Adriano Sofri: Per noi non è cambiato niente

Il commento dal carcere di Pisa

da , 26 ottobre 1997


PISA - "Per noi non è cambiato niente": così commenta Adriano Sofri in un'intervista all'Ansa nel carcere Don Bosco di Pisa. Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi hanno appreso, insieme a lui, dalla televisione della lettera con cui il presidente della Repubblica giudica "impercorribile" l'ipotesi della grazia. "Non solo non ci siamo sognati di chiedere la grazia - commenta Sofri - ma mai abbiamo ritenuto probabile che essa potesse essere la conclusione di questa vicenda".

"Ci siamo visti subito dopo e il sentimento comune di noi tre - racconta - è stato quello di una forte simpatia per le persone che si sono impegnate in questa richiesta di grazia, credendoci più di noi e più di noi restando oggi addolorate e mortificate. Oggi siamo più che mai grati a loro e se riuscissimo ad attenuare il loro dispiacere ci terremmo molto". Di fronte alle insistenze su quali siano ora le prospettive dei tre detenuti, Sofri aggiunge: "Consideravamo insopportabile la nostra detenzione prima e continuiamo a considerarla tale adesso. Intendevamo batterci contro il carcere prima e continuiamo a farlo".

"Avendo fatto esperienza del funzionamento di questa giustizia, sappiamo che a questo mondo non ce ne è altra e dunque - aggiunge Adriano Sofri - continuiamo, senza fiducia, ma con tenacia, a batterci secondo le sue regole: chiediamo la revisione del processo ed un giudizio della corte europea". E lo sciopero della fame? "Quello è in corso e lo continuiamo, da disciplinati e grati aderenti ad una iniziativa che è collettiva e non partita da noi", risponde Sofri riferendosi alla protesta dei detenuti che si è estesa dal carcere di Rebibbia agli altri istituti di pena.

Per Sofri è comunque un errore quello di Scalfaro nel voler unire la loro vicenda a quella del terrorismo: "Se continua ad accomunare la nostra vicenda con quella del terrorismo ha sbagliato due volte: una volta sostanzialmente, perché non abbiamo a che fare con il terrorismo. Ripeto di essere stato impegnato contro i terrorismi. La seconda volta sbaglia sul piano formale perchè nessuno dei magistrati che si sono accaniti contro di noi ha poi avuto il coraggio, o l' impudenza, di accomunare Lc nel reato di associazione sovversiva". "Noi - conclude Sofri - siamo stati processati fin dall' inizio per un reato di delitto comune, non politico. Che poi ciò conducesse all'ipocrisia di giudicarci per un delitto non comune e di far discendere da questo dei trattati morali sul Sessantotto e sugli anni Settanta, questo è un altro paio di maniche".