Giudizi truccati

di Ovidio Bompressi da Il Manifesto, 1 febbraio 1997

Non ho alcuna reticenza nell'affermare che nutro sfiducia, e non da oggi, nelle istituzioni di questo paese, massima in quelle che rappresentano e amministrano la giustizia. Ne so qualcosa. Ed è perfettamente ovvio che si conosca meglio ciò che si prova sulla propria pelle. Altrettanto ovvio, per così dire, è che molti avversari, detrattori e faziosi della prima e dell'ultima ora, trovino molto da obiettare sul diritto delle persone e difendere la propria vita, il proprio comune passato, la propria innocenza contro una sentenza ingiusta e chiaramente provocatoria nella sua infondatezza. In uno stato di diritto, a noi non vorrebbero concedere questo elementare diritto.

Ma cosa ne sanno, loro, di questa nostra tortuosa vicenda giudiziaria?

Oh, ne sanno fin troppo! Non perché abbiano seguito, letto, interpretato tutto ciò che nel corso di nove anni e sette gradi di giudizio è accaduto e venuto alla luce; ma, semplicemente, per partito preso, per giudizio precostituito, per rancore ideologico o personale, per confusione mentale.

Così, del nostro accusatore, Marino, hanno costruito e via via perfezionato un'ipocrita biografia di pentito folgorato sulla via di Damasco: vero perché tale, e tale perché vero; e dei nostri giudici hanno fatto da garanti della legge sub specie divina.

Marino è un pentito disinteressato, dice il vero, ci sono le prove, ripetono. Ma dove, come, quando?! Verificare, per favore, a fondo. Non ci sono riscontri obiettivi a quanto asserisce Marino: ciò significa, per essere più precisi, che in merito ai due punti decisivi della sua chiamata di correo - il "mandato" prima, l'omicidio poi - non esiste una sola sua affermazione che non sia stata stracciata da un incredibile numero di contraddizioni, inesattezze, imbeccate, correzioni successive e, soprattutto, di precise testimonianze rese all'epoca dei fatti e nel dibattimento processuale che lo smentiscono.

Uno dei suoi primi garanti è il pm Ferdinando Pomarici, che prese in carico Marino direttamente dalle mani del colonnello Bonaventura, dell'antiterrorismo: il quale, a sua volta, aveva avuto modo di "sentire" Marino ben prima che si "costituisse spontaneamente" a Milano. E Pomarici, in un'intervista di pochi giorni fa apparsa su L'Unità (28/1/'97) ripete. "Ho fatto sette o dieci ore di requisitoria al processo (il primo processo) non me lo ricordo più con esattezza. Mi ricordo però che tutto era centrato sui riscontri, su una infinità di fatti concreti e verificati. Ma lei, scusi, di questa conversazione che uso vuol farne?".

Avete sentito? E' comprensibile la preoccupazione di Pomarici, infatti, "l'infinità di fatti concreti e verificati", si dimostrò talmente risibile dal punto di vista della credibilità di Marino, che egli dovete ricorrere a un escamotage teatrale, a un'irrefutabile rivelazione giurata alla fine della sua requisitoria, per fare effetto sui giudici popolari.

Questa "prova non ostensibile" - così la definì oscuramente Pomarici da allora in avanti - riguardava il mio primo interrogatorio dopo l'arresto e dopo otto giorni di assoluto isolamento, presenti, oltre me, il giudice istruttore Lombardi, Pomarici, i miei due avvocati e l'addetto alla trascrizioni del verbale. Il pm, rivolto ai giudici popolari, si espresse più o meno testualmente così: "Se voi aveste visto gli occhi dell'imputato... il suo smarrimento, di fronte alle domande del giudice istruttore alle contestazioni, non avreste alcun dubbio, come non ne ho io, sulla sua colpevolezza". Secondo Pomarici - questa la sua volgare insinuazione - sarei stato sul punto di cedere, di confessare!

Ebbene sì mi commossi, ma molto intimamente, forse mi si velarono gli occhi, davanti a quella giustizia che si materializzava all'improvviso in due magistrati arroganti nella loro già certezza della mia colpevolezza. Finalmente avevano la chiave di volta di un "pentito" per racchiuderci nella loro quadratura del cerchio. Noi infine: Lotta continua.

Dell'operato di vari altri magistrati, giudici, accusatori, inquirenti, fino agli avvocati di Marino e della parte civile, una cospicua documentazione in atti e in letteratura stigmatizza i pregiudizi, le meschinità, i trucchi, le violazioni del codice come dei diritti della nostra difesa, in accuse infamanti, le connivenze della procura milanese.

Da ultimo, abbiamo scoperto, in modo davvero clamoroso, come anche la Suprema Corte di Cassazione si sia spogliata di ogni autorevolezza, di ogni dignità: aliena al diritto, alla sua funzione istituzionale, alla società civile, al comune senso di giustizia.

Ma per i nostri avversari i soli veri colpevoli siamo noi, da sempre: gli "estremisti istigatori alla violenza" di ieri sono la "lobby di Lc", il "circo mediatico" di oggi. Vogliono la nostra abiura, e intanto ci mettono in galera a vita: noi qui come voi fuori. Le ragioni della storia, come l'hanno domate, parlano la stessa lingua della loro legge.

Sono entrato in questo carcere non per scontare una pena magari mitigata da qualche concessione né contando sul beneficio della grazia, ma perché non mi rassegno a vivere in un paese dove una tale giustizia può trionfare. Io, Adriano e Pietro ci impegneremo da qui con tutte le nostre forze, per essere restituiti innocenti alla nostra vita, alla vita di voi tutti. Ma noi possiamo fare ben poco. Auguri.

Un affettuoso saluto a voi tutti.


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