Lettera aperta al ministro Flick

di Carlo Ginzburg da La Repubblica, 1 febbraio 1997

SIGNOR Ministro, la sentenza della Cassazione che ha confermato definitivamente le condanne contro Adriano Sofri, Luigi Pietrostefani e Ovidio Bompressi ha suscitato un'aspra, e non di rado confusa discussione. Un intervento chiarificatore mi pare necessario, e per questo mi rivolgo a Lei.
Come Lei sa, la fondatezza o meno delle dichiarazioni di correità pronunciate da Leonardo Marino ha suscitato perplessità in larghi settori dell'opinione pubblica. Laura Bertolé Viale, il giudice a latere che s'incaricò di redigere la sentenza d'appello (successivamente dichiarata insufficiente da una sentenza delle sezioni riunite della Corte di Cassazione) ha dichiarato recentemente che tutti i dubbi avanzati da giornalisti, politici, avvocati "dimostrano una cosa sola: che non hanno letto gli atti dei processi". In particolare, ha consigliato di leggere, tra le sette sentenze che si sono succedute, "quella di primo grado, la più ampia, sono 700 pagine e rifanno la storia dalla A alla Z" (La Stampa, 29 gennaio). Si dà il caso che, cinque anni fa, io abbia scritto un libretto (Il giudice e lo storico, Considerazioni in margine al processo Sofri, Einaudi 1991) basato sull'analisi delle trascrizioni dei dibattimenti del processo di prima istanza, e delle motivazioni della sentenza con cui si concluse (per l'esattezza, 753 pagine). Arrivai allora alla conclusione che le accuse mosse da Leonardo Marino contro gli altri imputati non avevano riscontro alcuno. Recentemente il dottor Pomarici, che aveva istruito il caso, ha sostenuto il contrario. L'ho sfidato, non per iattanza ma per rispetto della verità, a dimostrarlo, nero su bianco. Interpellato telefonicamente da un giornalista dell'Unità (28 gennaio) il dottor Pomarici ha risposto che, come risulta dalla sentenza, "di riscontri ce ne sono a bizzeffe": in altre parole, non mi ha risposto. Nel mio libro spiegavo che le argomentazioni delle sentenza di primo grado sono completamente inconsistenti (pp. 119-165). Aspetto una confutazione: da chi ha redatto la sentenza, dalla dottoressa Bertolé Viale che l'ha elogiata, o da chiunque altro abbia l' autorità per farlo. Qualcuno potrebbe obiettare che una risposta è stata data dal procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio (Corriere della Sera, 29 gennaio). Egli ha elencato i tre elementi fondamentali che sostengono la ricostruzione di Marino: 1) la descrizione del bloccasterzo dell'auto usata per il delitto; 2) l'uso di un revolver trafugato nel corso di una rapina; 3) il colloquio avuto con l'ex-senatore Bertone prima dei contatti con gli investigatori. A dire il vero, il punto 2) non fu mai dimostrato, dato che l'arma del delitto non fu mai rinvenuta e il proiettile omicida scomparve nelle singolari circostanze che ricorderò tra poco; si ritenne semplicemente che il revolver usato nell'attentato avrebbe potuto essere uno di quelli trafugati. E in generale, si può discutere se questi tre punti bastino a dimostrare l'attendibilità di Marino allorché parla della propria partecipazione al delitto. Ma una cosa è certa: il loro valore, per quanto riguarda le accuse rivolte da Marino agli altri imputati, è zero. Il dottor Pomarici ha dichiarato: "Magari in tutti i processi che si concludono con una condanna ci fossero tanti riscontri come in questo caso". Sono parole, signor Ministro - lo dico a ragion veduta, avendo letto e studiato gli atti del processo - che fanno rabbrividire.

MA c'è purtroppo dell'altro. I riscontri alle accuse di Marino non esistono, e sfido chiunque a provare il contrario. Esiste invece la scomparsa e in qualche caso la distruzione ad opera della polizia di corpi di reato che avrebbero permesso una serie di indagini presumibilmente cruciali sull'omicidio di Luigi Calabresi. Mi permetta di citarLe un passo de Il giudice e lo storico (p. 64):
"I vestiti indossati da Calabresi il giorno dell'omicidio sono scomparsi nel 1972 senza che nes suno li avesse esaminati. La Fiat 125 blu usata dagli attentatori, come risulta dalla comunicazione dell'Ispettore di Ps Francesco Pedullà, "venne demolita in data 25.12.1988" - cinque mesi dopo l'arresto degli imputati - dopo che era rimasta depositata dal 25.08.1972 presso l'autoparco Fiorenza". La pallottola che colpì Calabresi venne addirittura messa all' asta dopo un allagamento che colpì l'ufficio corpi di reato. Le motivazioni della sentenza aggiunsero altri particolari grotteschi: la Fiat 125 blu era stata demolita "per non aver pagato la tassa automobilistica nel quinquennio 1978- 1983" il proiettile era stato messo all'asta "per mancanza di spazio". (p.143).

A che cosa attribuire tutto ciò? Al caso, alla stupidità, o a qualcosa di molto più inquietante? E che cosa dire, signor Ministro, di un paese dove si distruggono i corpi di reato e si dà credito a Leonardo Marino perchè, come ha scritto il giudice Ferdinando Pincione, estensore della cosiddetta "sentenza suicida" del secondo processo d'appello che ha provocato l'ultima sentenza della Cassazione, "è stato per anni interno in un Istituto di Salesiani a Torino e ciò non può che avere lasciato tracce indelebili nella sua personalità morale"? Come non vedere che queste ridicolaggini sono state imposte dall'assenza di riscontri? Come si fa a non vedere che lo sgangherato esempio di Marino rischia di compromettere un uso responsabile, accompagnato da riscontri seri (non gli pseudo-riscontri fondamentali di cui favoleggia il procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio) dei collaboratori della giustizia nei processi di mafia? Mi creda, signor Ministro, la condanna dei tre innocenti sulla base delle accuse di Marino non è soltanto una violazione dei principi più elementari del diritto: è qualcosa di peggio, è un errore. L'immagine della giustizia italiana nè è, e ne sarà, vulnerata. La strada per evitare ciò è una sola: decidere una revisione del processo.

PIU' volte in questi giorni, sia in Italia sia fuori d'Italia (vedi per esempio Die Zeit, 30.1) si è evocato il caso Dreyfus. Un giornalista ha respinto l'analogia spiegando che il capitano Dreyfus e Adriano Sofri erano persone differenti: uno era un servitore dello Stato, l'altro un rivoluzionario, e così via. Bella scoperta. Ogni analogia storica è per definizione imperfetta. In questo caso, l'elemento comune non è dato semplicemente dalla condanna di uno o più persone innocenti, ma dall'ostinazione della magistratura (nel caso della Francia, si trattava di un tribunale militare) nel non voler ammettere il proprio errore. Come si sa, il riconoscimento dell'innocenza di Dreyfus fu strappato soltanto dopo una gravissima crisi politica. Nel 1942 il famoso giurista e filosofo del diritto Carl Schmitt osservò sprezzantemente che in un altro paese una simile spaccatura sulla condanna, giusta o ingiusta, di un capitano Dreyfus qualunque da parte di un tribunale militare, sarebbe stata inconcepibile. Schmitt era uomo di grande ingegno, un vero nazista, e un vero antisemita. Egli non poteva capire che la forza delle democrazie consiste nella capacità di riconoscere i propri errori.


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