Adriano Sofri siamo noi

da Panorama, 31 gennaio 1997

Questo giornale ha una lunga tradizione di battaglie per la libertà, per i diritti civili, per la verità. È il momento di onorarla, e non a chiacchiere. I giornali, quando non sono soltanto veicoli per il piazzamento di cassette, attività encomiabile e fruttuosa per editore e lettori ma che non può esaurire l'identità di una testata, servono principalmente a questo: estendere le libertà e promuovere la verità. I borghesi, nel Settecento, pensarono che questa fosse la loro funzione e che senza il loro vociare nessuna istituzione liberale potesse mai considerarsi al sicuro. Quando entrano in gioco questioni forti, tese, urgenti, decisive per il destino di singole persone e per la salute della cosa pubblica, allora si rinfocolano tutte le passioni, ogni aspetto della realtà diviene controverso, e grande è il pericolo di confusione. Intorno al caso Sofri la confusione è comprensibilmente al massimo. Eppure la questione è di una disarmante semplicità: tre persone sono in carcere e ci sono andate disperate e baldanti per testimoniare non già la loro colpevolezza e volontà di espiazione bensì la loro non colpevolezza. Di qui la protesta contro una condanna a ventidue anni di reclusione considerata, più che ingiusta, mostruosa. Questi tre detenuti hanno ragione. Hanno ragione perché in sette gradi di giudizio (tre condanne, una assoluzione, due annullamenti della Cassazione e una ultima, definitiva conferma), l'unico concreto elemento a loro carico è la parola di un loro vecchio amico.

Se uno ti accusa, vent'anni di carcere
Questi affermò, sedici anni dopo i fatti, di essersi pentito e di aver cercato l'espiazione attraverso la confessione di un delitto, l'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi (17 maggio 1972), che loro avrebbero ordinato o al quale avrebbero collaborato. La chiamata in correità fu raccolta, senza verbalizzazione né partecipazione di magistrati ai colloqui, da ufficiali di polizia giudiziaria. Nessun riscontro fattuale o testimoniale ha suffragato il racconto del pentito; al contrario, molti sono gli indizi che la sua ricostruzione fosse gravemente lacunosa, imprecisa, inattendibile. La morale della favola è un sillogismo da incubo: se uno ti accusa, allora puoi essere condannato a prescindere da prove che rendano certa la tua colpevolezza "al di là di ogni ragionevole dubbio". Questa conclusione, che noi tiriamo senza esitazione, è un diritto, il diritto di critica delle sentenze della magistratura, che fa tutt'uno con la libertà di parola e di stampa costituzionalmente garantita a tutti i cittadini. Per chi dunque presuma, come noi presumiamo, la non colpevolezza dei condannati, non è in questione il dolore della famiglia e la sua volontà di giustizia, che condividiamo; non le responsabilità politiche e morali di chi scrisse parole deliranti contro il commissario Calabresi, che non riguardano il processo; non è in questione l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, perché Sofri e gli altri non sono né le prime né le uniche vittime di un clamoroso errore dei Tribunali o di una persecuzione per partito preso, ma esistono storie esemplari di ingiustizia o di ingiustizia esemplare che vanno raccontate e denunciate anche quando riguardano uomini che la storia di un paese ha trasformato in simboli. Il caso Sofri non è di destra né di sinistra, non riguarda le élite o la storia del '68, è semplicemente il caso di cittadini incastrati dalla sola parola di un pentito, che ora sono in carcere e ci dovrebbero stare per altri ventÌanni. Sofri siamo noi. E noi vogliamo essere liberi da una giustizia ingiusta, costi quel che costi.


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