpevole di omicidio. Non è poco, per la lai