Il processo

di Manuela Cartosio da Il Manifesto, 6 febbraio 1997

Quello per il delitto Calabresi è l'unico processo di cui ho diretta esperienza (e mi è bastata!). E' possibile, quindi, che mi sbagli, che il mio giudizio sia condizionato dalla parzialità. Gli altri processi - terrorismo, mafia, tangentopoli - li ho letti sui giornali o visti alla tv. Del processo Calabresi ho seguito tutte le udienze (Cassazione esclusa), ho letto svariati chili di atti e le motivazioni di tutte le sentenze. Fino alla "sentenza suicida". Di fronte all'enormità truffaldina di un giudice a latere che può rovesciare un'assoluzione in un condanna mi sono fermata. E' stato il mio unico atto d'insubordinazione.
Posso sbagliarmi, ripeto, ma sono convinta che il processo Calabresi costituisca un caso a sé. Assimilarlo in tutto e per tutto all'ampia casistica dei misfatti compiuti in nome dell'emergenza genera equivoci che si riverberano sul "che fare", ora che Sofri, Bompressi e Pietrostefani stanno in galera. Carlo Oliva, sul manifesto del 4 febbraio, ci invita a smetterla d'elencare le topiche di Marino e i riscontri che mancano. "A Marino - scrive Oliva- si è creduto come si è creduto ai Fioroni, ai Peci, ai Sandalo, ai Barbone, ai Savasta". Mi scuso per la pignoleria, ma a Marino si è creduto più che a Fioroni e compagnia. I giudici, infatti, hanno preferito Marino non solo ai testimoni della difesa (inattendibili per statuto in quanto ex di Lc ed amici), ma persino ai testi oculari del delitto. Quel buon uomo del giudice Della Torre, in un empito di incontinenza, arriva a definire " fasulli" pure quelli.

Sono altre, però le differenze che mi preme sottolineare. Nei processi di terrorismo si è procecluto per reati associativi e si è andati diritti alla meta. Qui si processavano individui singoli, salvo poi surrettiziamente tirare in ballo - e poi far scomparire - I'Esecutivo di Lc. In una sentenza si è scritto che Marino è il fondamento dell'accusa, in un'altra si è sostenuto che per condannare bastava e avanzava la prova logica, "a prescindere" da Marino. Ditemi, esiste un altro processo così a zig zag?
Ma la vera differenza la fanno gli imputati (e non solo perchè non si sono sottratti all'arresto). Nei processi per terrorismo la stragrande maggioranza degli imputati non si è proclamata né colpevole né innocente. Ha rifiutato, coerentemente con le proprie posizioni politiche, il confronto con la giustizia borghese e ne ha pagato le pesanti conseguenze. Subito dopo l'arresto, nell'88, Sofri si è dichiarato priogioniero "apolitico". Con Bompressi e Pietrostefani si è sempre proclamato si è sempre proclamato innocente. I tre hanno accettato il terreno dello scontro processuale. Sofri, alla fine del processo di primo grado, era convinto che l'avrebbero assolto (il che conferma che le persone intelligenti prendono facilmente delle cantonate).
A chi si proclama innocente non si può proporre la soluzione della grazia. Ma neppure quella dell'indulto, che implica il riconoscimento di una colpa. Non mescoliamo cose diverse.

Questo non significa fare il tifo solo per Sofri e dimenticarsi di 180 prigionieri politici e di 200 esuli. La battaglia per l'uscita dagli anni di piombo l'abbiamo cominciata prima che Sofri, Pietrostefani e Bompressi entrassero nel carcere di Pisa. E va continuata. Ma se si è convinti che il processo Calabresi è un errore giudiziario cresciuto a valanga su se stesso, l'indulto non pluò essere la soluzione. Dobbiamo chiarirci le idee, anche tra noi. Resta l'ipotesi della revisione del processo. Dopo quel che ho visto, mi spaventa. E pero non c'e, al momento, altra strada.

A costo di deludere i lettori, aggiungo che non sono del tutto d'accordo neppure con la seconda parte dell'intervento di Oliva. A suo parere Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono stati condannati perché hanno cercato di fare la rivoluzione e hanno perso. La loro condanna "simbolicamente" riguarda tutti noi che ci abbiamo provato. Che si processino solo i perdenti e scontato e che noi ci si senta colpevoli tanto quanto quei tre in galera ci fa onore. Ma in questa vicenda ha agito qualcosa d'altro che la vendetta postuma. Qualche giudice e qualche carabiniere avranno avuto sicuramente in mente il '68 e quel che abbiamo detto - e continueremo a dire - su Pinelli. Valpreda, qualche giorno fa alla televisione, ci ricordava che gli inquirenti hanno sempre avuto " il pallino di Calabresi". Non c'è pentito o dissociato - anche questo è negli atti - a cui qualcuno non abbia chiesto "lei cosa sa del delitto Calabresi?".

A me, però, in questi otto anni è parso che i giudici, più che al passato, guardassero al presente. Sulla prima fase del processo ha pesato la voglia della magistratura di parare l'attacco che veniva dal potere politico (dal Psi, innanzitutto, a cui Sofri è stato assimilato). Sulla seconda ha pesato il trionfo della magistratura, cioè della procura di Milano, sul sistema dei partiti. Non si è trattato di un complotto, ma di una robusta reazione corporativa. Unica smagliatura, la sentenza delle sezioni unite della Cassazione (quella bellamente ignorata dall'ultima sentenza). Il pressapochismo, il quieto vivere e, in alcuni casi, l'imbecillita, hanno fatto il resto.


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