L'antipatica dignità

Il comportamento dell'ex leader di Lotta continua davanti alle telecamere

di Miriam Mafai da La Repubblica, 25 gennaio 1997

L'OPERAZIONE di semplificazione di fatti e personaggi, propria della nostra televisione (con pochi passaggi sul video si può creare l'immagine del mostro o quella della vittima, del colpevole o dell'innocente) nel caso di Adriano Sofri non è riuscita. Eppure c'erano tutti gli elementi. La sentenza della Cassazione in primo luogo che, confermando una precedente condanna ha detto con la massima solennità che fu lui, proprio lui, a dare a Marino e agli altri l'ordine di uccidere con un paio di colpi di pistola il commissario Calabresi all'uscita della sua casa milanese. La protesta e l'incredulità di buona parte della pubblica opinione in secondo luogo, i dubbi di molti giuristi e uomini politici che ricordano le stranezze a dir poco dell'inchiesta, le contraddizioni dell'unico teste, la mancanza di riscontri e prove definitive. Sofri da "sbattere in prima pagina", secondo il titolo di un famoso film, come un mostro come un assassino o come l'innocente vittima di una orrenda macchinazione. Eravamo tutti lì a Tavernuzze, decine di operatori, di giornalisti e di fotografi pronti a rubare un'immagine o una dichiarazione, a cogliere un sorriso o una smorfia per comporre l' una o l'altra immagine. Sembrava facile e invece ancora una volta Adriano Sofri ci ha spiazzato. Avrebbe potuto barricarsi in casa (ne avrebbe avuto dopotutto il diritto visto che non sa quando potrà tornarci) o avrebbe potuto cogliere questa occasione per gridare in faccia a milioni di telespettatori la propria innocenza, per imprecare contro una sentenza che lo spedisce per il resto della vita in carcere.

E invece no. Sofri ha reagito alla nostra invadenza lasciandoci entrare in casa sua a curiosare tra i suoi libri e le sue cose, parlando con tutti nel modo lieve, ironico e orgoglioso che gli appartiene. Non ha dato spettacolo di sé, non ha gridato la sua innocenza, non ha inveito contro il pentito che lo accusa. Ha avuto qualche battuta amara anche nei confronti di se stesso, ha cercato ancora una volta di spiegare il complicato iter giudiziario che lo ha visto alla fine soccombente. E ieri a ora di pranzo, davanti a tutti noi e alle telecamere, è andato tranquillamente incontro agli agenti della Digos che erano venuti a prelevarlo.

Forse c'è una certa dose di arroganza in tanta dignità, in tanto controllo di ogni muscolo della faccia, in tanto pudore dei propri sentimenti, nel tentativo di nascondere alle telecamere persino un gesto casalingo e affettuoso come l'abbraccio all'amico o la carezza al cane. Tuttavia così, senza concedersi agli stereotipi, Adriano Sofri ha sconfitto il grande baccano e la semplificazione delle telecamere. In questa dignità che può essere giudicata arroganza sta una delle ragioni dell'antipatia che in molti suscita Adriano Sofri. Per quanto possa sembrare incredibile anche questo argomento è stato usato una volta contro di lui dal pubblico ministero. Sofri non è un personaggio accattivante, il suo comportamento davanti alle telecamere non risolve l'interrogativo: si tratta di un colpevole o di un innocente? La televisione in questo caso non ci ha mandato un messaggio semplificato, non ci ha trasmesso una verità, ci ha lasciati nel dubbio.

Proprio qui sta forse, per una volta, il valore di quelle immagini che ci invitano a conservare, come una risorsa di spirito critico, le nostre incertezze che ognuno potrà risolvere alla luce della propria sensibilità, intelligenza e conoscenza della vicenda.


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