Ma qualcuno dovrebbe ringraziare Lc

di Luigi Bobbio da La Repubblica, 24 gennaio 1997

Caro direttore, proviamo a lasciare da parte gli aspetti processuali della condanna di Sofri: se c'erano le prove, se il collaborante era credibile, se il giudizio è stato regolare. E guardiamo agli aspetti storici. Non può infatti sfuggire che quest'ultima condanna, ormai diventata definitiva dopo il giudizio della Cassazione, non è che l'ultimo evento di una lunga catena di omicidi, vendette, trame e ritorsioni che dura ormai da ventisette anni e, per la precisione, dal 12 dicembre 1969. Un giudizio sulla condanna di Sofri implica un giudizio su più di un quarto di secolo di storia italiana.
Ebbene in quel giorno di dicembre due gruppi di persone, non del tutto indipendenti tra di loro, presero due decisioni gravide di conseguenze per il nostro paese.
Il primo gruppo, formato da alcuni fascisti e da qualche agente dei servizi segreti dello Stato italiano, decise di mettere una bomba in una banca di Milano e fece 16 vittime.
Il secondo gruppo si consultò quella sera stessa presso la Questura di Milano e il ministero dell'Interno e prese una decisione ancora più terribile e destinata a creare un numero di vittime molto superiore. Decise cioè di addossare la colpa agli anarchici, pur sapendoli innocenti. Uno di loro si sfracellò precipitando dal quarto piano della questura. Un altro fu arrestato e additato come un mostro. I veri responsabili non vennero neppure cercati. La stampa assecondò senza batter ciglio quell'orribile manipolazione.
Accusare gli anarchici di attentati perpetrati dalla destra era una pratica antica e collaudata. Ma nell'Italia degli anni Sessanta non poteva più funzionare. Il nostro paese, un po' come oggi la Corea, si trovava al culmine di un processo di industrializzazione fondato sui bassi salari, contro cui si sprigionavano enormi movimenti sociali. La bomba era stata messa contro di loro. Ed essi reagirono. Da quel giorno nulla rimase uguale in Italia. Un movimento di massa agguerrito ma fondamentalmente pacifico, cominciò a essere percorso dalla paura e dal tarlo della ritorsione. Ci furono altre bombe. Ci furono altre ritorsioni. In quel giorno il terrorismo fu tenuto irresponsabilmente a battesimo.
Tra le persone, che la sera del 12 dicembre decisero di proteggere i colpevoli a costo di far precipitare il paese in una lunga catena di eventi sanguinosi, c'era il commissario Luigi Calabresi. Non sappiamo e forse non sapremo mai che parte avesse avuto nella trama. Ma a differenza degli altri, divenne presto, per sua disgrazia ma non senza qualche sua colpa, il simbolo di quel &quotcomplotto dei potenti".
La signora Gemma Capra, vedova del commissario, che è una delle numerose vittime innocenti di questa tragica storia, ha tutti i diritti di battersi per riabilitare la memoria del marito. Ma neanche lei può ignorare che egli fu, prima di tutto, un funzionario infedele. Infedele verso la Repubblica in quanto fedele ai propri superiori deviati.
Adriano Sofri fu uno dei primi a capire il pericolo annidato in quella alleanza tra poliziotti, fascisti, servizi segreti e ministri dell'Interno. E lanciò su Lotta Continua una campagna forsennata contro di loro. Calabresi fu costretto a querelare Lotta Continua. Ci fu un processo. Calabresi fu assolto. Fu allora che compare lo spettro criminale della ritorsione. Qualcuno si arrogò il ruolo del giustiziere assassinando il commissario con un gesto umanamente vigliacco, politicamente suicida e moralmente aberrante.
La lunga onda della strage di piazza Fontana continuava a fare il suo corso e sarebbe purtroppo proseguita in un pauroso crescendo. Alle stragi nere si aggiunsero gli assassinii del terrorismo di sinistra.
A compiere o ordinare quel gesto non furono però né Sofri, né Pietrostefani, né Bompressi. Altre erano le loro armi: la denuncia, la mobilitazione, le manifestazioni. Le avevano usate prima. Avrebbero continuato ad usarle anche dopo. Ed è una terribile ironia della sorte (o ingiustizia della storia) che a essere condannato per quell'atto di terrorismo, sia proprio quell'Adriano Sofri che si batté con fermezza contro qualsiasi tentazione armata.
Io mi chiedo come mai la società italiana di oggi che non ignora la fondatezza delle ragioni di Adriano Sofri sulle trame di Stato, non sia in grado o non voglia rendergli onore per quello che ha fatto, per come ha difeso l'Italia dalle istituzioni deviate che la governavano. Qualsiasi altro paese civile, passata la bufera, lo avrebbe riconosciuto.
Il guaio è che i demoni della strage di piazza Fontana non sono ancora del tutto svaniti. Residui forse minuscoli ma ancora potenti continuano ad allignare tra le istituzioni della Repubblica. La seconda Repubblica non nascerà se non riuscirà a espellere dal suo interno i veleni della prima. Se non vuoterà il sacco (e i cassetti).
Finora la prima Repubblica è stata messa sotto accusa perché consociativa e partitocratica. Ma esisteva un'altra consociazione, quella tra settori dello Stato e dell'esercito, tra pezzi della Democrazia cristiana e dell'estrema destra, che ha condizionato profondamente le scelte di quel regime. Quella consociazione non è stata ancora messa del tutto a nudo. E c'è ancora. E la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani ne reca in qualche modo il segno.
Le istituzioni repubblicane non dovrebbero rimanere inerti rispetto a questa offesa alla storia. Credo che il ministro dell'Interno, che finalmente è un uomo del tutto estraneo a quel mondo e a quelle collusioni, dovrebbe impegnarsi ad aprire gli archivi segreti del suo ministero e a svelare quello - ed è moltissimo - che ancora non sappiamo. E vorrei soprattutto rivolgere un appello al Presidente della Repubblica perché faccia quanto gli è possibile per riparare alla mostruosità che si sta compiendo sotto i nostri occhi.
Non è probabilmente in suo potere impedire che i condannati varchino la porta della prigione. Trovi almeno il modo per esprimergli la sua riconoscenza per le sacrosante battaglie che hanno sostenuto.


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