Le allucinazioni di Marino

Intervista a Luciano Della Mea

di Erasmo d'Angelis da Il Manifesto, 6 febbraio 1997

Luciano Della Mea oggi ha 73 anni e vive a Torre Alta, una frazioncina di Lucca; rappresenta una bella pagina della sinistra italiana: guerra in Montenegro, Resistenza, poi l'inizio dell'attività giornalistica a Milano all'Avanti! e quindi la militanza che lo portò a fondare nel '67 con Adriano Sofri il Potere operaio pisano, la rivista di cui divenne direttore e intorno a cui nacque poi il gruppo del Potere operaio. "Sofri - racconta - l'ho conosciuto nel '64 quando era studente a Pisa e conobbi allora anche Bompressi e Pietrostefani. Mi considero il loro fratello maggiore. L'altro giorno, quando ci siamo rivisti con i vecchi amici davanti al carcere di Pisa per salutare Pietrostafani, ho scoperto che il più anziano del gruppo sono io".

Della Mea restò con Sofri fino al '69 quando Adriano ruppe e decise di fondare Lotta continua. "Anche se all'inizio non mi convinceva - ricorda - restai vicino a Lc fino al marzo 1972, quando Sofri e Lanfranco Bolis misero a punto le Tesi. A quel punto rompemmo, perché le consideravo caratterizzate da estremismo infantile. Loro adombravano un colpo di stato imminente, davano per spacciata la sinistra, io le discussi una per una e l'editore Bertani pubblicò le mie considerazioni nel libro "Proletari senza comunismo"".

Dunque c'eri anche tu a Pisa quel 13 maggio 1972, quattro giorni prima dell'assassinio di Calabresi, quando Lotta Continua organizzò il comizio per la morte dell'anarchico Serantini?
C'ero anch'io, e ricordo che fui contrario a quella manifestazione. Talmente contrario che presi l'iniziativa e telefonai a Cossutta, a Botteghe oscure, perché volevo spingere anche il Pci a ricordare Serantini. Così quello stesso giorno, accanto alla manifestazione di piazza San Silvestro con Sofri, c'era quella di piazza Carrara del Pci con Giancarlo Pajetta. Questo si è rivelato un particolare importante, perché i testimoni delle due manifestazioni, politicamente avversi, affermano che quel giorno pioveva a dirotto. Solo Leonardo Marino afferma che quel giorno non pioveva ed è stato creduto.

Del resto, basta scorrere le cronache dei giornali dell'epoca, dal "manifesto" a "Paese Sera", alla "Nazione", per leggere una serie di "pioggia battente", "pioggla insistente", "fuggi fuggi per la pioggia". Ma secondo Marino proprio al termine del comizio, in un bar della piazza, Sofri e Pietrostefani gli avrebbero impartito l'ordine di eseguire l'attentato...
Intanto, quel giorno Pietrostefani non era a Pisa. Mi pare poi che fosse un giorno di festa, e nei dintorni della piazza c'era solo un bar frequentato da sportivi, talmente pieno di gente e incasinato che difficilmente poteva essere quello il posto adatto per dare mandati. Mi domando perché molti testimoni non sono stati creduti, come Guelfo Guelfi, che stette sempre accanto a Sofri e dichiarò che Adriano non si allontanò mai da solo e ne tantomeno andò in un bar. Dopo il comizio Sofri andò con Guelfo a casa di Soriano Ceccanti e poi a casa sua...

Dove li raggiungesti anche tu...
Andai a casa di Sofri in via Pellizzi dove c'erano la moglie, Alessandra Peretti, con i figli Nicola e Luca. C'erano alcuni compagni che volevano salutare Sofri e c'era anche Marino, per cui non si capisce perché quel mandato Sofri doveva darlo al bar e non piuttosto a casa sua, dove avrebbero potuto appartarsi tranquillamente. La verità è che sono innocenti tutti e tre, io li conosco bene. Se Sofri avesse voluto la morte di Calahresi sarebbe andato lui di persona ad ammazzarlo, questa è la sua struttura morale. E' scandaloso giudicare attendibile una persona che presenta un racconto del tutto privo di riscontri. Ci sono testimoni che affermano che Bompressi era a Massa il giorno dell'omicidio Calabresi ma nessuno ha proceduto a riscontri. Mi ricordo che quando andai a testimoniare a Milano, al primo processo, il giudice mi ritenne inattendibile per partito preso e non c 'e stata nessuna accusa di falsa testimonianza.

Ti aspettavi questa sentenza?
No, mi illudevo che non reggesse, un'accusa del genere. Ma non credo sia una vendetta politica, è piuttosto la dimostrazione di una logica perversa interna alle istituzioni, alla magistratura, alla sfera politica: una volta presa una determinata direzione non tornano indietro anche se è sbagliata. Ma oggi abbiamo l'assoluta necessità della continuità nell'azione di denuncia, perché il rischio e che pian piano le cose cadano nel silenzio. Il comportamento di queste tre persone, che accettano la galera pur essendo innocenti, e un esempio di dignità rara. Bisogna fare di tutto per tirarli fuori.


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